Valter Lavitola ha raccontato ai magistrati di avere organizzato l’attentato contro Sigfrido Ranucci «per il suo bene». Voleva fargli aumentare la scorta. Una forma di amicizia piuttosto impegnativa. C’è chi porta una bottiglia di vino, chi ti offre una cena e chi, per dimostrarti affetto, pensa che una bomba davanti casa possa migliorarti il dispositivo di sicurezza. Ranucci era già sotto protezione, aveva ricevuto altre minacce, è la vittima dell’attentato e nulla dimostra che conoscesse il progetto di Lavitola. Rimane però quella frase: aumentargli la scorta. Perché Lavitola, probabilmente senza volerlo, ha fotografato un fenomeno molto italiano. La scorta nasce per proteggere una persona e qualche volta finisce per proteggerne anche il prestigio. Carmelo Caruso sul Foglio l’ha chiamata il «quid». In Italia abbiamo creato una categoria professionale che non compare in nessun contratto collettivo: l’uomo sotto scorta. Non sei semplicemente un magistrato, sei un magistrato sotto scorta. Non uno scrittore, uno scrittore sotto scorta. Non un giornalista, un giornalista sotto scorta. La specificazione cambia immediatamente ciò che viene dopo. Se sei scortato sei minacciato, se sei minacciato sei scomodo, se sei scomodo qualcuno vuole impedirti di dire la verità e da qui alla conclusione che tu abbia necessariamente ragione il percorso diventa stranamente breve. La macchina blindata come fact checking, il lampeggiante come certificato di qualità. Manca soltanto la stella Michelin sulla portiera: più stelle hai, più sembri intoccabile. Eppure una protezione dimostra una cosa molto più semplice: lo Stato ha valutato l’esistenza di un rischio. Non certifica ogni articolo, ogni processo, ogni teorema. Non trasforma un magistrato in Cassazione, un giornalista in un oracolo o uno scrittore in un Nobel. Altrimenti basterebbe assegnare una scorta a tutti e avremmo risolto contemporaneamente il problema della criminalità e quello della qualità del dibattito pubblico. Poi è arrivato Adriano Cappellari e ha reso il paradosso quasi comico, se la storia non fosse seria. Il giovane cronista di Enego aveva denunciato lettere minatorie e un attentato incendiario davanti casa. C’erano minacce rivolte anche a Giorgia Meloni e a don Maurizio Patriciello. Erano arrivate solidarietà, attenzione, interviste. Il giovane giornalista minacciato. Poi sono arrivati i carabinieri e la storia si è rovesciata: secondo gli investigatori dietro quegli episodi ci sarebbe stato proprio lui. Cappellari ha successivamente ammesso le proprie responsabilità. Il passaggio da mito a mitomane, qualche volta, è breve. Altri giovani cronisti mandano curriculum. Lui aveva trovato un sistema decisamente più laborioso per costruirsi una biografia. È una vicenda estrema che non rappresenta chi vive davvero sotto minaccia, ma racconta il valore simbolico raggiunto dalla condizione della vittima: attenzione, riconoscimento, solidarietà e, qualche volta, protezione. Se qualcuno arriva a costruirsi un attentato significa che l’attentato, oltre ai danni, può produrre anche un dividendo reputazionale. A quel punto arriva il problema meno romantico: chi paga?

Nel febbraio 2026 il governo ha comunicato alla Camera che nei dispositivi di tutela vengono utilizzati 622 operatori delle forze dell’ordine e 402 veicoli. Ai magistrati sono destinati 416 uomini e 289 vetture, ai politici nazionali 100 uomini e 52 auto, ai giornalisti 59 operatori e 27 vetture, agli esponenti del governo altri 43 uomini e 32 mezzi. Seicentoventidue persone e quattrocentodue automobili. Dietro quei numeri ci sono straordinari, indennità, missioni, turnazioni, carburante, manutenzione, eventuali blindature, trasferimenti, biglietti e alberghi. Perché la scorta ha una caratteristica meravigliosa: segue. Se lo scortato parte, parte. Se cena, aspetta. Se va al cinema, aspetta. Se va in vacanza, va in vacanza senza essere in vacanza. Se lo scortato prende il sole, il poliziotto prende il sole vestito. È una delle poche professioni nelle quali puoi trascorrere agosto al mare e tornare più stanco di quando sei partito.

