Pur in uno scenario congiunturale complesso i mercati finanziari hanno evidenziato una buona tenuta, che si è riflessa anche sui risultati ottenuti dagli investitori istituzionali. E i nuovi interventi in materia di previdenza complementare potrebbero contribuire a dare ulteriore impulso alla crescita del sistema, rafforzandone il ruolo in un momento storico in cui la disponibilità di capitale paziente diventa sempre più strategica
Un’economia mondiale sotto pressione e mercati finanziari sorprendentemente resilienti grazie soprattutto allo slancio positivo del settore tecnologico, in particolare sull’onda degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Lo scenario internazionale sembra essere condizionato da queste due forze principali che spingono in direzioni opposte, alimentando i dubbi su quanto a lungo potrà durare questa apparente contraddizione. Nel dettaglio, il conflitto in Medio Oriente è diventato il fattore dominante per quanto riguarda l’outlook della crescita economica, con l’interruzione del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz che ha innescato un repentino aumento dei prezzi dell’energia alimentando nuovamente le pressioni inflazionistiche.
A fotografare la complessità dello scenario è anche il più recente Economic Outlook dell’OCSE, pubblicato a giugno 2026 e dal titolo esplicativo “Under pressure” che sottolinea come, sebbene l’evoluzione del conflitto rimanga incerta, le sue conseguenze si faranno probabilmente sentire per diverso tempo anche dopo la sua risoluzione. Assumendo un allentamento dei prezzi dell’energia nella seconda parte dell’anno, l’Organizzazione prevede un rallentamento della crescita globale dal 3,4% del 2025 al 2,8% nel 2026, per poi recuperare al 3,1% nel 2027, con un’inflazione dei Paesi del G20 attesa al 4% nel 2026, dal 3,4% del 2025, prima di ridiscendere al 3,1% nel 2027. Tuttavia, l’OCSE avverte che più a lungo dureranno le ostilità, maggiori saranno i costi economici e sociali. Nel caso in cui il conflitto dovesse protrarsi anche a 2027 inoltrato, la frenata della crescita sarà ben più marcata e stimata al 2,1% nel 2026 e all’1,8% l’anno prossimo, spingendo diverse economie vicino alla recessione.
Eppure, almeno finora, i mercati finanziari hanno dimostrato una buona tenuta pur in presenza di rischi al ribasso significativamente più elevati, evidenziando la capacità di assorbire shock improvvisi con l’ottimismo legato all’intelligenza artificiale, a cui si sono aggiunti in particolare sui listini europei le buone performance dei titoli della difesa e degli energetici, che hanno contribuito a compensare l’impatto negativo delle tensioni geopolitiche.
La tenuta dei mercati si è riflessa anche sui patrimoni previdenziali italiani, che nel 2025 e nei primi mesi del 2026 hanno registrato risultati positivi, pur in un contesto caratterizzato da una crescente complessità dei fattori di rischio, grazie al loro naturale orizzonte di lungo periodo e alla diversificazione dei portafogli. I fondi pensione hanno chiuso infatti il 2025 con risultati ampiamente positivi, soprattutto per le linee di investimento a maggiore contenuto azionario e, in misura inferiore, per quelle che investono in titoli di debito. I rendimenti medi aggregati hanno visto i fondi negoziali guadagnare il 4,8% (+6% nel 2024), i fondi aperti il 5,7% (+6,5% nel 2024) e le gestioni unit linked di ramo III dei PIP il 5,1% (+9% nel 2024), battendo il tasso di rivalutazione del TFR del +1,9%.
Il primo semestre 2026 ha poi confermato i segnali di crescita del settore della previdenza complementare italiano, trainati soprattutto dal recupero dei corsi dei titoli azionari nel secondo trimestre dopo la flessione registrata a seguito dello scoppio della crisi in Iran.
