di Roberto Malini – Comitato PESARO: NO GNL; Comitato Pesaro città d’arte e cultura

Una città che distribuisce acqua con le autobotti, discute da anni di impianti industriali controversi, taglia alberi maturi e trasforma beni storici mentre i cittadini devono battersi per ottenere controlli e trasparenza ha un problema che va oltre la singola emergenza. È un problema di metodo, di priorità e, soprattutto, di futuro.

A Ferragosto Pesaro ha scoperto una cosa che dovrebbe essere impensabile in una città europea del 2026, ovvero che non si può dare neanche l’acqua per scontata. Nei giorni fra il 14 e il 17 agosto tre rotture della condotta principale hanno provocato una grave crisi idrica. Sono stati allestiti sei punti di distribuzione, mobilitate undici autobotti, distribuite 10 mila bottiglie d’acqua e raggiunte a domicilio circa 150 famiglie fragili. Per giorni, cittadini, alberghi, attività economiche e strutture sensibili hanno dovuto organizzare la propria vita intorno a una domanda vitale: dove prendere l’acqua? Bisogna riconoscere che Comune, Protezione civile, volontari e tecnici hanno reagito all’emergenza. Una buona gestione dell’emergenza, tuttavia, non può sostituire la prevenzione di crisi idriche. Marche Multiservizi aveva già annunciato a luglio un investimento da 22,6 milioni di euro per il relining strutturale di un tratto dell’acquedotto principale, quello che serve circa 220 mila cittadini della provincia, con lavori previsti entro la fine del 2026. È una buona notizia. Ma è anche la conferma ufficiale che esiste una fragilità infrastrutturale tale da richiedere un intervento di enorme portata. Dopo tre rotture in pochi giorni, non basta quindi ripetere che la siccità sottopone le condotte a stress. Occorre spiegare pubblicamente, con perizie e dati accessibili, perché questa infrastruttura si rompe, quali tratti sono a maggiore rischio, come sono stati realizzati, come sono stati mantenuti e perché gli interventi strutturali arrivano soltanto ora. Non servono processi sommari. Serve qualcosa di molto più serio: trasparenza tecnica. Ed è proprio la trasparenza il filo che collega l’acqua agli altri problemi ambientali della città.

E adesso parliamo dell’aria

Sarebbe ingiusto descrivere Pesaro come una città permanentemente fuori legge per l’inquinamento atmosferico. I dati ARPAM relativi al 2025 indicano anzi un miglioramento generale, visto che nelle Marche tutte le stazioni sono rimaste entro il limite annuale previsto per il PM10 e il 2025 è risultato favorevole rispetto agli anni precedenti. Ma una media annuale positiva non rende irrilevanti i picchi. Il 15 gennaio 2026 la centralina di via Scarpellini ha raggiunto 93 µg/m³ di PM10, quasi il doppio del valore limite giornaliero di 50 µg/m³. E proprio il 15 gennaio il Comune ha emanato le ordinanze con le misure contingenti previste dal piano regionale per limitare traffico, emissioni produttive e utilizzo di impianti a biomassa, rimaste in vigore fino al 15 aprile. Un picco non dimostra da solo un fallimento della politica ambientale. Ma indica una vulnerabilità. E una città che vuole definirsi sostenibile deve misurarsi non soltanto con ciò che la legge consente oggi, ma con ciò che la scienza sanitaria considera accettabile e con i limiti europei più severi che ci attendono.

