Dell’ultimo giorno di Piano Piano cosa potrei raccontarvi?
Difficile. Molto difficile, visto che lungo corso Ovidio in sei ore si sono susseguiti ventisei spettacoli.
E allora scelgo di raccontarvene uno solo.
Quello di Sofia Desiati, una giovane pianista che nel pomeriggio ha aperto gli spettacoli alla Rotonda di San Francesco.
Sofia con le parole fa fatica a raccontarsi. Ha trovato nel pianoforte un’altra possibilità per farlo, come ci spiega sua mamma Gianna.
Sofia, a soli dieci giorni di vita, ha avuto un episodio di ipossia cerebrale che ha lasciato conseguenze importanti sul suo sviluppo psicomotorio; rientra inoltre nello spettro autistico.
È anche per questo che quello che accade davanti al pianoforte assume un valore ancora più grande: Sofia non legge la musica, impara i brani a memoria e riesce poi a riportarli sui tasti, trasformando studio, esercizio e memoria in una possibilità concreta di esprimersi.
Accanto a lei c’è la sua maestra, Micaela Faiella, che l’ha accompagnata al pianoforte e che la segue in questo percorso tutt’altro che semplice o scontato, con una presenza fatta soprattutto di empatia e attenzione. E siccome nulla viene a caso: Faiella insegna nella Scuola di musica di Introdacqua e torniamo sempre a casa.
Nella sua presentazione Gianna usa una parola che diciamo spesso e che qualche volta rischiamo persino di svuotare: inclusione.
Mentre ascolto Sofia penso che forse l’inclusione è proprio una cosa semplice come questa. Essere lì. Avere il proprio posto. Poter dare agli altri qualcosa di sé.
Per quei pochi minuti e per quei tre brani Sofia non è qualcuno che deve essere incluso. È una pianista che sta suonando per noi.
E noi siamo lì ad ascoltarla.
Anche lei ha regalato alla città un momento di bellezza e, forse, ci ha ricordato che ognuno può restituire qualcosa agli altri. Anche soltanto la gioia di condividere ciò che ama.
Gianna dice che la musica ha salvato la vita di Sofia e che ogni conquista è fonte di una felicità infinita.
Mi sembra un bel modo per cominciare a raccontare l’ultimo giorno.
Perché oggi finisce anche questa mia strana esperienza da volontaria del Muntagninjazz.
E allora la domanda me la faccio: ma il festival, visto da dentro, che effetto fa?
È diverso.
Alcune cose le immagini. Altre le scopri.
Intanto mi sono sentita più giovane.
Ci avete mai pensato? Quando ascoltiamo la musica il tempo fa cose strane. A volte torna indietro, perché basta un brano per riportarti in un posto in cui non eri più da anni. Altre volte invece si ferma. Sei lì, ascolti e per qualche minuto senti perfino il tuo respiro andare dietro alle note.
Forse anche per questo, in queste settimane, ho perso un po’ il conto dei giorni.
Ieri sera ho scelto di ascoltare l’ultimo concerto in mezzo agli organizzatori e ai tecnici.
Per la prima volta mi sono sentita davvero parte del gruppo.
E allora adesso voglio portarvi lì dentro con me.
Facile cominciare da Daniele Quaglieri, presidente dell’associazione, che si è trovato a raccogliere una delle eredità più difficili.
Quella di Valter Colasante.
Se lo avete conosciuto sapete cosa voglio dire. Se non lo avete conosciuto, forse potete comunque immaginarlo attraverso quello che ha lasciato.
Valter aveva sognato musica di qualità tra le nostre montagne e dentro i nostri paesi. Per tanto tempo Muntagninjazz e Valter sono sembrati quasi la stessa cosa. Quando lo abbiamo perso, due anni fa, insieme al dolore c’è stato anche lo smarrimento. La paura che senza di lui potesse finire anche tutto questo.
Invece Valter aveva fatto quello che sanno fare le persone capaci di guardare più lontano.
Aveva seminato.
Aveva creato il futuro.
