Costruito cinquant’anni fa, abbandonato, devastato, diventato rifugio di spacciatori, ricostruito, e oggi ancora disabitato. Una scuola che non ha neanche un nome, non piace alla mafia e non interessa all’antimafia

Costruito nel 1977, abbandonato, devastato, occupato abusivamente, diventato rifugio di spacciatori, ricostruito, ancora disabitato oggi nel 2026. Se cercate la rappresentazione solida della vacuità amministrativa, della ciarla antimafiosa, della fuffa politica ad alzo zero, la trovate senza fatica a Palermo. Un’opera pubblica monumentale per chiacchiere con e senza distintivo. Uno pensa: sarà un teatro, uno stadio, un ponte. No, è un piccolo asilo per trenta di bambini.

Siamo nel quartiere popolare dello Sperone, periferia sudest della città. Zona di mafia, spaccio, abusivismo, ma anche di spirito di rivalsa civile. E a poco è servito il fatto che l’asilo lo chiedeva a gran voce anche don Pino Puglisi, il prete ammazzato dalla mafia il 15 settembre del 1993 nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, uno che ci aveva visto lungo nella strategia sociale per combattere lo strapotere dei boss.

La vicenda di questa struttura che si trova in via XXVII maggio (data in cui nel 1860 Garibaldi e i suoi entrarono a Palermo) è un modello di riferimento per capire non solo quanto sulle fondamenta bacate dei fallimenti si costruisca una storia storta, ma anche come si misura la resistenza del potere politico dinanzi alla sconfitta garantita: insoddisfatti e non rimborsati, in qualche modo una coerenza istituzionale. È solo un asilo, si dirà. Ma proprio perché è solo un asilo, le vicende che lo accompagnano risultano oltremodo grottesche.

Venticinque amministrazioni comunali, quattro allestimenti di arredo, un incendio, due demolizioni (una vandalica, l’altra per così dire obbligata), una ricostruzione: l’asilo viene consegnato per la prima volta all’amministrazione comunale quarantanove anni fa, anno di (dis)grazia 1977. Nella rarefazione di responsabilità di quei tempi non troppo dissimili da quelli che seguiranno (ma questo è uno spoiler) vengono a mancare le firme necessarie per fare una cosa semplice: aprire i cancelli e accogliere quei benedetti trenta bambini.

Lo Sperone non è Disneyland e Palermo è una delle capitali mondiali della mitosi dell’incuria in cui, prendendo a modello il processo biologico di moltiplicazione cellulare, fatto un guasto lo si amplifica per quantità all’infinito. Esempio: uno butta l’immondizia in strada e immediatamente parte una prolificazione per cui a partire dal sacchetto zero si arriva in breve al cumulo stratosferico di rifiuti.

Sin dall’inizio quindi l’asilo resta chiuso e soprattutto incustodito. Diventa parco giochi per giochi pericolosi con pistole vere, che da quelle parti sono più diffuse di zaini e cartelle. Poi arriva un gruppo di rom che decide di stabilirsi abusivamente. Col passare degli anni cambiano i fruitori. Gli spacciatori ne fanno un centro di accoglienza per i loro clienti con una perversa attenzione al customer care: lì si compra la droga, la si consuma, si smaltiscono gli effetti e, se è il caso, si muore. Nel 2014 un incendio devasta la struttura. Quel che resta diventa altro, peggio. Nel quartiere non lo chiamano più asilo, anche se non lo è mai stato, ma “casa degli orrori”. Quei muri anneriti e quei resti di un’umanità barcollante tra siringhe, bossoli e preservativi, assurge a perfetto simbolo negativo. Un simbolo troppo ingombrante per chi crede nella rinascita del quartiere. Antonella Di Bartolo, preside dell’istituto Sperone-Pertini di Palermo e primo motore della campagna per la riapertura della struttura, racconta: “Ogni giorno, per venire a scuola, piuttosto che passare davanti alle vetrine di qualche negozio o di un supermercato, di un ufficio, di una farmacia o di una qualsiasi scena di strada di una città normale, i bambini dello Sperone vedevano la casa degli orrori”.

Di Bartolo, che ha narrato la sua esperienza nel libro “Domani c’è scuola”, è una professionista che affronta la dispersione scolastica – cioè lo spettro di ogni insegnante – con una modalità muscolare: lei i bambini se li va a prendere direttamente nelle loro case, bussa, spiega ai genitori che non può che esserci una scuola nel futuro dei figli, e li porta in classe fisicamente, mano nella mano. È così che in dieci anni ha abbattuto il tasso di dispersione dal 27 all’uno per cento, suole consumate e niente chiacchiere.

Ma torniamo alla storia dell’asilo.

