“Jovanotti se n’è andato.
Dopo poche ore di sonno e qualche schiaffo all’adrenalina, probabilmente è già in sella alla sua magica bicicletta, insieme alla sua squadra di ciclisti, alcuni dei quali ex professionisti. Starà pedalando verso Palermo, poi Napoli, Bari e infine Roma, dove concluderà il tour al Circo Massimo, il sogno di ogni artista.
Il suo tour è praticamente tutto sold out. I suoi fan vogliono esserci, vogliono avere in mano quel biglietto da conservare, magari riuscendo anche a farselo autografare.
Perché Jovanotti è anche questo: un artista generoso, ancora fortemente giovanile nello spirito, capace di incontrare il proprio pubblico e di ringraziarlo per i sacrifici che fa per seguirlo.
A Germaneto di Catanzaro sono arrivati in migliaia. Hanno viaggiato per ore, aspettato, cantato, ballato e poi sono tornati a casa stanchi e felici. Una vera «giornata in nottata», come mi piace definirla: un lungo giorno cominciato con il viaggio, proseguito con il concerto e concluso con il ritorno a casa, magari continuando a rivivere nel letto quelle ore di sana follia.
Io non ci sono andato, per le ragioni che avevo già spiegato nel precedente articolo. Eppure, guardando alcuni spezzoni del concerto, ho provato ciò che, conoscendomi, avevo previsto: un leggero rammarico, quasi un pentimento, per non esserci stato.
Perché a certe manifestazioni bisogna andarci.
Non necessariamente per partecipare, ma per osservare. Per capire. Per scoprire quanta energia, quante aspettative e quante emozioni si muovano dietro un fenomeno capace di coinvolgere migliaia di persone.
Un concerto, qualche volta, non è soltanto un concerto.
È anche un fenomeno sociale.
Non è soltanto musica, canti e balli. È il momento nel quale migliaia di persone, appartenenti a generazioni diverse, si incontrano, condividono emozioni e per qualche ora si sentono parte di qualcosa.
E questo, oggi, merita attenzione.
Viviamo in una società nella quale avvertiamo sempre più un vuoto di ideali e di tensione morale, mentre crescono solitudini, paure, conflittualità e violenze. Un tempo intere generazioni erano unite da un ideale, da un’aspirazione, da un sogno collettivo. Oggi quella dimensione appare molto più fragile.
Per questo fenomeni come il Jova Party vanno osservati senza pregiudizi.
Ma vanno anche osservati per quello che sono.
In questi giorni qualcuno ha fatto i conti in tasca a chi ha comprato il biglietto: il prezzo dell’ingresso, i viaggi, il carburante, i parcheggi, le bevande, i gadget.
Il conto può essere alto.
Ma è una scelta individuale.
Chi considera troppo caro il prezzo è libero di non andarci. Chi decide di spendere quei soldi per vivere quell’esperienza è altrettanto libero di farlo.
Il mercato funziona così: domanda e offerta determinano il prezzo.
Se un artista riesce a richiamare decine di migliaia di persone, significa che esiste una domanda forte. È accaduto recentemente anche con Ultimo, capace di portare cinquecentomila giovani a Tor Vergata.
Sono fenomeni che si ripetono nella storia, soprattutto nei periodi di passaggio tra una fase e l’altra della vita delle società.
Il vero problema, dunque, non è stabilire se un ragazzo abbia fatto bene o male a spendere cento, duecento o trecento euro per vivere una giornata come quella.
Il tema, semmai, è un altro: quanto costa l’evento alla collettività?
Quanto pesa sulle città che lo ospitano? Quante risorse pubbliche vengono impiegate? Quale ritorno producono? E soprattutto: quanto di quel costo viene sostenuto da tutti, compresi coloro che al concerto non sono andati e non sarebbero mai andati?
Sono domande legittime.
Perché non bisogna dimenticare una cosa essenziale: il concerto è un’iniziativa privata. È promosso da soggetti privati, a sostegno di un artista che svolge un’attività privata. E, come ogni attività economica privata, ha anche un obiettivo economico: il guadagno.
La festa di Germaneto, dunque, è stata un concerto.
Un bellissimo concerto.
Spettacolare, coinvolgente, emozionante.
Ma pur sempre un concerto.
E Jovanotti è un bravissimo e amatissimo cantante.
Non è, però, un filosofo.
Non è un profeta.
Non è il salvatore della Calabria.
Ed è proprio qui che, secondo me, bisogna fermarsi.
Catanzaro e la Calabria sono state scelte perché rappresentavano un luogo nel quale l’investimento privato poteva produrre risultati importanti. Jovanotti e la sua organizzazione hanno fatto ciò che ogni organizzazione privata deve fare: individuare luoghi, pubblico e condizioni capaci di garantire il successo dell’evento.
Se le amministrazioni locali e regionali hanno contribuito alla sua realizzazione, direttamente o indirettamente, questo è un altro tema. Va valutato con trasparenza, equilibrio e numeri alla mano.
Ma una cosa va riconosciuta senza esitazioni.
Jovanotti ha fatto bene.
Ha portato entusiasmo, energia, voglia di vivere, ottimismo.