E forse non poteva che essere così per uno che amava il jazz. Perché la musica, quella fatta insieme, ti insegna una cosa abbastanza semplice: puoi essere bravissimo, ma non suoni da solo. Devi ascoltare chi hai accanto. Devi sapere quando entrare e quando lasciare spazio.
Valter aveva costruito un gruppo.
Ed è quello il patrimonio più grande che ha lasciato.
Daniele è un uomo riservato. Ti ascolta con serietà e prima di rispondere sembra prendersi sempre qualche secondo in più. Del resto è anche un musicista, e forse questa cosa dell’ascolto ce l’ha dentro più di altri. Dietro le sere che noi viviamo con leggerezza c’è il suo lavoro di un anno intero, insieme a quello di una grande famiglia che continua a camminare.
Poi ci sono i volontari.
Quelli che sanno già dove deve andare una sedia, cosa manca, chi bisogna chiamare, cosa va sistemato. E quelli nuovi, come me, che all’inizio pensano semplicemente di dover staccare qualche biglietto e poi si ritrovano a raccontare tutto questo.
Lo fanno perché esiste uno scopo comune.
Fare qualcosa per il proprio territorio. Fare qualcosa per gli altri.
E continuare ad avere quella strana, ostinata convinzione che la bellezza serva davvero.
Poi ci sono i tecnici.
Quelli che arrivano prima e vanno via dopo. Quelli che abbiamo visto correre a coprire gli strumenti quando è arrivata la pioggia e ricominciare appena il cielo ci ha dato tregua.
FG Music e Fracassi accompagnano da anni il festival. Sono lì per lavorare, certo. Ma in queste settimane ho visto professionalità, disponibilità e soprattutto quella capacità di trovare una soluzione quando qualcosa decide di non andare secondo programma.
E in un festival all’aperto, qualcosa decide sempre di non andare secondo programma.
Questa era l’edizione del ventennale.
Vent’anni sono tanti, soprattutto per un progetto nato qui, nell’entroterra abruzzese, e cresciuto portando la musica dove forse prima non ci saremmo aspettati di trovarla.
E allora mi sono chiesta anche questo: cosa è cambiato a Sulmona e nella Valle Peligna da quando Muntagninjazz ha cominciato a suonare?
Credo che abbiamo imparato ad ascoltare.
Abbiamo incontrato musicisti che altrimenti avremmo dovuto cercare molto lontano. Abbiamo scoperto suoni che non conoscevamo e cominciato persino a distinguere una tromba dall’altra, un modo diverso di toccare il pianoforte, il suono di un contrabbasso.
Ma soprattutto abbiamo capito che non bisogna necessariamente andare altrove perché accadano cose belle.
Possono succedere qui.
A Introdacqua, in una piazzetta piena di sedie verdi. Dentro il cortile del Comune. Sotto le stelle. Su un sentiero. In piazza XX Settembre con i bambini che corrono mentre qualcuno suona. Lungo corso Ovidio quando sembra Pasqua e non riesci a fare dieci metri senza incontrare qualcuno.
Forse il sogno di Valter ha fatto proprio questo: ha messo in movimento altre persone.
E quelle persone ne hanno coinvolte altre ancora.
Io, quest’anno, sono finita dentro quel movimento quasi per caso. Pensavo di dare una mano e invece sono tornata a casa ogni sera con qualcosa.
Una canzone. Una faccia. Una storia. Una risata. Qualche volta una riflessione che non avevo previsto.
E tante parole da scrivere.
Adesso Note a valle si ferma qui.
Il Muntagninjazz no.
A novembre torneremo a Spazio Pingue e all’Osteria del Tempo Perso, in quelle dimensioni più raccolte che sanno di jazz club.
Ci ritroveremo ancora, ascolteremo altra musica e torneremo a fare quella cosa che in queste settimane abbiamo fatto così bene: comunità.
E quando tornerà luglio aspetteremo di nuovo che le note escano dalle stanze, attraversino i paesi, salgano sulle montagne.
Fino a sfiorare il cielo.
Io, questa volta, so già che ci sarò.
Liana Moca
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