Dalle macerie dell’incendio del 2014 emergono quattro piloni anneriti e una consapevolezza: quel che resta della scuola va demolito, la ricostruzione deve ripartire da zero. Di Bartolo comincia il pellegrinaggio tra gli uffici comunali. Ma i politici cambiano e l’impegno preso da uno si trasforma nel diniego di un altro, le spalle su cui trovare appoggio diventano quelle che poi vengono alzate per arrendersi o nascondersi dinanzi a una responsabilità che nessuno vuol prendersi. Un giorno in via XXVII maggio viene piantato un albero per rappresentare la voglia di rinascita del quartiere proprio sulle ceneri di una promessa. Per l’occasione arrivano amministratori e vertici militari. Nel deserto attorno a quell’albero si organizza una celebrazione degna delle grandi occasioni del PPP, Premiato Promessificio Palermitano, con tanto di alzabandiera, inno nazionale, e benedizione di Maria Falcone. Ricorda Di Bartolo: “Finita la manifestazione, iniziò un rimbalzo di compiti e responsabilità e tutto restò com’era. Come il banchetto di sigarette di contrabbando accanto alla scuola che nella mattina della piantumazione dell’albero aveva sfacciatamente mantenuto la sua posizione nonostante il dispiegamento di forze dell’ordine”.

Per altri cinque anni nulla accade. La demolizione resta una promessa. La casa degli orrori resiste lì coi suoi sfregi in bella mostra che ne amplificano l’impatto orrifico. Per l’arrivo delle ruspe bisognerà aspettare il 2019. Il 19 febbraio di quell’anno la scuola Sperone-Pertini organizza una festa proprio di fronte al mostro che cade. Ci si inventa una lezione di educazione civica in strada. Ci sono ragazzini, insegnanti, genitori: tremila persone per una nuvola di polvere che sale verso il cielo. Quando i bulldozer addentano le ultime macerie scatta l’applauso. Come un gol, ma la partita non è finita.

Che fare adesso?

L’Ordine degli architetti di Palermo si fa avanti per fornire un progetto di ricostruzione. Si coinvolge il quartiere per capire come si vorrebbe il nuovo asilo. Tutto a opera di preside, insegnanti e genitori che imbastiscono una sorta di sondaggio chiedendo alla gente per strada, tra le bancarelle del mercatino del lunedì. Al centro di tutto c’è la scuola Sperone-Pertini, anche per una ragione sociale o meglio urbanistica. In quell’angolo di Palermo non esiste una vera piazza, ci sono solo incroci. Tutte le assemblee di quartiere, i vertici con i tecnici comunali e con gli architetti si svolgono nella scuola. Per la precisione nel grande anfiteatro della struttura che ha un nome bellissimo: Piazza delle Parole.

Ne viene fuori un’idea che mette insieme le esigenze ingegneristiche e i disegni dei bambini, la voce delle mamme e l’attenzione per gli anziani, il campo sportivo e il parco giochi. Dal singolo banco all’ultima altalena, il formidabile consesso che studia all’interno di una scuola come costruire un’altra scuola confeziona un progetto che viene consegnato nelle mani del sindaco (uno dei venticinque) che promette: “La prossima settimana partiranno i lavori”. È il 2019 e nulla accadrà né “la prossima settimana” né in quelle seguenti. Ci vorranno altri cinque anni affinché la ricostruzione abbia inizio.

Ma nel cammino della speranza dell’asilo di via XVII maggio c’è molto cammino e poca speranza. Nel 2024 si apre finalmente il cantiere, ma per poco. Un mese e mezzo dopo spariscono operai e mezzi. “Siccome era dicembre pensammo alla pausa natalizia” racconta Di Bartolo. “Ma quando a gennaio non vedemmo tornare nessuno cominciammo a preoccuparci”. Nel frattempo l’asilo o meglio il suo cantiere diventa luogo di installazioni artistiche. In quell’anno il gruppo sociale delle “Rosalie Ribelli” piazza 17 bambolotti davanti agli scavi della nuova struttura: 17 non è un numero a caso, sono i mesi di lavoro previsti prima della consegna. Ma gli operai non ci sono più. Si scoprirà che sono scappati quasi subito dopo una serie di intimidazioni a mano armata, furti di mezzi e richieste di pizzo. Tornano al lavoro solo dopo che prefetto e sindaco forniscono loro un servizio di tutela.

Si arriva così ai giorni nostri. Qualche settimana fa l’asilo è stato consegnato al Comune. Storia finita, direte voi. Macché.