E qui torniamo a Ranucci, perché dopo l’attentato la sua protezione è stata rafforzata. Secondo la ricostruzione di Caruso sul Foglio, il dispositivo sarebbe passato da due a otto uomini e avrebbe un costo stimato nell’ordine dei 100 mila euro l’anno. È una stima giornalistica, non un rendiconto del Viminale, e come tale va presa. Ma perché dobbiamo affidarci alla calcolatrice di un giornalista per conoscere quanto costa ai cittadini la protezione di un altro giornalista? Soprattutto perché Ranucci non trascorre esattamente le giornate chiuso in casa. Ha trasformato Diario di un trapezista in uno spettacolo teatrale e nel 2026 ha attraversato l’Italia raccontando sul palco le proprie inchieste, le minacce, i rischi, la libertà d’informazione. Il calendario comprende Bologna, Cagliari, Torino, Crotone, Firenze, Grosseto, Civitavecchia, Roma, Conegliano, Genova, Milano, Trieste, Parma, Mantova, Sassari, Monreale, Bari, Lanciano, Mestre, Ancona, Lecce e poi le tappe estive. Il 7 luglio era annunciato al Castello di Udine, l’8 al Castello Scaligero di Villafranca di Verona, il 9 a Palazzo Farnese a Piacenza, il 18 alla Versiliana e il 20 a Viterbo. Una tournée vera, legittima e lunga. Ranucci è naturalmente libero di salire su tutti i palchi che vuole. Il problema è che se davvero il dispositivo è di otto uomini, quando Ranucci va in tournée non parte da solo. Partono anche loro. Chi paga la tournée della scorta? Chi paga viaggi, pasti, eventuali alberghi, missioni, indennità, automobili e carburante degli uomini che devono seguirlo? La sicurezza personale ovviamente non si spegne quando finisce l’orario di lavoro: se qualcuno vuole ucciderti non aspetta il badge Rai. Ma quando un’attività teatrale moltiplica gli spostamenti del protetto e quindi quelli del dispositivo, sarebbe interessante conoscere il costo aggiuntivo e sapere come venga sostenuto.

Ranucci sul palco racconta il rischio della propria vita e della libertà d’informazione, mentre intorno al palco ci sono uomini dello Stato pagati per assicurarsi che quel rischio non diventi realtà. Una scena quasi da commedia all’italiana: sul palco il trapezista, sotto gli agenti senza rete. Lui prende gli applausi, loro la diaria. La variante è che oggi In carcere c’è LaVitola che di Ranucci è “amico fraterno” e nel suo ristorante “Cefalù” a Sigfrido preparava sautè di cozze e attentatucci alle vongole . Chissà cosa avranno pensato leggendo i giornali gli 8 agenti costretti a sorbirsi tutte le sere gli spettacoli in cui il giornalista d’inchiesta favoleggiava di casalesi pronti a ucciderlo. Non possiamo dire che Ranucci non corra pericolo per la sua incolumità, possiamo dire però che nell’elenco delle “personalità a rischio” è in buona compagnia.