Il nostro territorio non parte da “inquinamento zero”

C’è poi un elemento geografico che non può essere ignorato. Pesaro non respira a pieni polmoni e senza criticità, perché la sua posizione sull’Adriatico la espone anche al trasporto di masse d’aria e di inquinanti provenienti da aree lontane, mentre la Pianura Padana rappresenta uno dei grandi bacini europei nei quali conformazione geografica e condizioni meteorologiche favoriscono l’accumulo delle sostanze inquinanti. Non tutto ciò che arriva nell’aria di Pesaro può quindi essere governato dal Comune. Ma proprio questa è una ragione in più — non una in meno — per applicare il principio di precauzione. A un carico ambientale che in parte non possiamo controllare non dovremmo aggiungere nuove fonti evitabili di rischio e di emissione. E c’è una domanda sanitaria che merita risposte aggiornate. I dati storici del Registro Tumori delle Marche hanno evidenziato nella provincia di Pesaro-Urbino eccessi significativi per alcune patologie oncologiche — fra queste, nel periodo 2010-2012, il tumore dello stomaco. È importante saperne di più, con nuove ricerche delle cause rispetto a patoloigie così rilevanti. Il Registro regionale è stato finalmente aggiornato nel 2026 con i dati 2017-2021, ma il rapporto pubblicato è regionale, mentre sul sito istituzionale le ultime elaborazioni specifiche per provincia indicate sono ancora quelle relative al 2013-2015. Perché non rendere disponibile anche un aggiornamento epidemiologico puntuale per Pesaro e per la sua provincia? Quando si discutono nuovi impianti, qualità dell’aria e trasformazioni ambientali, conoscere l’evoluzione reale dello stato di salute della popolazione non è allarmismo, ma prevenzione.

GNL, perché la difesa del territorio e della salute è condotta dai cittadini e non dalle istituzioni?

Poi c’è la Tombaccia. Dall’inizio del 2025 cittadini e comitati chiedono una posizione inequivocabile sul progetto di riconversione del deposito Fox Petroli in impianto di liquefazione e stoccaggio di GNL in prossimità del Foglia e dell’abitato. Nell’aprile 2025 il Comitato Pesaro: No GNL arrivò a consegnare una lettera aperta al sindaco proprio per chiedergli una presa di posizione pubblica e netta. Nel frattempo il quadro è cambiato. Il nuovo Piano di Assetto Idrogeologico ha introdotto prescrizioni molto più stringenti per quell’area e la Regione ha chiarito che la realizzabilità dell’impianto rimane subordinata ai necessari atti tecnici, tra cui il nulla osta di fattibilità del Comitato Tecnico Regionale e il parere dell’Autorità di Bacino. Senza tali condizioni il progetto non può essere realizzato. La domanda politica però rimane e dobbiamo chiederci perché su questioni di questa portata il cittadino deve trasformarsi in investigatore, archivista, tecnico, giurista e sentinella del territorio. La partecipazione civile dovrebbe integrare l’azione delle istituzioni, non sostituirla.

Un laboratorio BSL-3 in area urbana: le rassicurazioni non bastano da sole

Lo stesso principio vale per il progetto della nuova struttura dell’Istituto Zooprofilattico alla Torraccia, comprendente un livello di biosicurezza BSL-3. Un progetto che non è ancora decaduto ufficialmente e che si teme possa essere ripresentato. Il Comune ha sempre sostenuto che la struttura sia sicura e che non vi siano previste attività sperimentali come quelle paventate da alcuni oppositori. Va ribadito con chiarezza che non è corretto descrivere il progetto come un laboratorio segreto destinato a esperimenti pericolosi. L’amministrazione e l’Istituto hanno pubblicamente respinto questa rappresentazione. Ma proprio perché si tratta di una struttura BSL-3, collocazione, rischio idraulico, gestione dei reflui, sistemi di contenimento e procedure di emergenza meritano una discussione pubblica di livello molto superiore alla formula «è tutto sicuro». La sicurezza non deriva da dichiarazioni, ma da dimostrazioni su base scientifica.

