Short più corti, costumi più sgambati e meno tessuto, una mamma creator sui social mette a confronto l’abbigliamento per bambini e bambine. La sua piccola investigazione sta facendo discutere migliaia di genitori e solleva una domanda scomoda: perché per le bambine l’estetica sembra venire prima della libertà di correre, giocare e muoversi?
Provate a fare un esperimento, la prossima volta che entrate in un negozio di abbigliamento per bambini prendete uno short della sezione maschile e uno, della stessa taglia, da quella femminile. Ci mettiamo la mano sul fuoco: il secondo sarà più corto, più aderente, tagliato in modo diverso. E non è un caso isolato, non è un’impressione: è una tendenza che si ripete scaffale dopo scaffale, negozio dopo negozio.

A metterlo nero su bianco, con diversi video, è stata Kat, creator dietro il profilo Hack or Wack with D n Kat, che ha trasformato un dubbio da mamma in un’indagine social diventata virale: oltre 500 milioni di visualizzazioni per una serie di contenuti che oggi porta il nome, azzeccatissimo, di “momvestigation”.
Stessi bambini, vestiti molto diversi
Tutto parte da un video sui capi per il rientro a scuola. Kat entra da Old Navy, prende un paio di shorts dalla sezione bambine e lo confronta con l’equivalente maschile. Il risultato? Meno tessuto, taglio più corto, stessa fascia di prezzo. La domanda che lancia è tagliente: perché le famiglie delle bambine pagano uguale per avere, letteralmente, meno vestito addosso alle proprie figlie?
Da lì il fenomeno si allarga: magliette, costumi da bagno, capi per lo sport. Ogni confronto racconta la stessa storia, con piccole variazioni sul tema.
Ma ovviamente non è solo una questione di centimetri e non è neppure una crociata contro un singolo brand, né un’analisi da laboratorio scientifico. È qualcosa di più semplice e, forse per questo, più efficace: uno sguardo attento e ostinato su quello che troviamo normale senza mai fermarci a chiederci perché lo sia.
Il punto, spiega Kat, non è che una bambina non possa indossare uno short corto o un costume sgambato. Il punto è capire quale priorità guida chi disegna questi vestiti. Bambini e bambine corrono, si arrampicano, cadono, pedalano, si rotolano per terra, hanno quindi bisogno di libertà di movimento, non di un ideale estetico da rispettare fin dai tre anni.
Quando per i maschi la parola d’ordine resta comodità, per le femmine si insinua sempre di più un criterio estetico e qualcosa non torna.
L’adultizzazione dell’abbigliamento infantile
La discussione si inserisce anche in un tema più delicato: quello della progressiva adultizzazione dell’abbigliamento infantile. Non significa che ogni short corto o ogni costume sgambato sia automaticamente “sessualizzante”. Sarebbe una conclusione troppo semplicistica. Il problema nasce piuttosto quando il corpo delle bambine viene trattato secondo criteri estetici che appartengono tradizionalmente all’abbigliamento degli adulti, mentre per i coetanei maschi rimane centrale la praticità.
È proprio questa asimmetria che la “momvestigation” di Kat invita a osservare. E la risposta non può essere solo “è moda”! I bambini non hanno bisogno che ogni capo che indossano comunichi un ideale estetico. Hanno bisogno soprattutto di vestiti che funzionino nella loro quotidianità, che siano pratici e comodi.
Ecco perché la domanda sollevata da Kat merita di andare oltre il semplice confronto tra due paia di shorts: quanto incidono le aspettative degli adulti nel modo in cui vestiamo i bambini?
Se un capo per un bambino è più lungo, morbido e pensato per accompagnare il movimento, perché per una bambina della stessa età la versione equivalente dovrebbe necessariamente essere più corta o più aderente?
Non significa uniformare tutto o eliminare le differenze. Significa piuttosto ripensare le priorità: prima il comfort, la libertà di movimento e la possibilità di giocare; poi, eventualmente, l’estetica.
Anche in Italia il tema dei costumi per bambine ha fatto discutere
La questione non è nuova nemmeno in Italia. L’estate scorsa la pediatra Carla Tomasini aveva sollevato sui social il problema della crescente presenza nei negozi di bikini destinati anche a bambine molto piccole, talvolta con una parte superiore imbottita.
La sua critica non riguardava semplicemente il fatto che le bambine indossassero un costume a due pezzi, ma il modo in cui alcuni capi sembrano riprodurre elementi dell’abbigliamento adulto su corpi ancora infantili. Tomasini raccontava, per esempio, di aver incontrato difficoltà nel trovare per la figlia un costume semplice, senza una parte superiore, e sottolineava come per bambine di 6-8 anni un reggiseno non risponda normalmente a una necessità legata allo sviluppo.
Secondo la pediatra, il problema più ampio è quello della normalizzazione di determinati modelli estetici fin dall’infanzia: se nei negozi prevalgono certi tipi di costumi, questi finiscono per apparire come la scelta “normale” e possono contribuire a far percepire il corpo infantile attraverso categorie che appartengono invece all’età adulta.
Cambiare mentalità, non solo i vestiti
La riflessione è importante perché può trasformare una situazione che molti genitori considerano normale in qualcosa da osservare con maggiore attenzione. E, forse, può spingere a cambiare anche la mentalità con cui le aziende progettano e disegnano l’abbigliamento infantile, evitando di riprodurre automaticamente differenze legate al genere e mettendo al centro comfort, praticità e libertà di movimento.
L’invito della creator non è necessariamente quello di smettere di comprare determinati capi, ma di guardare con occhi diversi ciò che troviamo sugli scaffali. Confrontare due vestiti della stessa taglia, chiedersi perché siano stati progettati in modo diverso e domandarsi se quella differenza risponda davvero a un’esigenza dei bambini o soprattutto a precise aspettative estetiche.
La questione, quindi, non è stabilire quale lunghezza sia “giusta”, ma chiedersi quali dovrebbero essere le priorità nell’abbigliamento infantile. Comfort, praticità e libertà di movimento dovrebbero valere per tutti i bambini, indipendentemente dal fatto che un capo sia destinato a un maschio o a una femmina.
Perché prima della moda, delle tendenze e dei canoni estetici, non dovremmo mai dimenticare che sono bambine.
Fonte: hackorwackwithdnkat Instagram
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Francesca Biagioli
Source link