Prendiamo Piero Grasso. È stato giudice del maxiprocesso, procuratore capo di Palermo, procuratore nazionale antimafia, presidente del Senato. Una biografia che rende superfluo spiegare perché per decenni sia stato considerato un possibile bersaglio di Cosa nostra. Oggi ha 81 anni, è fuori dalla magistratura e dal Parlamento e continua a essere protetto. Quando va al mare può fare il bagno mentre gli uomini incaricati della sua sicurezza rimangono sulla spiaggia a controllare chi arriva e chi si avvicina. Uno nuota, gli altri sorvegliano. Lui può scegliere tra dorso e stile libero, loro tra quaranta gradi all’ombra e quarantadue al sole. Se Grasso decide di fare un tuffo, il poliziotto non può nemmeno alzare la paletta col voto: deve capire se quello che si avvicina sul materassino a forma di fenicottero sia un turista o una minaccia alla sicurezza nazionale. È il lato meno epico della lotta alla mafia. Quando Grasso si sposta tra Palermo e Roma, la protezione si sposta con lui. Uomini, turni, viaggi, eventuali pernottamenti. Tutto sacrosanto se il rischio esiste. Ma quanto costa? E quale rischio esiste oggi? Se il Viminale dispone di informazioni secondo cui Cosa nostra continua a considerare Grasso un bersaglio, continueremo volentieri a pagare uomini, macchine, benzina e alberghi. Sarebbe però interessante sapere almeno con quale frequenza quel rischio venga riesaminato.

Perché una cosa curiosa delle scorte è che sappiamo quasi sempre quando iniziano e molto raramente quando finiscono. Una minaccia, un’intercettazione, una lettera, un’informativa, un attentato: il dispositivo parte. Poi passano cinque anni, dieci, venti, quaranta. Il boss muore, il clan cambia, il magistrato va in pensione, il politico lascia il Parlamento, lo scrittore cambia città, il giornalista cambia programma. La scorta resta e invecchia con lui. È forse la forma più longeva di fedeltà che conosca la Repubblica. I matrimoni finiscono, le legislature finiscono, le carriere finiscono. Alcune scorte sembrano avere scoperto il segreto dell’amore eterno.

Alfredo Galasso, avvocato di parte civile nel maxiprocesso, parlamentare, componente del Csm, protagonista dell’antimafia palermitana degli anni ‘80, quelli più feroci, vive sotto protezione da circa quarant’anni. Quarant’anni sono un tempo enorme. Nel frattempo è caduto il Muro di Berlino, è finita la Prima Repubblica, abbiamo avuto Berlusconi, l’euro, Internet, Facebook, tre papi e generazioni di boss sono morte o finite all’ergastolo. La scorta è ancora lì. Può darsi che esistano ragioni attualissime e riservate che la rendano indispensabile. Benissimo. Vorremmo soltanto sapere se qualcuno, dopo quarant’anni, continui periodicamente a domandarsi dove abita Galasso, se porta a spasso il cane, se in estate sceglie la barca a vela o quella a motore, insomma se quelle ragioni esistano. Perché a quel punto la tutela ha una durata superiore a molti mutui. E almeno la banca, ogni tanto, manda l’estratto conto.

Poi c’è Leoluca Orlando. E qui bisogna tornare alla Palermo della Primavera, perché l’antimafia in quegli anni fu battaglia politica, ma anche linguaggio, iconografia, rappresentazione. Orlando rompeva gli equilibri della vecchia Democrazia cristiana siciliana e si scontrava con il sistema di potere che aveva in Salvo Lima uno dei suoi uomini più forti. In quella Palermo circolava una battuta attribuita proprio a Lima. Orlando, diceva più o meno, era certamente «un uomo fuori dal Comune». Sembrava un complimento. Non lo era. Lima intendeva proprio fisicamente: Orlando stava più fuori che dentro il Palazzo delle Aquile. Un modo democristiano, dunque raffinatissimo, per dire che il sindaco faceva parecchia rappresentazione. Il giubbotto antiproiettile con cui entrò a Palazzo delle Aquile diventò uno dei simboli di quella stagione: Orlando minacciato, Orlando protetto, Orlando che sfidava il sistema. Tra gli episodi raccontati di quegli anni c’è quello di una minaccia arrivata attraverso una telefonata al centralino dei vigili urbani. Ed è già qui che Palermo supera la commedia. Il cittadino palermitano poteva trascorrere mezza mattinata cercando di parlare con un vigile, ma il presunto mafioso era riuscito a trovare immediatamente il numero giusto per minacciare il sindaco. Evidentemente Cosa nostra, oltre al controllo del territorio, disponeva di un servizio informazioni migliore delle Pagine Gialle. Il palermitano cercava un vigile e trovava occupato; il mafioso cercava Orlando e sembrava avere quasi la linea interna. Se avesse chiamato per una macchina in doppia fila probabilmente starebbe ancora ascoltando la musichetta d’attesa.

