C’è un passaggio nella nota della Prefettura di Frosinone, arrivata ieri al Comune capoluogo, che vale più di qualsiasi disquisizione giuridica, più dei richiami al TUEL e allo Statuto, più dei pareri pro veritate di insigni cultori della materia amministrativa. (Leggi qui: Caos Presidenza d’Aula a Frosinone: ecco cosa dice il parere della Prefettura).
È la frase finale, quella che chiude il documento con l’eleganza formale dell’amministrazione dello Stato e, insieme, con la nettezza di un rimprovero politico:
«Si rappresenta, comunque, che soltanto il consiglio comunale, nella sua autonomia ed in quanto titolare della competenza a dettare le norme cui conformarsi in tale materia, è abilitato a fornire un’interpretazione autentica delle norme di cui lo stesso si è dotato».
Traduzione dal burocratese
Tradotto dal felpato burocratese: cari consiglieri, lo Statuto l’avete votato voi, il Regolamento ve lo siete scritti voi, il Presidente del Consiglio lo dovete individuare ed eleggere voi. Non il Prefetto, non il Ministero dell’Interno, non il professor Enrico Michetti, chiamato in soccorso come giurista di grido, quando la politica ha smesso di decidere e ha iniziato a cercare scialuppe tecniche.
Sul piano strettamente amministrativo, la nota dell’Ufficio Territoriale del Governo chiarisce che il vicepresidente vicario può convocare il Consiglio comunale, garantire la continuità istituzionale e portare l’aula all’elezione del nuovo Presidente e dei componenti dimissionari dell’Ufficio di Presidenza, trattando, eventualmente, anche argomenti urgenti. E questo è stato fatto, dal giorno delle dimissioni dell’ex Presidente Massimiliano Tagliaferri, fino ad oggi, in piena legittimità.
Ma il punto non è questo.
La questione viene riportata dove doveva restare
Il punto è che, dopo mesi di fumate nere, di polemiche, di lettere, quesiti al Viminale, pareri richiesti a giuristi esterni e interpretazioni incrociate dello Statuto, la Prefettura chiude il cerchio, riportando la questione dove sarebbe dovuta restare fin dall’inizio: dentro l’Aula consiliare.
Qui non si parla più di interpretazioni, di norme, regolamenti e Statuti. Si è di fronte a un vero e proprio cortocircuito politico. La vicenda del Presidente del Consiglio comunale di Frosinone ha assunto da tempo contorni kafkiani: sedute convocate tra dubbi di legittimità, lettere di undici consiglieri al Prefetto e al Ministero per chiedere chi possa convocare l’aula, pareri tecnici che si inseguono, come se il problema fosse capire quale articolo di un testo normativo debba prevalere. E non piuttosto trovare 17 voti su un nome condiviso. (Leggi qui: Undici consiglieri scrivono a Prefetto e Ministero: delibere dubbie a Frosinone. E poi: (Leggi qui: Undici consiglieri scrivono al Prefetto per il visto di legittimità delle sedute).
La Prefettura, con eleganza, lo dice chiaramente: l’interpretazione autentica delle norme spetta al Consiglio comunale. Non al Viminale, non al professore di diritto amministrativo, non al consigliere anziano evocato come clausola di chiusura. In sostanza, l’Ufficio del Governo ricorda che rivolgersi ad altre autorità per togliere le castagne dal fuoco sposta il problema, non lo risolve. È come chiedere al notaio di certificare un matrimonio che nessun prete vuole celebrare.
Il cuore politico: 17 voti che non si trovano
Il cuore politico della vicenda sta tutto qui. E investe in pieno una maggioranza che, sulla carta, dovrebbe essere in grado di eleggere il Presidente del Consiglio con 17 voti, ma che nella pratica si scopre incapace di convergere su un nome.
E se una maggioranza non riesce a esprimere il «garante dei lavori», diventa difficile continuare a chiamarla maggioranza: né numerica né politica. È piuttosto un gruppo di consiglieri che, ogni tanto, votano allo stesso modo, soprattutto quando si tratta di tutelare la cadrega.
La nota della Prefettura, pur promuovendo la legittimità degli atti del Consiglio e dell’operato del vicepresidente vicario, mette in controluce questa fragilità: la continuità amministrativa è salva ma la credibilità politica dell’aula è in caduta libera.
Le partite vere: comunali, politiche, regionali
Qui la questione smette di essere un dibattito su articoli e commi e diventa un test di tenuta della coalizione che sostiene Mastrangeli. Sulla presidenza del Consiglio si stanno giocando ben altre partite, che guardano alle Comunali del prossimo anno, alle Politiche 2027 e alle Regionali del 2028: prove muscolari che appassionano solo chi le esercita, non certo i cittadini di Frosinone.
La verità, vera e brutale per qualcuno, è che ai cittadini del capoluogo la poltrona del Presidente del Consiglio comunale interessa quanto a un eschimese siglare una fornitura con un rappresentante di una ditta di frigoriferi. La carica è certamente ben remunerata (pecunia non olet) ma proprio non scalda l’opinione pubblica, che invece misura la politica su strade, servizi, mobilità, manutenzioni, verde pubblico. Non su chi presiede l’aula.
E Mastrangeli, da tempo in modalità campagna elettorale, lo sa benissimo. Per questo presidia militarmente ogni cantiere, ogni strada asfaltata, ogni inaugurazione, ogni taglio del nastro. Sta sul pezzo praticamente h24.
La responsabilità rimessa dove deve stare
La Prefettura ha fatto il suo mestiere: ha chiarito il quadro normativo, ha certificato la legittimità degli atti, ha indicato il perimetro dei poteri del vicepresidente vicario. Ma ha anche, con quella frase finale, rimesso la responsabilità dove deve stare: nell’Aula consiliare.
Se il Consiglio comunale non è in grado di eleggere il proprio Presidente (peraltro a dieci mesi dalle elezioni, caso unico in Italia) il problema non è lo Statuto: è la massima assise cittadina. Nello scenario attuale, il Consiglio Comunale di Frosinone non sta facendo una bella figura. La Prefettura, con guanto di velluto e impeccabile stile istituzionale, lo ha messo nero su bianco.
E nessun richiamo istituzionale, per quanto garbato ma difficilmente equivocabile, potrà da solo rimettere ordine e restituire autorità lì dove manca la volontà di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Il celebre economista inglese Josiah Stamp una volta disse: «È facile eludere le nostre responsabilità, ma non possiamo eludere le conseguenze dell’aver eluso le nostre responsabilità».
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