Il progetto per il maxi centro islamico è fermo sul cambio di destinazione d’uso. Il sindaco Venturini: «Non ci sono le condizioni, serve più integrazione». La comunità bengalese: «Scioperiamo». Ecco cosa sta succedendo
La moschea non si farà, almeno per ora. Dopo anni di interlocuzioni con il Comune di Venezia e dopo aver acquistato per circa un milione e mezzo di euro l’area dell’ex segheria di via Giustizia, a Mestre, la comunità bengalese si trova davanti allo stop dell’amministrazione. Il sindaco Simone Venturini ha chiuso la porta perché ritiene che «non ci siano le condizioni» per realizzare un grande centro di culto islamico nel cuore della città. Per il primo cittadino di centro-destra, i tempi non sono maturi sul fronte dell’integrazione.
La reazione dei bengalesi: «Blocchiamo Fincantieri»
La decisione suona come un gelido dietrofront per la comunità bengalese del territorio, ormai radicata e fondamentale per l’economia della città, impiegata in modo massiccio dagli appalti di Fincantieri fino all’intero settore turistico. E la replica del presidente dell’associazione «Giovani per l’umanità», Prince Howlader, apre infatti uno scontro aperto. Senza un luogo di preghiera la comunità si dichiara pronta a scendere in piazza e a bloccare l’intera città con uno sciopero generale che rischierebbe di paralizzare la cantieristica, gli alberghi e la ristorazione. «Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea, siamo pronti a scendere in piazza. E se scioperiamo noi, a Venezia, Mestre e Marghera si ferma la Fincantieri e tutto il turismo tra cucine, ristoranti e alberghi. Volete vedere?», avverte Howlader.
Il terreno è stato comprato, ma il progetto è fermo
L’area comprata nelle scorse settimane dalla comunità bengalese misura quasi 8mila metri quadrati, è circondata dai binari della ferrovia e si trova in una strada senza uscita di Mestre. Era un’ex segheria, da tempo abbandonata e diventata luogo di degrado. La comunità bengalese l’ha bonificata già prima dell’ultimo Ramadan e continua tuttora a ripulire gli edifici presenti nell’area, che altrimenti continuerebbero a versare nello sfacelo. Nelle scorse settimane l’associazione «Giovani per l’umanità» ha formalizzato l’acquisto del terreno, che verrà pagato a rate fino al 2028.
Moschea, bar, scuola e biblioteca: cosa prevede davvero il progetto della comunità bengalese
Il progetto, però, non riguarda soltanto una moschea. L’idea è quella di realizzare un grande centro aggregativo con spazi per l’accoglienza dei fedeli, uffici, alloggi per custodi e personale, un ristorante e un bar. Sul retro dovrebbero sorgere una scuola, una biblioteca e un auditorium ed è previsto anche un parcheggio sotterraneo da circa 250 posti. Il costo complessivo stimato del maxi progetto supera i 20 milioni di euro.
Perché non possono (ancora) farci una moschea
Ma l’acquisto dell’area non basta per far partire i lavori. L’ostacolo principale è la destinazione d’uso. Il terreno è attualmente classificato a uso agricolo e produttivo e per realizzare la moschea è necessario destinarlo a luogo di culto. Per farlo serve un passaggio amministrativo da parte del Comune. Ed è proprio su questo che si è aperto lo scontro.
«Da tre anni dialoghiamo con il Comune»
Per la comunità bengalese, la decisione dell’amministrazione è arrivata dopo un percorso molto più lungo e dialogante di quello che viene raccontato dalle mura di Ca’ Farsetti. Il portavoce Howlader sostiene che fu l’ex sindaco Luigi Brugnaro a indicare anni fa proprio quell’area come possibile sede della moschea, mettendo l’associazione in contatto con i precedenti proprietari. «È da tre anni che dialoghiamo con l’amministrazione per portare a casa questo progetto, che non è della nostra associazione o “dei bengalesi”, ma di tutta la comunità musulmana», racconta il portavoce dei bengalesi.
La linea della comunità bengalese
La ricostruzione della comunità bengalese è che il confronto fosse proseguito anche con l’attuale amministrazione. Prima delle elezioni, l’associazione aveva lavorato sul progetto insieme agli uffici e agli amministratori. Il 29 aprile 2025 il segretario dei «Giovani per l’umanità», Nazmul Haque, aveva poi inviato al Comune una Pec con la richiesta di variante urbanistica accompagnata da una relazione. Una risposta formale, spiega, non è mai arrivata, ma sarebbero seguiti diversi incontri ai quali partecipava anche lo stesso Venturini, all’epoca assessore alla Coesione sociale. Non solo. Durante quei confronti l’associazione avrebbe anche modificato il progetto seguendo le indicazioni dell’amministrazione. I cinque piani inizialmente previsti, infatti, sono stati ridotti a tre. «Questo è un progetto del Comune, non un progetto “nostro”. Cosa c’è adesso che non va più bene?», chiede il segretario dell’associazione bengalese.