La battuta fa sorridere, il meccanismo meno. Perché proprio in quegli anni nasce una parte dell’iconografia che ancora oggi accompagna l’antimafia: l’auto blindata, gli uomini intorno, il giubbotto antiproiettile, la minaccia ricevuta. Tutte cose indispensabili quando il pericolo è vero. Ma anche immagini potentissime. Il giubbotto protegge il torace e davanti a una telecamera racconta immediatamente una storia: qualcuno vuole ucciderti, dunque gli stai facendo paura. La minaccia diventa inevitabilmente anche una credenziale politica. Quarant’anni dopo è cambiato il mezzo di comunicazione, non la grammatica. Prima c’era la telefonata anonima, oggi il messaggio sui social. Poi arrivano solidarietà, comunicati, interviste e qualche volta arriva o aumenta la scorta. Il problema comincia quando la rappresentazione sopravvive al pericolo che l’ha generata.

Nino Di Matteo, il grande accusatore del generale Moro, ha ricevuto minacce reali e spaventose. Totò Riina, intercettato in carcere, parlava di lui e della possibilità di colpirlo con un lanciarazzi. Sono trascorsi tredici anni. Di Matteo è stato anche uno dei pubblici ministeri della cosiddetta trattativa Stato-mafia, il processo che per anni è stato raccontato come una delle vicende giudiziarie decisive della Repubblica e il cui impianto accusatorio nei confronti di figure centrali si è concluso con assoluzioni definitive. Le due cose possono convivere. Una minaccia può essere vera e una tesi accusatoria può risultare sbagliata. Sembra una scoperta rivoluzionaria, ma persino un magistrato sotto scorta può avere torto. La scorta protegge il corpo, non le tesi. Non è un secondo grado di giudizio e soprattutto non è un timbro della Cassazione applicato alla persona.

Roberto Scarpinato, già procuratore generale di Palermo e oggi senatore del Movimento 5 Stelle, ha ricevuto intimidazioni serie e ha avuto ragioni concrete per essere protetto. Anche qui la domanda riguarda il presente. Cambiano i boss, muoiono i capimafia, vengono arrestati i latitanti, cambiano organizzazioni, equilibri criminali e incarichi delle persone protette. La scorta qualche volta sembra l’elemento più stabile di tutti. Ora una cosa che oggi rischia certamente Scarpinato (oltre la vita) è di essere intercettato mentre prepara il suo amico ed ex pm Gioacchino Natoli all’esame della commissione antimafia che indaga sull’insabbianento del famoso dossier mafia e appalti. Per il resto anche lui viaggi andata e ritorno da Palermo a Roma e con lui i suoi angeli custodi.

