di Andrea Filloramo

Non intendo commentare il bacio, dato dall’Arcivescovo e dal sindaco di Catania, al teschio di Sant’Agata il 17 agosto 2026. È bastato l’acceso dibattito mediatico e politico locale e internazionale concernente questo fatto, in cui l’opinione pubblica si è subito spaccata. Da un lato, infatti, c’è chi ha interpretato il gesto come il naturale prolungamento di una devozione popolare profondamente radicata; dall’altro non è mancato chi ha reagito tra lo sconcerto e l’ironia, sfoderando battute al vetriolo. Tra un commento e l’altro, è spuntata pure la parola: “disgusto”. 

Prendo spunto, però, da questo episodio per introdurre un discorso che ha per oggetto qualcosa che ritengo profondamente contraddittoria nel culto delle reliquie cattoliche. Constato innanzitutto che una religione, che proclama la superiorità dello spirito sulla materia per secoli ha cercato, accumulato, custodito, esposto e venerato scheletri, teschi, ossa, denti, capelli, sangue, e oggetti attribuiti ai propri santi.

Ha fatto pensare, così, ad atti che non sono molto lontani dalla necrolatria propria dei popoli primitivi, cioè il culto degli antenati, consistente nella convinzione che gli antenati continuino a influenzare la vita dei vivi, proteggendo la famiglia o la comunità e, in alcuni casi, punendola se non vengono rispettati.

Il problema, però, non è sicuramente il rispetto per i santi e per morti ma è quello che si pone nel momento in cui un resto umano smette di essere semplicemente il ricordo di una persona e diventa una “res sacra” cioè un oggetto, circondato da  aspettative soprannaturali.

La Chiesa sostiene – e dobbiamo prenderne atto – che le reliquie non siano adorate, ma soltanto venerate. È questa una distinzione teologica importante e necessaria da tenere sempre presente.

Per chi osserva, tuttavia, il fenomeno dall’esterno, la domanda rimane: quanto realmente cambia la sostanza quando un fedele bacia o si inginocchia davanti a un teschio, a un frammento osseo, lo tocca o gli attribuisce una particolare capacità di intercedere presso Dio?

Lo stessa avviene davanti a un cadavere ritenuto incorrotto, cioè di fronte ad una salma di un beato o santo che una certa tradizione cristiana considera miracolosamente preservata dalla normale decomposizione senza l’uso di trattamenti artificiali. I fedeli vedono questo fenomeno come un segno divino di purezza spirituale, mentre la scienza lo analizza caso per caso studiando l’ambiente o l’eventuale mummificazione naturale.

È nota, per esempio, la riesumazione di Padre Pio avvenuta nella notte del 2 marzo 2008, a quasi quarant’anni dalla sua morte nella cripta del Santuario di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo. Contrariamente alle voci di un corpo miracolosamente incorrotto, le autorità ecclesiastiche hanno dovuto constatare e i periti hanno chiarito che il corpo si era corrotto in modo naturale.

Il cranio e le mani, infatti, apparivano scheletriti, mentre il tronco e il viso conservavano i tegumenti grazie a un trattamento di conservazione successivo. Tant’è che, per non tradire le attese dei fedeli, immediatamente il volto di Padre Pio è stato coperto da una maschera di cera, modellata per riprodurre le sue fattezze di quand’era in vita e così è stato mostrato ai fedeli.

Abbiamo l’ardire di dire, ma con molta prudenza per non offendere il sentimento di tante persone, che la storia delle reliquie cristiane assomiglia talvolta a un gigantesco museo dell’inverosimile.

Sono, infatti, esistite e ancora esistono, reliquie attribuite a una quantità sorprendente di personaggi biblici e santi: frammenti della Vera Croce, spine della corona di Cristo, chiodi della crocifissione, parti del corpo degli apostoli e dei martiri. Esiste anche “qualcosa” ritenuta come il Santo Prepuzio, costituita, cioè, dai presunti resti della circoncisione di Gesù effettuata otto giorni dopo la sua nascita.

Il problema è evidente: se tutte le reliquie fossero autentiche, la quantità complessiva di materiale attribuito ad alcuni Santi sarebbe difficilmente compatibile con la realtà biologica; cioè se, ipoteticamente, tutte le attribuzioni fossero autentiche, bisognerebbe concludere che quella persona avesse più crani, più serie di denti o una massa ossea superiore a quella compatibile con un normale corpo umano. Questo dovrebbe bastare per introdurre una parola che nella devozione religiosa è spesso scomoda che si chiama: falsificazione.

Nel corso della storia sono circolate reliquie false, dubbie o semplicemente impossibili da verificare. Alcune nacquero probabilmente dalla devozione popolare; altre furono legate a interessi economici e politici. In un mondo nel quale un luogo che possedeva una reliquia importante poteva attirare migliaia di pellegrini, la tentazione di “trovare” o autenticare un reperto doveva essere tutt’altro che irrilevante.

