A livello nazionale nel centrosinistra c’è un curioso fenomeno ottico: più ti allontani da Roma e prendi l’autostrada in direzione Frosinone, più continui a vedere la Capitale. Serve un buon oculista? Niente affatto, è del tutto normale. Frosinone è diventata la versione in scala ridotta del Campo largo nazionale: stesse parole d’ordine, stesse liturgie, stessa ossessione per la leadership, identico vuoto sui contenuti.
Il copione nazionale: chi farà il premier?
A livello nazionale il dibattito ruota esclusivamente attorno a una domanda che sembra uscita dal casting televisivo di Tu si que vales: chi farà il candidato premier, Giuseppe Conte o Elly Schlein? Il resto è contorno.
Le tensioni sulle regole del gioco e sulla coronazione automatica della Segretaria del PD come guida del campo progressista occupano più spazio delle proposte su lavoro, welfare, transizione ecologica, scuola. Conte rivendica l’autonomia del Movimento 5 Stelle, ricordando che «non appartiene alla tradizione della sinistra» e che non esiste alcun automatismo per cui il Partito più grande esprime il candidato premier. Schlein, dal canto suo, prova a spostare il focus sul programma e sui temi sociali, ma il dibattito torna sempre lì: chi guida la coalizione, più che dove deve andare la coalizione.
Enrico Mentana, qualche giorno fa, con straordinaria lucidità, ha sintetizzato il problema con una frase che è una diagnosi politica: «La sinistra in Italia non ha un’idea di futuro». Non si capisce cosa voglia fare per l’Italia del 2040, né quale sia la sua linea sui grandi dossier: immigrazione, denatalità, frattura Nord-Sud.
Touché.
Frosinone: specchio fedele del copione nazionale
È qui che Frosinone entra in scena come specchio fedele, come situazione speculare di quella nazionale. Nel capoluogo, il centrosinistra recita lo stesso copione, solo con attori diversi. Anche a Frosinone si parla di unità, convergenze, Campo largo. Anche qui, però, la discussione reale si riduce sempre a una questione di casting: chi esprime il candidato sindaco, il PD o il PSI?
Sul tavolo ci sono due candidature identitarie. Angelo Pizzutelli per il PD, Vincenzo Iacovissi per il PSI. Entrambi i Partiti si sono irrigiditi sulle proprie bandiere e sui propri simboli, trasformando la ricerca di una sintesi in un braccio di ferro di posizionamento.
Eventuali ipotesi civiche (vedasi la cena De Angelis/Marini, che non aveva deciso nulla ma che potrebbe sbloccare lo stallo) vengono paradossalmente vissute come intrusioni o come «minacce», tentativi di scavalcare le segreterie cittadine. A Frosinone si dice: «se coce mo sto riso». (Leggi qui: Marini non dice no e i telefoni fondono: Schietroma chiama, Mastrangeli chiede)
De Angelis ragiona in termini di partita. Gli altri no
La sensazione (non supportata al momento da alcun riscontro oggettivo) è che Francesco De Angelis sia l’unico, almeno in questo momento, a ragionare realmente in termini di partita da vincere. Gli altri sembrano più concentrati sulla posizione da occupare dentro la partita. La differenza non è affatto marginale.
La leadership locale diventa fine, non strumento: si rivendica il comando della nave senza preoccuparsi troppo della rotta. La domanda che il centrosinistra dovrebbe porsi è: vuole vincere Frosinone tra dieci mesi o vuole semplicemente stabilire chi comanda nel centrosinistra? Sono due obiettivi completamente diversi.
Il primo obbliga a fare sintesi, ad ascoltare i civici, a rinunciare a qualche rendita di posizione, a costruire un programma credibile e ad accettare che il candidato migliore non sia necessariamente quello che il singolo partito considera più identitario. Il secondo conduce inevitabilmente alla guerra delle candidature. Esattamente quello che accade ormai da mesi. E la storia politica degli ultimi quindici anni del capoluogo insegna quanto quella strada sia pericolosa e con un finale già scritto.
