Come è ormai noto, i pesticidi sono ampiamente utilizzati in agricoltura per proteggere le colture da insetti, funghi e piante infestanti. Il problema è però che il loro impiego non riguarda soltanto gli organismi che intendono colpire. Una parte delle sostanze può infatti raggiungere il suolo e l’acqua e avere conseguenze sugli organismi non bersaglio e sugli ecosistemi. Per questo l’Unione europea prevede specifiche valutazioni del rischio ambientale prima dell’autorizzazione dei prodotti fitosanitari, considerando anche gli effetti su insetti, pesci, uccelli, mammiferi e piante.

Tra gli organismi più importanti da tutelare ci sono senza dubbio le api, fondamentali per l’impollinazione. L’EFSA valuta infatti i rischi dei pesticidi per le api da miele, i bombi e le api solitarie considerando sia l’esposizione per contatto sia quella attraverso l’alimentazione.

Ed è proprio nel quadro degli effetti che i pesticidi possono avere sugli organismi non bersaglio che si inserisce un nuovo studio dedicato al glifosato, ormai tristemente noto per essere uno degli erbicidi più utilizzati al mondo. La ricerca, pubblicata sul Journal of Experimental Biology, ha analizzato cosa accade alle api mellifere quando vengono esposte a una dose subletale della sostanza.

Lo studio

Gli autori hanno lavorato con tre piccole colonie di api mellifere (Apis mellifera), ciascuna composta da una regina, covata e circa 5.000 operaie. Gli esperimenti sono stati condotti in condizioni favorevoli al foraggiamento.

Le api sono state addestrate a raggiungere due mangiatoie artificiali poste alla stessa distanza dall’alveare. Una conteneva una soluzione di saccarosio senza glifosato, utilizzata come controllo; l’altra conteneva la stessa soluzione con 5 mg di equivalente acido di glifosato per litro. Secondo gli autori, questa concentrazione rientrava nell’intervallo dei residui di glifosato rilevati nel nettare raccolto dalle api alcuni giorni dopo un’applicazione effettuata secondo le specifiche massime riportate in etichetta.

Durante una fase sperimentale di 3 ore, i ricercatori hanno registrato quante volte ogni ape tornava alla propria mangiatoia. Successivamente hanno osservato anche altri comportamenti, tra cui la cosiddetta danza dell’addome, attraverso la quale le api possono reclutare le compagne verso una fonte di cibo, e la persistenza nel tornare su una fonte che non offriva più alimento.

Il risultato più evidente riguarda proprio l’attività di foraggiamento. Le 46 api che hanno raccolto la soluzione contenente glifosato hanno effettuato, durante le tre ore dell’esperimento, il 13,34% di visite in meno rispetto alle 40 api del gruppo di controllo.  In termini assoluti, la media stimata è stata di 31,76 visite per le api del gruppo di controllo contro 27,52 visite per quelle esposte al glifosato.

L’effetto osservato non consisteva dunque nella morte immediata delle api, ma in una modificazione del loro comportamento di foraggiamento.

Cosa è successo nel cervello delle api

La seconda parte dello studio ha riguardato la neurochimica. Al terzo giorno i ricercatori hanno recuperato 25 api, 12 appartenenti al gruppo di controllo e 13 a quello esposto al glifosato, e hanno analizzato il contenuto cerebrale di quattro sostanze: tirosina, tiramina, octopamina e dopamina.

I risultati mostrano che tirosina, octopamina e dopamina non presentavano differenze significative attribuibili semplicemente al trattamento. La situazione era però diversa per la tiramina, una sostanza coinvolta nel funzionamento del sistema nervoso delle api. I ricercatori hanno osservato che i suoi livelli nel cervello cambiavano in relazione sia all’esposizione al glifosato sia alla frequenza con cui le api si recavano alla mangiatoia. In particolare, le api che avevano visitato più frequentemente la fonte di alimento contaminata mostravano livelli più elevati di tiramina.

Un altro risultato interessante riguarda il rapporto tra octopamina e i suoi precursori. Nelle api esposte al glifosato, i livelli cerebrali di octopamina mostravano correlazioni significative con quelli della tirosina e della tiramina, mentre queste correlazioni non sono state osservate nel gruppo di controllo.

Gli autori interpretano questi risultati come un possibile segnale di un’alterazione dell’equilibrio neurochimico e della via biosintetica che coinvolge queste sostanze. La tirosina viene infatti convertita in tiramina, che a sua volta può essere convertita in octopamina.

È importante però non trasformare questa osservazione in una certezza sul meccanismo: lo studio non ha dimostrato direttamente quale sia la causa delle alterazioni neurochimiche. Gli stessi ricercatori ipotizzano, tra le possibili spiegazioni, un effetto indiretto sul microbiota intestinale dell’ape, ma sottolineano la necessità di ulteriori ricerche.

Perché questi risultati sono importanti

Per un’ape bottinatrice, la capacità di individuare, valutare e raggiungere una fonte di alimento è essenziale. Il foraggiamento non riguarda quindi soltanto il singolo insetto, le api possono infatti contribuire al reclutamento delle compagne e, più in generale, all’approvvigionamento della colonia.

Per questo motivo, secondo gli autori, anche effetti che non provocano la morte dell’insetto possono meritare attenzione. Una riduzione della frequenza di foraggiamento potrebbe infatti significare un minore afflusso di nettare alla colonia, pur in presenza di un reclutamento che rimane sostanzialmente invariato. E, indirettamente, un minor apporto di nettare potrebbe tradursi anche in una minore disponibilità di miele prodotto dalla colonia. Si tratta però di una possibile conseguenza a valle della riduzione del foraggiamento, non di un effetto misurato direttamente da questo studio. Gli autori presentano questa possibilità come uno scenario da approfondire con studi futuri.

La ricerca offre dunque un’indicazione interessante sugli effetti subletali del glifosato sulle api, ma non dimostra che ogni esposizione alla sostanza provochi gli stessi effetti nelle colonie che vivono in campo.

Lo studio è stato condotto in condizioni controllate e su un numero limitato di api, perciò saranno necessarie altre ricerche per capire se gli stessi effetti si verificano anche in natura e quanto a lungo possono durare. Ma un dato è già chiaro: il glifosato può avere effetti sulle api anche senza ucciderle, e questo rende ancora più importante interrogarsi sulle conseguenze dell’esposizione a questa sostanza nell’ambiente.

Fonte: Journal of Experimental Biology

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Francesca Biagioli

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