Fronte del porto

Anche sul dragaggio bisogna essere precisi. Nel 2026 sono stati programmati e realizzati interventi alla foce del Foglia e nel porto. Alla foce è stata rimossa una barra composta principalmente da sabbia, ghiaia e limo, con ricollocazione del materiale nelle pertinenze fluviali; nel porto l’Autorità di Sistema Portuale ha previsto lo spostamento di circa 6 mila metri cubi di sedimenti, ricollocandoli all’interno dell’ambito portuale. Dunque sarebbe improprio sostenere, senza analisi, che questi materiali siano semplicemente «scaricati nell’Adriatico». Ma il principio da rivendicare è quello che ogni movimentazione di sedimenti provenienti da un fiume e da un’area portuale debba essere accompagnata dalla massima trasparenza sulla loro caratterizzazione chimica e ambientale. Analisi, campionamenti, metodologie e risultati dovrebbero essere facilmente disponibili ai cittadini.

Tagliare un albero maturo non equivale a piantarne uno nuovo

Pesaro discute anche del proprio verde. Il piano 2026 di Aspes ha previsto 65 abbattimenti e 147 nuove piantumazioni; tra gli alberi destinati alla rimozione figurano anche esemplari tutelati, per i quali le relazioni tecniche indicano ragioni di sicurezza. È giusto ricordarlo: non ogni abbattimento è uno scempio e un’amministrazione ha il dovere di intervenire quando un albero rappresenta realmente un pericolo. Ma è altrettanto vero che un albero di quaranta, sessanta o cento anni non viene ecologicamente sostituito il giorno in cui si pianta un giovane esemplare. Ombra, assorbimento delle polveri, raffrescamento urbano, habitat e valore paesaggistico richiedono decenni per ricostituirsi. Anche al Miralfiore l’approccio dovrebbe essere prima di tutto naturalistico. Il Comune ha installato nuove recinzioni anti-scavalcamento, potenziato l’illuminazione e realizzato interventi di pulizia e sicurezza. Sono esigenze reali, ma un parco di tale valore non può essere amministrato soltanto come uno spazio da mettere in sicurezza. Deve essere trattato come un ecosistema urbano storico, affidando ogni trasformazione a competenze botaniche, forestali e naturalistiche adeguate.

Rispetto di una cultura millenaria

Persino il patrimonio storico pone interrogativi gravi e ancora irrisolti. Una parte dell’ex ospedale psichiatrico San Benedetto, complesso neoclassico di enorme valore storico e memoriale, è destinata a ospitare 38 appartamenti di housing sociale, oltre a servizi e spazi pubblici. Il progetto è formalmente un restauro e risanamento conservativo finanziato nell’ambito del PINQuA. Si può essere favorevoli all’housing sociale e, contemporaneamente, porre una domanda culturale ovvero quale sia la vocazione primaria di un luogo così carico di storia? Quanto spazio debba essere riservato alla conservazione della sua memoria, alla ricerca, alla cultura, alla testimonianza? Non tutto ciò che può essere rifunzionalizzato deve necessariamente diventare edilizia residenziale. E i tempi contano. Se vogliamo capire quale idea di patrimonio culturale abbia Pesaro, basta guardare al Complesso della Misericordia, detto delle “Zoccolette”, uno dei luoghi più pregiati singolari del Settecento pesarese. Il Conservatorio e la chiesa, inaugurati nel 1772, sono opera di Giannandrea Lazzarini e Tommaso Bicciaglia, giganti dell’architettura marchigiana. Era già all’origine complesso tutelato, donato a Pesaro dai due architetti e nato per accogliere giovani donne fragili. Ancora oggi è portatore di una parte irripetibile della storia sociale e culturale della città. Su questo bene sono stati destinati oltre 5,1 milioni di euro, per un progetto che prevede tredici alloggi di edilizia residenziale pubblica e spazi socio-culturali e socio-sanitari. Il problema non è l’housing sociale: Pesaro ha bisogno di case accessibili. Il problema è perché realizzarle proprio dentro un complesso monumentale settecentesco, imponendo trasformazioni profonde a un’architettura rara e irripetibile. L’intervento del Comitato Pesaro città d’arte e cultura aveva già ottenuto un confronto con Comune, ERAP e Soprintendenza e maggiori cautele, soprattutto per l’Oratorio. Eppure il Comitato segnala e documenta oggi lo smontaggio della copertura settecentesca del Conservatorio, con un progetto che ne prevede una modifica in altezza, la rimozione di parte delle antiche selci della corte e la permanenza di elementi del complesso esposti durante i lavori, mentre la chiesa resta ancora in attesa di un recupero effettivo. Qui non servono rassicurazioni generiche, ma trasparenza. Servono documenti, prescrizioni motivate della Soprintendenza, fotografie dello stato precedente e successivo e una spiegazione pubblica di ciò che viene demolito, ricostruito, sopraelevato, conservato o sostituito. Perché restaurare non significa rendere nuovo. Significa conservare materiali, proporzioni, pavimentazioni, murature e persino i segni del tempo quando sono parte del valore storico del bene. C’è qualcosa di paradossale nel destinare più di cinque milioni di euro alla “riqualificazione” di un complesso storico rischiando di indebolire proprio ciò che lo rende unico. Le case possono essere costruite altrove. Un Lazzarini o un Bicciaglia, una volta alterati irreversibilmente, sono perduti in via definitiva e la loro città risulta impoverita senza possibilità di riscatto.