L’assenza di visione: nessun disegno sulla città
Nel frattempo, il centrosinistra nel capoluogo, al pari di quello di Roma, non ha manifestato una visione di futuro per Frosinone. Non c’è un disegno chiaro su mobilità, sociale, sviluppo urbanistico, recupero delle aree degradate, verde pubblico, politiche giovanili, cultura. Non è che le idee siano contestate dentro l’area riformista: semplicemente non ci sono. O comunque non sono pervenute.
Il dibattito si consuma tutto sul «chi», mai sul «che cosa» e sul «come». Il paradosso è evidente: a Roma come a Frosinone si discute ossessivamente di leadership in assenza di direzione. È come se due persone litigassero sul posto di guida, senza nemmeno mettere in moto la macchina e senza sapere dove andare.
Le primarie: il coniglio dal cilindro
A livello nazionale, il cosiddetto Campo largo è attraversato da fratture profonde su politica estera, rapporto con il mondo produttivo, modello di welfare, persino sul linguaggio identitario da usare. Conte rivendica una sinistra meno woke e più sociale. Schlein prova a tenere insieme diritti e lavoro; i riformisti di area centrista contestano l’alleanza con M5S e AVS.
In questo quadro, le primarie diventano il coniglio tirato fuori dal cilindro. La parola magica della politica progressista. Una parola che, quando non si riesce a trovare una sintesi politica, diventa incredibilmente versatile. Le primarie sono come il colore bianco: coprono le divisioni, danno l’illusione di una scelta condivisa, ma non risolvono il problema di fondo: l’assenza di un progetto comune.
A Frosinone lo schema è identico: si torna a parlare di primarie per individuare il candidato sindaco, senza che sia chiaro quale città si voglia costruire nei prossimi cinque anni. Si chiede ai cittadini di scegliere il volto, non la visione. E, paradossalmente, si discute di come scegliere il candidato di una coalizione che ancora deve dimostrare di essere davvero una coalizione.
Mastrangeli ha una visione. Il centrosinistra no
Forse non è un caso che nella coalizione che sostiene il sindaco Riccardo Mastrangeli abbiano smesso di parlare di primarie. Da quelle parti una visione di città c’è, e si vede.
Per descrivere la situazione nel centrosinistra viene in mente una frase di Norberto Bobbio: «Il problema non è tanto chi comanda, ma come comanda e per quale fine». Il centrosinistra, da Roma a Frosinone, sembra concentrato solo sul primo pezzo della frase “chi comanda” tralasciando tutto il resto: il come e il per quale fine.
E c’è un ulteriore paradosso che riguarda sia Roma che Frosinone. A livello nazionale, Giorgia Meloni ha vinto nel 2022 (oltre che per meriti propri) anche perché la coalizione alternativa era divisa e priva di una narrazione e di un progetto politico forte. A Frosinone, l’area a sostegno del sindaco uscente Mastrangeli potrebbe rivincere nel 2027, oltre che per una narrazione amministrativa concreta e riconoscibile, anche per mancanza di avversari strutturati.
Un vecchio commentatore politico della Prima Repubblica, raccontando le dinamiche parlamentari seduto sui divani del Transatlantico, diceva: «Quando l’opposizione non riesce a costruire un progetto riconoscibile, il potere tende a riprodursi per inerzia. Non perché sia amato, ma perché non c’è un’alternativa convincente». È la «sconfitta per abbandono», non per KO tecnico.
La domanda ineludibile
La domanda, allora, semplice e ineludibile, è sempre la stessa: il centrosinistra vuole davvero vincere, o preferisce continuare a discutere di leadership, primarie e perimetri, mantenendo ciascuno la propria piccola rendita di posizione?
Nel 2027, a Roma come a Frosinone, la risposta non può venire da un nome, ma da un’idea di futuro. Senza quella, il campo largo resterà largo solo di parole, ma terribilmente stretto di contenuti.
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