Tre crani di dodo finiscono sotto una TAC e il vecchio insulto esce un po’ ammaccato. Il dodo (Raphus cucullatus), trasformato nei secoli nell’uccello goffo, tonto e quasi predestinato all’estinzione, non mostra infatti segni di una capacità cognitiva inferiore rispetto agli altri piccioni e alle colombe. Il suo cranio racconta piuttosto qualcosa di molto più interessante: un animale con un sistema sensoriale parecchio insolito, forse attivo anche nelle ore di luce più debole e capace di affidarsi a olfatto, udito e becco più di quanto immaginassimo.
È quanto emerge da uno studio pubblicato sul Zoological Journal of the Linnean Society, coordinato da Sara Citron dell’Università di Lethbridge, in Canada. I ricercatori hanno utilizzato scansioni CT per ricostruire digitalmente l’interno dei crani e confrontare dodo e solitario di Rodrigues (Pezophaps solitaria) con piccioni e colombe viventi. Il dataset comprendeva 57 esemplari, tra cui tre crani di dodo e quattro di solitario. Due dei dodo analizzati sono gli unici crani completi della specie oggi conosciuti, conservati a Copenaghen e Oxford.
Il dodo “stupido” ha soprattutto una pessima reputazione
La ricerca mette subito un paletto importante. La regione cerebrale che comprende gran parte delle strutture coinvolte nei processi cognitivi, il telencefalo, non risulta proporzionalmente più piccola nel dodo rispetto agli altri columbiformi analizzati. Gli autori scrivono che l’idea di una capacità cognitiva ridotta rispetto a piccioni e colombe è priva, allo stato attuale, di supporto empirico.
Questo non trasforma improvvisamente il dodo nel corvo risolutore di rompicapi della preistoria recente. Lo studio non misura l’intelligenza con test comportamentali, impossibili per un animale scomparso alla fine del Seicento. Dice qualcosa di più circoscritto: dal cervello ricostruibile attraverso il cranio non emerge quella inferiorità cognitiva che per secoli gli abbiamo appiccicato addosso.
La fama di animale sciocco potrebbe avere radici molto più semplici. Il dodo viveva a Mauritius, in un ambiente insulare dove per milioni di anni erano mancati grandi mammiferi predatori. La scarsa paura verso gli esseri umani, osservata nei resoconti storici, sarebbe stata quindi un adattamento perfettamente sensato in quel mondo. Poi sono arrivati gli umani. La fiducia, a quel punto, ha smesso bruscamente di essere una buona strategia evolutiva.
Occhi grandi, lobi ottici minuscoli: il dettaglio più strano è nella vista
La sorpresa maggiore arriva mettendo insieme due caratteristiche che sembrano quasi litigare tra loro. Rispetto al piccione delle Nicobare (Caloenas nicobarica), il suo parente vivente più vicino, le orbite del dodo erano circa il 9% più grandi in rapporto alle dimensioni del cranio. Eppure i lobi ottici risultavano oltre tre volte e mezzo più piccoli rispetto allo stesso piccione.
Gli occhi relativamente grandi possono aumentare la sensibilità alla luce. Un tetto ottico molto ridotto, invece, indica una diversa organizzazione dell’elaborazione visiva: questa struttura contribuisce, tra le altre cose, a elaborare movimento, luminosità, attenzione e orientamento verso gli stimoli.
Il confronto con altri uccelli offre un indizio. Riduzioni marcate di questa regione cerebrale si osservano anche in specie adattate a condizioni di poca luce e sono state utilizzate per ricostruire abitudini crepuscolari o notturne in alcuni uccelli estinti.
Da qui l’ipotesi degli autori: il dodo potrebbe non essere stato esclusivamente diurno e aver continuato a muoversi o cercare cibo all’alba e al tramonto. Sarebbe stato un modo plausibile per evitare le ore più calde di Mauritius e, forse, incontrare meno concorrenti sulle risorse alimentari. Gli stessi ricercatori definiscono però questa ricostruzione altamente speculativa: dal cranio possiamo ricavare indizi, non l’agenda giornaliera di un dodo del Seicento.
Anche olfatto e udito raccontano un animale poco “da cartone animato”
L’olfatto resta ancora più difficile da leggere. I bulbi olfattivi del dodo sembrano relativamente sviluppati e potrebbero indicare un peso maggiore degli odori nella ricerca del cibo o nelle interazioni con altri individui. Il problema sta nel campione: nei due crani sufficientemente integri per questo confronto le dimensioni dei bulbi differiscono parecchio. Gli autori chiedono quindi altri esemplari prima di trasformare il possibile buon fiuto in una caratteristica certa della specie.
C’è poi il becco. Il ramo del nervo trigemino che raccoglie informazioni tattili dalla parte superiore risulta più sviluppato del previsto. Potrebbe avere a che fare semplicemente con l’enorme superficie del becco del dodo, oppure indicare una maggiore quantità di informazioni raccolte attraverso il contatto. Anche qui la prudenza è obbligatoria: le ossa conservate non permettono di ricostruire tutti i recettori presenti nei tessuti molli.
E infine le orecchie, o meglio quello che ne rimane scritto nell’osso. Il dotto cocleare del dodo era proporzionalmente più lungo rispetto a quello del piccione delle Nicobare e i modelli utilizzati nello studio stimano una frequenza di massima sensibilità intorno a 0,7 kHz, insolitamente bassa per un uccello. Gli autori considerano plausibile che dodo e solitario producessero soprattutto suoni a bassa frequenza, compatibili anche con le loro grandi dimensioni corporee. Le stime dell’intero intervallo uditivo, però, risultano poco realistiche e il lavoro lo segnala esplicitamente: i modelli costruiti sugli uccelli viventi iniziano a scricchiolare quando vengono spinti così lontano.
Quello che il cranio può raccontare, e quello che rimane nel Seicento
Il dodo continua così a fare una cosa che gli riesce molto bene da quattro secoli: costringerci a ricostruirlo con pezzi minuscoli. Non esistono pelli conservate, le descrizioni dei contemporanei sono poche e spesso imprecise e il comportamento dell’animale rimane in gran parte irraggiungibile. Le scansioni ad alta risoluzione permettono almeno di osservare l’impronta lasciata dal cervello all’interno del cranio senza danneggiare reperti rarissimi.
Gli stessi autori indicano la strada successiva: altri crani, quando disponibili, e soprattutto analisi genetiche. I geni coinvolti nella visione potrebbero chiarire se gli occhi fossero davvero adattati a condizioni di luce debole; quelli dei recettori olfattivi potrebbero dire qualcosa in più sul peso degli odori nella sua vita quotidiana.
Per ora resta un animale con occhi relativamente grandi, una strana elaborazione visiva, possibili capacità olfattive sviluppate e forse una voce più bassa di quanto potremmo immaginare. Del dodo tonto, invece, il cranio continua ostinatamente a non fornire prove. Una reputazione durata quattro secoli e costruita, a quanto pare, con molto meno materiale delle ossa rimaste.
Fonte: Zoological Journal of the Linnean Society
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Ilaria Rosella Pagliaro
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