E poi ci sono le SLAPP contro chi protesta

Infine c’è una questione che riguarda direttamente la qualità della democrazia locale. Fox Petroli ha promosso contro due ambientalisti, Lisetta Sperindei e io, una causa civile con una richiesta risarcitoria di due milioni di euro per le nostre dichiarazioni pubbliche sul sito industriale e sul progetto GNL. La società contesta le nostre affermazioni e nega sia la presenza di strutture degradate sul suo sito sia la pericolosità attribuita al progetto del GNL. Ma l’Alto Commisario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, FrontLine Defenders, Case, Ossigeno per l’Informazione e altre realtà internazionali che tutelano i difensori dei diritti e dell’ambiente hanno classificato esplicitamente il procedimento come un caso di SLAPP e lo seguono molto da vicino. Questo dovrebbe preoccupare qualunque amministratore democratico, indipendentemente da ciò che pensa del GNL. Perché una città sana non ha bisogno di cittadini silenziosi. Ha bisogno di cittadini che fanno domande.

Pesaro è una città bellissima. Ed è proprio per questo che non merita di essere governata passando da un’emergenza alla successiva, confidando nella capacità di riparare ciò che si rompe. Non basta mandare le autobotti quando saltano i tubi. Non basta emanare ordinanze quando l’aria peggiora. Non basta garantire che un impianto sia sicuro. Non basta chiamare «riqualificazione» qualsiasi trasformazione. Non basta piantare un alberello dopo averne eliminato uno che ombreggiava una strada da mezzo secolo. E soprattutto non si può considerare fastidioso chi domanda documenti, analisi e spiegazioni. La politica ambientale moderna ha un altro nome e quel nome è prevenzione. Significa conoscere lo stato dell’acquedotto prima che si rompa. Conoscere il contenuto dei sedimenti prima di movimentarli. Conoscere il suolo prima di autorizzare nuovi impianti. Proteggere gli alberi prima che la loro condizione diventi irreversibile. Dare ai beni storici una destinazione all’altezza della loro unicità. E considerare il cittadino che solleva un problema non come un nemico, ma come una parte del sistema democratico di controllo. La Pesaro che vorremmo non è una città contro lo sviluppo. È una città che finalmente comprenda che lo sviluppo senza precauzione, memoria, salute e ambiente è soltanto consumo del futuro. Pesaro deve rinnovarsi, perché una città può sopportare per qualche giorno di rimanere senz’acqua. Quello che non può permettersi è di perdere, un po’ alla volta, l’acqua, l’aria, gli alberi, la memoria, il diritto alla critica, la libertà e, alla fine, anche la speranza.

Nella foto, Roberto Malini e Lisetta Sperindei davanti al Tribunale di Pesaro


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