La seconda circoscrizione che comprende anche il quartiere Sperone ha circa 75 mila abitanti di cui tremila bambini in età da asilo nido. Eppure le mamme della zona erano pronte a festeggiare quei trenta posti come se fossero trecento, ma, puntuale come ogni delusione di questa vicenda, è arrivato uno stop: niente iscrizioni per il 2026, se ne parla nel 2027. Per i tecnici del Comune mancano i certificati di idoneità, il personale, le iscrizioni che vanno fatte online. E poi c’è il solito problema della sicurezza amplificato proprio dal rinvio dell’apertura, che riavvolge il nastro e ci riporta all’inizio. Com’era cominciata questa odissea? Con un edificio pronto ma non aperto, divenuto preda di vandali e spacciatori. Ora la storia rischia di ripetersi, a 49 anni di distanza. La sorveglianza della polizia municipale non basta così si è fatta avanti una ditta di vigilanza privata, la Sicurtransport, che fornirà il servizio gratuitamente.

Riassumendo. A Palermo un asilo per la cui apertura ci sono voluti quasi cinquant’anni deve essere sorvegliato come un Palazzo di giustizia, e il Comune, cioè lo Stato, è costretto a ricorrere al volontariato dei privati per garantirne la sicurezza.

Ragiona Vito Riggio, ex presidente dell’Enac ed esperto di cose palermitane: “È una piccola opera pubblica ma anche un servizio comunitario essenziale per rendere credibili le molte sparate populiste sul recupero delle periferie e la salvaguardia dei minori, che riempiono la bocca di modesti ciarlatani, vuoti retori manipolatori di parole. Parole al vento, considerato lo stato pietoso in cui versano le aree anche meno periferiche di una città che fu un tempo ricca di cultura e di bellezza”.

A parlare di progetti palermitani sospesi, rinviati, dimenticati, finiti male, si finisce inesorabilmente per citare la madre di tutte le incompiute: la Circonvallazione. Si tratta di una grande strada, lunga 12 chilometri, che collega l’autostrada Palermo-Catania con l’autostrada Palermo-Mazara del Vallo. Pianificata negli anni ’50 e rimaneggiata ogni ventennio, ancora oggi non è stata completata. Ricorda Antony Passalacqua, tra i fondatori di Mobilita Palermo, un’associazione che da 16 anni si occupa di territorio e qualità della vita: “La circonvallazione oggi risulta ancora incompiuta. Mancano all’appello il sottopasso Perpignano, il sottopasso presso lo svincolo Oreto, vari sovrappassi pedonali per consentire l’attraversamento in sicurezza delle corsie. Troppi soldi sono stati spesi per i sottopassi pedonali, vere infrastrutture mangiasoldi per via dei costanti interventi di ristrutturazione dovuti alla continua umidità. Alcuni di essi sono ancora chiusi e servono solo come discariche abusive e ricovero di tossicodipendenti. Mancano inoltre i pannelli a messaggio variabile che possano allertare per tempo gli automobilisti in caso di incidenti. Mentre di alcuni sovrappassi restano solo i rendering”.

Così è Palermo. Progetti e parole, memoria ostentata e dimenticanza garantita, retorica sconfinata e politica angusta. L’esempio dello Sperone è cruciale. Non è lo Stato che ha avuto l’idea di colorare gli anonimi palazzoni grigi coi murales di grandi artisti contemporanei. O di moltiplicare l’unicità della santa patrona, Rosalia, in centinaia di “Rosalie Ribelli” che fanno festa unendo il quartiere sotto un carro trionfale della Santuzza prima abbandonato e poi, per loro merito, restaurato. Non è lo Stato che guarda ai bambini come soluzione e non come problema, investendo sulla tutela dell’infanzia come se dovesse stipulare una polizza di assicurazione: un asilo vale infinitamente più di mille conferenze. Sono gli insegnanti, i ragazzi e i loro genitori, gli abitanti del quartiere. Sono quelli che restano e che vedono sfilare per cinquant’anni professionisti della promessa aggratis manco in grado di garantire il funzionamento di una scuola che dia un tetto ai bambini e un rifugio ai genitori.

Nella consunzione della politica si diluiscono ragionamenti sul recupero delle periferie che sono utili solo per far sembrare elevato il discorso. Oggi in Sicilia il terreno più fertile dell’antimafia è nei salotti borghesi e nelle terrazze dei lussuosi appartamenti nel centro storico. Da lì si guardano con distacco le miserie della melma criminale sottostante e si scruta l’orizzonte delle periferie, dove alligna il male più comodo: quello in cui la narrazione è una cosa, il narrato un’altra.

Questo accade a Palermo dove da quasi cinquant’anni un asilo costruito, abbandonato, devastato, occupato abusivamente, convertito a rifugio di spacciatori, ricostruito, disabitato e ancora chiuso non riesce a ospitare i suoi trenta piccoli ospiti.

Un asilo che non piace alla mafia e che non interessa all’antimafia. Un asilo che non ha neanche un nome.




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Gery Palazzotto per Il Foglio

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