La posizione del Comune: «Non ci sono le condizioni»
Il braccio di ferro resta congelato sulle riserve dell’amministrazione. Il sindaco Venturini ribadisce lo stop e condiziona l’ipotesi dell’apertura di un dialogo concreto solo a passi avanti sul fronte dell’integrazione della comunità bengalese sul territorio veneziano. Dalla giunta, in realtà, filtra scetticismo fin dai primi incontri dell’era Brugnaro, soprattutto per le dimensioni imponenti dell’opera. E la mail Pec sventolata dalla comunità bengalese viene liquidata come una semplice comunicazione formale «tra le tante», ben lontana dal far approdare la delibera in Consiglio comunale. Sul caso si è alzata intanto la tensione politica da più fronti. Forza Nuova ha già promesso «barricate» per impedire il progetto, la Lega è passata all’offensiva chiedendo verifiche a 360 gradi. Il Carroccio pretende, infatti, chiarezza sulla provenienza del milione e mezzo di euro usato per comprare l’area, oltre a controlli rigorosi su compatibilità urbanistica, rispetto dei vincoli di legge e profili di sicurezza pubblica.
«Passeremo per vie legali»
La comunità bengalese, nel frattempo, promette di non fermarsi. Howlader parla di uno sciopero per rivendicare il diritto ad avere un luogo in cui pregare e non esclude il ricorso alle vie legali né un appello al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Pregheremo in strada, o davanti al Comune», chiosa. La minaccia di mobilitazione assume un peso particolare in una città in cui la presenza bengalese è strettamente legata al mondo del lavoro. La comunità conta, secondo le stime fornite dall’associazione, circa 40mila musulmani tra Venezia e la terraferma, circa la metà dei quali di origine bangladese. Molti lavorano nel turismo, nella ristorazione e negli alberghi. Altri sono impiegati nelle attività agricole della terraferma veneziana. E poi c’è Fincantieri, il grande polo industriale di Porto Marghera.
Interviene la Cgil, ma bacchetta entrambi: lo sfruttamento a Fincantieri
Nel mezzo dello scontro è intervenuta anche la Cgil di Venezia. Il segretario Daniele Giordano ha invitato tutte le parti a riaprire il dialogo, prendendo posizione sia sulle parole del Comune sia sulla minaccia di sciopero della comunità. «Nessuno scambio tra fede e diritti. Il rispetto delle regole vale per tutti, a prescindere dal credo. Si riapra il dialogo e si evitino scioperi che possono dividere i lavoratori», dichiara il sindacalista. «Lo scambio che si sta tentando di veicolare in queste ore è indegno di una città e di uno Stato che sancisce nella propria Costituzione la libertà religiosa come diritto inviolabile. Mentre alla comunità bengalese si chiede il pieno rispetto della legalità lo stesso rigore non viene mai richiesto alle aziende che quella stessa comunità sfruttano. Il sindaco forse dimentica che è in corso un processo sullo sfruttamento dei lavoratori negli appalti Fincantieri, e sembra non vedere lo sfruttamento e il lavoro nero che attraversano il settore turistico cittadino. Il richiamo alle regole deve valere per tutti», afferma. «Allo stesso modo un appello va rivolto anche alla comunità bengalese. Prima di annunciare scioperi e blocchi della città, serve che tutte le parti lavorino per il dialogo», conclude.
Una comunità che vive e lavora a Venezia
Sullo sfondo dello scontro, intanto, resta una comunità che da decenni fa parte del tessuto sociale ed economico veneziano. Alcuni bengalesi sono arrivati in Italia già nei primi anni Novanta. Sono diventati proprietari di casa, hanno costruito relazioni e famiglie e oggi hanno figli che parlano fluentemente italiano. Altri sono arrivati più di recente, alcuni anche dopo viaggi attraverso la Libia e il Mediterraneo. Il loro lavoro è ormai presente in molti degli ingranaggi dell’economia veneziana, nei ristoranti come camerieri, lavapiatti e cuochi, negli alberghi come receptionist e addetti alle pulizie, nelle campagne della terraferma come braccianti stagionali. E, soprattutto, negli appalti della cantieristica.
«La moschea? Può diventare simbolo di integrazione»
«La comunità bengalese lavora, fa piccola impresa», ricorda Howlader. L’associazione rivendica anche il lavoro svolto sull’area di via Giustizia, che prima dell’acquisto era diventata un luogo di degrado. «Noi abbiamo già ripulito questo spazio che era diventato il regno del degrado e il “quartier generale” degli spacciatori». Per la comunità, inoltre, lo stesso progetto della moschea dovrebbe essere un’operazione di integrazione. Howlader assicura che sono previsti sermoni multilingue con traduzioni simultanee in italiano, francese e inglese. «Mi chiedo – conclude – se questa non è “integrazione”, se non è una prova che vogliamo realizzare questo progetto rispettando e seguendo le leggi. Altrimenti vuol dire che ce l’hanno solo con i bengalesi…».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Ygnazia Cigna
Source link