La domanda diventa allora inevitabile: quanta parte del patrimonio reliquiario cattolico è costituita da autentiche testimonianze storiche e quanta da tradizioni costruite nei secoli? C’è poi un aspetto che dovrebbe far riflettere anche il credente: un santo è venerato per la sua vita, la sua fede, il suo comportamento e ciò che ha rappresentato.

La reliquia sposta, però, l’attenzione dalla persona al resto materiale della persona. Un osso diventa importante perché una tradizione afferma che appartiene a un individuo considerato santo. Ma l’osso, naturalmente, non contiene la santità. Non contiene la fede. È solo materia biologica. La sua trasformazione in oggetto sacro dipende interamente dal significato che gli esseri umani decidono di attribuirgli.

Ed è qui che il culto delle reliquie mostra una caratteristica tipica di molte forme di religiosità: la difficoltà di mantenere una fede completamente immateriale. Il credente vuole vedere, toccare, conservare. Vuole un frammento concreto che colleghi il presente al passato. La reliquia soddisfa esattamente questo bisogno.

La teologia cattolica respinge l’idea che una reliquia possieda poteri magici. Ma la religiosità popolare non è fatta soltanto di teologia. Per secoli, uomini e donne hanno cercato nelle reliquie protezione, guarigione, fortuna e intercessione. Le hanno toccate, baciate, portate in processione e invocate durante epidemie, guerre e calamità.

Naturalmente, questo non significa che ogni fedele consideri una reliquia un talismano. Ma proprio qui emerge una delle contraddizioni fondamentali: più la Chiesa cerca di distinguere la venerazione dalla magia, più deve confrontarsi con pratiche popolari che possono avvicinarsi pericolosamente alla mentalità magica.

Se un oggetto non possiede alcun potere autonomo, perché attribuirgli un’importanza spirituale così straordinaria? Perché un pezzo del corpo di un Santo dovrebbe essere particolarmente importante? Sono domande alle quali la teologia può fornire risposte sofisticate, ma resta il fatto che, dal punto di vista razionale, nessuna proprietà soprannaturale della materia è stata dimostrata.

C’è poi un argomento ancora più imbarazzante: il rapporto tra reliquie, pellegrinaggi e denaro. Le reliquie hanno contribuito per secoli alla fama di santuari, chiese e città. Un luogo capace di dichiararsi custode di una reliquia prestigiosa poteva diventare meta di pellegrinaggi e i pellegrinaggi significano persone, le persone significano offerte, le offerte significano potere economico.

Naturalmente sarebbe semplicistico sostenere che ogni reliquia sia stata inventata per fare soldi. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare gli interessi materiali che hanno accompagnato la storia delle reliquie. Il sacro e l’economico non sono sempre stati separati. Talvolta, anzi, hanno prosperato insieme.

La modernità ha introdotto un elemento dirompente: la possibilità di sottoporre i reperti a verifiche scientifiche. Datazioni, analisi antropologiche, studi genetici e analisi dei materiali possono aiutare a stabilire almeno alcune caratteristiche di un reperto.

La scienza, tuttavia, ha un limite inevitabile: può stabilire che un osso è antico, ma non può dimostrare che quell’osso appartenga a un determinato santo vissuto duemila anni fa se manca una catena di identificazione affidabile. Un reperto può essere autenticamente antico senza essere autenticamente ciò che la tradizione sostiene.

Forse la posizione più onesta sarebbe molto semplice: ammettere l’incertezza. Una Chiesa che chiede ai propri fedeli di distinguere la fede dalla superstizione deve essere la prima a distinguere la storia dalla leggenda. Dove esistono prove, si presentino le prove. Dove esistono tradizioni antiche, si chiamino tradizioni. Dove non esiste alcuna possibilità seria di verifica, si dica semplicemente: non lo sappiamo. Questo non distrugge necessariamente la fede, anzi la libera dalla necessità di trasformare ogni tradizione in una certezza.

Alla fine, il problema delle reliquie non è l’osso ma è il significato che gli attribuiamo. Un frammento di un corpo umano può diventare, attraverso una narrazione religiosa, qualcosa di infinitamente più importante del suo valore materiale. Può diventare simbolo, oggetto di devozione, strumento di identità collettiva e persino fonte di prestigio istituzionale. Ma proprio questa capacità dovrebbe indurci a essere prudenti. Perché quando la fede ha bisogno di un frammento di materia per rendere visibile il sacro, il rischio è che il simbolo finisca per sostituire ciò che dovrebbe rappresentare.

E allora la domanda più scomoda non è: “questa reliquia è autentica?” ma è: “perché abbiamo bisogno di venerare un pezzo di materia per sentirci più vicini a Dio?” Se la risposta è che la reliquia è soltanto un simbolo, allora non dovrebbe essere necessario attribuirle proprietà straordinarie. Se, invece, le si attribuiscono poteri particolari, si entra in un territorio molto più vicino alla superstizione che alla spiritualità.

Forse è proprio questa la contraddizione che il culto delle reliquie porta con sé da secoli: una religione che predica la liberazione dalla materia continua, in parte, a cercare Dio attraverso gli oggetti.

 

 


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roberto

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