Poi c’è Roberto Saviano, sotto protezione dal 2006 per le minacce dei Casalesi. Minacce reali, alcune delle quali accertate giudiziariamente. Sono vent’anni. Saviano ha raccontato molte volte il costo personale di una vita blindata: libertà perduta, spostamenti programmati, presenza continua degli agenti. Un prezzo enorme. Ma contemporaneamente, e senza attribuirgli alcuna volontà, «Saviano sotto scorta» è diventato qualcosa di diverso da «Saviano scrittore». La protezione è entrata nelle introduzioni, nei programmi televisivi, nei profili, nelle polemiche. Quasi una seconda professione involontaria. È il paradosso: una limitazione terribile della libertà individuale può diventare contemporaneamente un moltiplicatore della reputazione pubblica. Non perché chi la subisce l’abbia necessariamente cercata, ma perché siamo noi ad attribuirle quel valore. Quando sentiamo «sotto scorta» smettiamo spesso di valutare quello che una persona dice e cominciamo a valutare quello che rappresenta. È una specie di indulgenza plenaria laica: puoi discutere tutto, tranne l’aureola. Eppure la domanda resta anche per Saviano: qual è oggi il livello del rischio? Viene rivalutato? Con quale frequenza? Se i Casalesi continuano a rappresentare una minaccia concreta, lo Stato deve continuare a proteggerlo. Punto. Ma vent’anni sono abbastanza per poter chiedere almeno se qualcuno, ogni tanto, riapra il fascicolo invece di limitarsi a spolverarlo.

Nel 2012 si parlava di circa 600 personalità protette, 4 mila uomini, 2 mila automobili e una spesa stimata intorno ai 250 milioni di euro l’anno. È una cifra vecchia di quattordici anni e sarebbe scorretto utilizzarla come costo del 2026. Quello che mi chiedo è perché oggi è così difficile trovare un dato ufficiale, completo e comprensibile su quanto costi l’intero sistema? Lo Stato sa quanti uomini impiega, quante auto utilizza e naturalmente quanto paga missioni, indennità, manutenzione, carburante e strutture. Eppure il totale sembra avere esso stesso una protezione molto efficace. Il costo delle scorte è sotto scorta. Non voglio abolirle, vorrei vedere lo scontrino. Sarebbe utile sapere quanto costa mediamente una tutela di primo, secondo, terzo o quarto livello, quanto spendiamo ogni anno in trasferte, quante camere d’albergo vengono pagate, quanti chilometri percorrono le vetture, quante ore di straordinario vengono accumulate. Una vita minacciata vale infinitamente più di un pieno di benzina. Ma proprio perché parliamo di denaro pubblico e uomini dello Stato sarebbe normale sapere quanto spendiamo e verificare che lo spendiamo dove serve.

Perché 622 operatori significano anche 622 uomini che, mentre svolgono quel servizio, non possono contemporaneamente pattugliare una strada, partecipare a un’indagine o rispondere a un’altra esigenza di sicurezza. Ogni governo promette più poliziotti nelle strade. Poi scopriamo che alcuni li abbiamo sulle spiagge o davanti ai palcoscenici. Il problema naturalmente non sono quei poliziotti. Sono probabilmente i primi che, potendo scegliere, preferirebbero inseguire un rapinatore piuttosto che stabilire per motivi di servizio se lo scortato abbia ordinato la spigola o il fritto misto. Se la persona protetta passa tre ore al ristorante, loro passano tre ore fuori. Se entra in acqua, guardano l’acqua. Se sale sul palco, guardano il pubblico. Se va in vacanza, lavorano nella località di vacanza. Il concetto di villeggiatura, visto dall’interno di una macchina di servizio ad agosto, assume sfumature filosofiche.

E il sistema possiede un incentivo perfetto a perpetuarsi. Immaginate il funzionario chiamato a decidere sulla protezione di una personalità che da quindici anni non subisce attentati. Può pensare che la scorta abbia funzionato oppure che il rischio sia diminuito. Se la conferma, difficilmente qualcuno gli chiederà conto della decisione. Se la toglie e sei mesi dopo arriva una minaccia, il suo nome finisce sui giornali. Se accade qualcosa di grave, la sua carriera è finita. Il costo della conferma è pubblico, il rischio della revoca è personale. Non serve un master in economia comportamentale per capire quale scelta sia più comoda. Così una misura emergenziale può trasformarsi lentamente in una condizione permanente, quasi il posto fisso della sicurezza.