Ha parlato ai giovani, ma anche ai sessantenni come lui. Ha trasmesso l’idea che una vita diversa, più ricca di ideali e di speranze, sia ancora possibile. Ha ricordato che l’amore, la fiducia e la voglia di stare insieme possono essere forze positive.
Io, da padre, da ultrasessantenne, da maestro e da uomo impegnato nel sociale e nella politica, questi messaggi li riconosco e li accolgo con gratitudine.
Ma questo è.
Non oltre questo è il Jova Party calabrese.
Chi, tra coloro che hanno responsabilità istituzionali, volesse andare oltre, trasformando l’artista in una sorta di nuovo profeta del riscatto calabrese, commetterebbe un errore.
E non soltanto culturale.
Anche politico.
La Calabria ha bisogno di altro.
Ha bisogno di risposte concrete alla povertà crescente, alla difficoltà di trovare lavoro stabile, alla solitudine dei giovani, alle paure di tanti padri e tante madri che guardano al futuro dei propri figli senza sapere come affrontarlo.
Questi problemi non possono essere risolti da un concerto.
E nemmeno da un cantante, per quanto bravo e amato.
Per questo ho provato una certa irritazione nel vedere uomini e donne delle istituzioni fare la fila per incontrare Jovanotti e, in alcuni casi, presentarlo quasi come un nuovo eroe del riscatto della nostra terra. Un filosofo. Un salvatore.
Un rivoluzionario.
Un uomo capace di ribaltare poteri e potenti.
Quali poteri? Quali potenti? E dove se quando ne abbiamo la possibilità e noi stessi il potere di abbatterli, di batterli, veneriamo anch’essi come grandi maestri e padri che ci darebbero tutto, e invece ci lasciano nella miseria e della nostra ricchezza territoriale e culturale ed umana si appropriano?
Qui occorre misura.
Gli artisti possono influenzare profondamente le società. Possono persino cambiarle.
Ma bisogna distinguere.
Noi della mia generazione abbiamo conosciuto artisti che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, seppero diventare molto più che musicisti.
I Beatles, Joan Baez, i Rolling Stones, John Lennon. E poi Jimi Hendrix, Louis Armstrong, Aretha Franklin, Bob Dylan.
Artisti che furono anche protagonisti di una stagione storica. Voci della protesta contro la guerra, contro le discriminazioni, contro le ingiustizie. Figure che contribuirono, attraverso la musica, a dare forza a battaglie di civiltà, libertà e democrazia.
Non erano soltanto cantanti.
Erano interpreti di una trasformazione culturale.
Ecco perché, da giovane di quella stagione, ho sentito quasi un graffio sulla pelle vedendo il corteo di rappresentanti istituzionali in attesa di incontrare Jovanotti e ascoltandolo talvolta celebrare come un filosofo della nuova Magna Grecia o come un profeta del nuovo avvento. No.
Jovanotti è un bravo cantautore.
Dice cose positive.
È un grande uomo di spettacolo.
È una bella persona.
E può fare molto bene quello che sa fare.

Ma non facciamone un filosofo o un profeta.
Detto questo, voglio andare piacevolmente in contraddizione con me stesso.
Perché il Jova Party ha fatto bene.
A tutti.
Non soltanto ai suoi fan.
Che siano stati trentamila, e che trentamila siano pochi o molti, non è questo il punto.
Il punto è che un uomo di sessant’anni, pieno di energia e creatività, è riuscito a divertirsi e a far divertire decine di migliaia di persone.
E se da questo ha guadagnato denaro, tanto o poco, non c’è nulla di cui scandalizzarsi. Se lo è meritato.
Mi interessa molto di più che tutto si sia svolto in sicurezza.
Qui il merito va alle forze dell’ordine, al questore e a tutti coloro che hanno lavorato perché quell’enorme afflusso di persone potesse essere gestito senza incidenti.
Mi interessa che i trentamila spettatori siano stati bene e abbiano potuto defluire tranquillamente.
Mi interessa che quella piccola e bellissima comunità che ha ospitato l’evento non abbia subito danni o disturbi significativi.
E mi interessa soprattutto che Catanzaro abbia dimostrato ancora una volta di essere all’altezza di una grande manifestazione.
Ordine nel traffico, sicurezza, organizzazione, accoglienza.
Anche la Polizia locale e il suo comandante hanno svolto il loro compito.
E qui il merito va riconosciuto, senza strumentalizzazioni politiche, all’Amministrazione comunale e al sindaco.
Ci sarà tempo per discutere, se necessario, di contrasti, responsabilità e conflitti.
Ma oggi bisogna anche saper riconoscere ciò che ha funzionato.
Il Jova Party ci ha lasciato, dunque, una cosa importante.
Non un nuovo filosofo.
Non un profeta.
Non un salvatore della Calabria.
Ci ha lasciato una festa riuscita, migliaia di persone felici e una città che ha dimostrato di poter essere all’altezza delle grandi occasioni.
Questo significa che Catanzaro, quando vuole — o quando glielo consentono — resta ancora una città bella. Sana. Colta e fiera.
Aperta, generosa, accogliente.
Quando vuole.
O quando glielo si consente, appunto”.
Franco Cimino
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Cristina Rotundo
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