Figura 1 – I rendimenti delle forme pensionistiche complementari al 30/06/2026 (valori percentuali)
Nel dettaglio, i fondi negoziali hanno registrato un +3,8%, gli aperti un +4,3% e i PIP di ramo III un +5,7%, mentre le gestioni separate di ramo I hanno segnato un +0,8%. Nello stesso periodo, il TFR è cresciuto del 2,3% e l’inflazione ha segnato un +2,7%. Per i comparti azionari i rendimenti medi sono stati pari al 6,7% nei fondi negoziali e al 6,8% in quelli aperti; nei PIP di ramo III il rendimento è stato dell’8,1%. Nelle linee bilanciate i risultati sono in media pari al 4% nei fondi negoziali, al 4,4% nei fondi aperti e al 4,7% nei PIP.
Valutando i rendimenti su orizzonti temporali più lunghi e coerenti con le finalità del risparmio previdenziale, inoltre, nel periodo che ai dieci anni dall’inizio del 2016 alla fine del 2025 aggiunge anche i primi sei mesi del 2026, i rendimenti medi annui composti delle linee a maggiore contenuto azionario si collocano tra il 5,6% e il 5,2% per tutte le tipologie di forme pensionistiche; per le linee bilanciate, i rendimenti medi sono compresi tra il 2,2% e il 3,2%. La maggior parte delle linee garantite e obbligazionarie mostra invece rendimenti medi positivi ma inferiori all’1% e le gestioni separate di ramo I dei PIP ottengono un rendimento medio dell’1,5%. Nello stesso periodo, la rivalutazione del TFR è risultata pari al 2,6%.
Risultati che confermano il percorso di crescita dei fondi pensione, che a fine giugno 2026 hanno raggiunto gli 11 milioni di iscritti e superato i 273 miliardi di euro di risorse destinate alle prestazioni, e che arrivano in un momento in cui le novità introdotte dall’ultima Legge di Bilancio potrebbero concorrere a dare ulteriore impulso al sistema. I nuovi interventi mirano infatti a rafforzare il secondo pilastro pensionistico con l’obiettivo, da un lato, di aumentare le adesioni e dall’altro di incrementare i flussi contributivi, accrescendo al contempo la flessibilità nell’erogazione delle prestazioni e i rendimenti nel lungo periodo.
Dall’1 luglio 2026, infatti, è entrato in vigore il meccanismo di adesione automatica per i lavoratori dipendenti, meccanismo che prevede l’investimento dei contributi di investimento secondo percorsi di life-cycle, al fine di ottimizzare il profilo rischio/rendimento dell’aderente in base all’orizzonte temporale e all’età anagrafica. A ciò si aggiungono l’introduzione di modalità più flessibili di fruizione delle prestazioni pensionistiche che, tra le altre cose, potrebbero ridurre i riscatti alle rendite assicurative implicando la permanenza del montante all’interno della forma pensionistica complementare anche nella fase di decumulo, contribuendo ad aumentare le masse gestite complessivamente dal sistema. Tutti provvedimenti appunto mirati ad aumentare la platea di iscritti, anche alla luce delle implicazioni dei trend demografici sul primo pilastro pensionistico, e favorire l’accumulazione di risparmio previdenziale, accrescendo nel tempo i patrimoni gestiti e rafforzandone il ruolo nel sistema finanziario italiano. Un’evoluzione che assume particolare rilievo in una fase nella quale la disponibilità di capitale paziente e di lungo periodo può diventare sempre più strategica, anche per accompagnare le grandi trasformazioni dell’economia.
Se da un lato, dunque, la performance dei patrimoni previdenziali conferma la capacità degli investitori istituzionali di affrontare fasi di mercato complesse, dall’altra l’incertezza circa l’evoluzione dello scenario congiunturale pone interrogativi sulla costruzione dei portafogli e sulle strategie di investimento. Quali rischi sono temporanei e quali, invece, riflettono cambiamenti strutturali? Come devono adeguarsi le strategie di investimento per continuare a perseguire obiettivi di rendimento nel lungo periodo? Il XX Itinerario Previdenziale di scena a Firenze sarà l’occasione per raccogliere e mettere a fattor comune le strategie degli investitori istituzionali italiani, in particolare fondi pensione, Casse di Previdenza e Fondazioni di origine Bancaria.
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Mara Guarino
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