E infatti sarebbe interessante conoscere non soltanto quante scorte abbiamo, ma quante ne togliamo. Quante vengono riesaminate ogni anno? Quante ridotte? Quante revocate? Quante persone sono protette da più di dieci anni? Quante da venti? Quante da quaranta? Qual è la durata media? Quanto spendiamo per missioni, alberghi e automobili? E quando una persona protetta decide di fare decine di date teatrali, presentazioni, festival o altre attività che moltiplicano gli spostamenti, quanto aumenta il costo del dispositivo e chi lo sostiene? Sono domande amministrative, non antimafia. Eppure da noi chiedere il prezzo della benzina può sembrare un attacco alle istituzioni.

C’è poi l’aspetto più sottile. La scorta modifica la percezione pubblica di chi la possiede. Immaginate domani un titolo: «Saviano non è più sotto scorta». La prima reazione sarebbe probabilmente: perché? La camorra non lo vuole più morto? È meno minacciato? Lo Stato non lo considera più importante? Ecco il cortocircuito. Una decisione tecnica sulla valutazione del rischio diventerebbe immediatamente un giudizio simbolico sul valore della persona. Essere senza scorta finirebbe quasi per sembrare una retrocessione, come passare dalla Champions League all’Europa League della minaccia. La protezione dovrebbe funzionare come una medicina: la prendi finché serve e sei contento quando il medico ti dice che puoi smettere. Invece da noi la revoca rischia di essere vissuta quasi come la perdita di una decorazione.

E qui torniamo a Ranucci e Lavitola. Un uomo racconta di avere organizzato un attentato per aumentare la protezione dell’amico. La confessione e la motivazione riferita da Lavitola sono state riportate anche dalla stampa internazionale, che sottolinea come non vi sia alcuna indicazione investigativa che Ranucci conoscesse il piano. Poco prima un giovane cronista aveva costruito una messinscena fatta di lettere minatorie e incendio. Sono storie diversissime e sarebbe assurdo metterle sullo stesso piano, ma entrambe mostrano quanto valore simbolico abbia acquisito la condizione di minacciato. Nel caso Ranucci il sistema arriva al paradosso assoluto: se la ricostruzione di Lavitola è vera, si crea artificialmente un pericolo per ottenere una maggiore protezione dal pericolo. Kafka con il lampeggiante. Una bomba per sentirsi più sicuri. Poi quella stessa protezione accompagna il giornalista sui palchi dove racconta il pericolo che corre. Viene in mente la vecchia commedia all’italiana: il protagonista è sotto i riflettori, le comparse lavorano in silenzio e alla fine il produttore presenta il conto. Solo che qui il produttore siamo noi.

Falcone non era Falcone perché aveva una scorta. Borsellino non era Borsellino perché viveva blindato. Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina non erano accessori scenografici degli eroi. Erano persone che mettevano il proprio corpo tra un bersaglio e chi voleva ucciderlo. Proprio per rispetto verso quella storia, la parola scorta dovrebbe tornare a significare ciò per cui è nata: protezione da un pericolo concreto. Senza patente di infallibilità, nobiltà aggiunta o automatismi eterni. Chi rischia deve essere protetto anche se costa moltissimo. Se dopo vent’anni o quarant’anni una scorta è ancora indispensabile continueremo a pagarla. Se otto uomini devono attraversare l’Italia per impedire che qualcuno faccia del male a Ranucci, li faremo viaggiare. Se devono stare sotto il sole mentre Grasso fa il bagno, staranno sotto il sole. Se devono accompagnare qualcuno per quarant’anni, lo accompagneranno.

Ma almeno diteci che qualcuno, ogni tanto, controlla ancora perché.

Quando il rischio cambia dovrebbe cambiare anche la protezione. E magari il poliziotto che per anni ha guardato qualcuno fare il bagno potrà finalmente tornare al mare. Questa volta in costume.




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Salvo Sottile

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