Il dito arriva sullo schermo prima ancora che la noia riesca a farsi riconoscere: una notifica, un video, il frigorifero aperto senza avere fame. Eppure quel fastidio breve può avere una funzione concreta. La ricerca lo descrive come un segnale che l’attività presente non riesce più a coinvolgerci e che occorre cercare un altro obiettivo, una sfida o semplicemente qualche minuto meno affollato.
Sulla creatività ci sono risultati promettenti. Sulla memoria, invece, serve una distinzione: gli esperimenti mostrano i benefici del riposo vigile, cioè una pausa tranquilla senza nuovi stimoli, che può essere piacevole e non necessariamente noiosa. Mettere tutto nello stesso cassetto rende la storia più accattivante, però il cervello ha cassetti piuttosto pignoli.
La noia segnala che qualcosa non ci basta più
La noia non coincide con l’assenza assoluta di cose da fare. Una delle definizioni più utilizzate in psicologia la descrive come l’esperienza spiacevole di voler essere coinvolti in un’attività soddisfacente senza riuscirci. Possiamo avere davanti decine di possibilità e trovarle tutte ugualmente incapaci di trattenerci: il problema riguarda l’attenzione, il significato attribuito a ciò che facciamo e il livello di stimolazione percepito. Lo spiega una revisione pubblicata su Perspectives on Psychological Science.
Questo stato spiacevole può funzionare come una spinta a lasciare un obiettivo ormai poco gratificante e cercarne un altro. Un lavoro dedicato alla funzione della noia propone proprio questa lettura: quando diminuiscono interesse e coinvolgimento emotivo, l’attenzione comincia a cercare qualcosa di nuovo.
La direzione, però, non viene fornita insieme al segnale. In una serie di esperimenti, la noia ha aumentato la propensione dei partecipanti a scegliere esperienze nuove, comprese quelle sgradevoli. Può portarci a iniziare un progetto, uscire a camminare o chiamare qualcuno; può anche spingerci verso acquisti impulsivi, cibo mangiato senza fame e comportamenti rischiosi. La noia apre la porta. Non controlla chi entra.
Per sfruttarla serve quindi resistere almeno per qualche minuto alla soluzione più facile. Domandarsi quale attività potrebbe offrire significato, interesse o una difficoltà affrontabile è più utile del passaggio automatico da Instagram alla dispensa e dalla dispensa di nuovo a Instagram, nel caso fosse cambiato qualcosa nei trenta secondi precedenti.
Le idee arrivano quando l’attenzione allenta la presa
La doccia, una passeggiata conosciuta a memoria, i piatti da lavare: alcune attività tengono occupato il corpo e lasciano alla mente abbastanza libertà per vagare. È il terreno su cui può comparire quella soluzione che alla scrivania continuava a nascondersi con notevole professionalità.
In due esperimenti condotti su 170 adulti, i ricercatori Sandi Mann e Rebekah Cadman hanno chiesto ad alcuni partecipanti di copiare o leggere numeri telefonici per quindici minuti, prima di affrontare esercizi di pensiero creativo. Chi aveva svolto le attività noiose produsse generalmente più risposte rispetto ai gruppi di controllo. I risultati sulla qualità e sull’originalità delle idee furono meno uniformi e variarono a seconda del compito: un dettaglio che impedisce di trasformare la noia in una macchina automatica per fabbricare colpi di genio.
Un altro studio pubblicato su Psychological Science ha osservato risultati migliori in un esercizio di creatività dopo una pausa occupata da un’attività poco impegnativa, capace di favorire il mind wandering, il vagare spontaneo dei pensieri. Una pausa mentalmente più esigente non produsse lo stesso vantaggio.
Questo effetto dipende dal tipo di problema, dal modo in cui la mente vaga e dal materiale già disponibile. Prima della passeggiata o della doccia può essere utile leggere, raccogliere dati e mettere a fuoco la domanda. Poi si allenta la presa. Senza ingredienti, anche il miglior vagabondaggio mentale rischia di riportare a casa soltanto la lista della spesa.
Per ricordare serve una pausa, non per forza la noia
Dopo aver studiato, la tentazione è riempire subito il silenzio: messaggi, video, un’altra pagina, magari tutte e tre le cose insieme. Alcuni esperimenti suggeriscono invece che pochi minuti di riposo vigile possano proteggere i ricordi appena formati dalle interferenze successive.
In uno studio dell’Università di Edimburgo, i partecipanti ascoltarono due racconti. Dopo uno rimasero per dieci minuti in una stanza tranquilla, con gli occhi chiusi; dopo l’altro giocarono a trovare le differenze tra alcune immagini. Le informazioni seguite dal riposo vennero ricordate meglio anche a distanza di una settimana. Risultati analoghi sono stati osservati con percorsi virtuali e associazioni spaziali.
Un esperimento condotto su ragazzi di 13 e 14 anni ha trovato un vantaggio nella conservazione di alcune informazioni verbali dopo otto minuti di riposo successivi all’apprendimento, soprattutto tra chi aveva ottenuto prestazioni iniziali più basse. Anche qui parliamo di condizioni sperimentali precise e campioni limitati, non della garanzia che fissare il soffitto trasformi ogni ripasso in memoria indelebile.
Il meccanismo ipotizzato riguarda il consolidamento: i ricordi appena acquisiti sono ancora fragili e una pausa con pochi stimoli permette al cervello di stabilizzarli senza dover elaborare immediatamente altro materiale. La noia può comparire durante quei minuti, ma non costituisce l’ingrediente misurato dagli studi. La pausa sì.
Saltare da un video all’altro può aumentare la noia
Lasciare spazio non richiede l’abbandono della tecnologia né dieci giorni di ritiro spirituale senza Wi-Fi. Può bastare ridurre il continuo cambio di stimolo. In sette esperimenti con oltre 1.200 partecipanti, passare rapidamente da un video all’altro o avanzare di continuo ha aumentato la noia e ridotto coinvolgimento, soddisfazione e significato percepito rispetto alla visione senza interruzioni. Perfino quando i partecipanti potevano scegliere i contenuti su YouTube, il risultato rimaneva simile.
La noia breve e situazionale, inoltre, va distinta dalla tendenza cronica ad annoiarsi e dalla sofferenza intensa che alcune persone sperimentano nei momenti privi di stimoli. La propensione frequente alla noia è associata a disagio psicologico, impulsività e minore soddisfazione di vita, anche se questi studi non stabiliscono da soli un rapporto di causa ed effetto. Nessuno ha bisogno di sentirsi dire che dovrebbe annoiarsi meglio.
Per gli altri può essere sufficiente un esperimento molto meno ambizioso: terminare un capitolo e attendere dieci minuti prima di aprire un’app, camminare senza cuffie, restare sotto la doccia senza trasformarla in una sala conferenze collegata allo smartphone. Il vuoto potrebbe rimanere vuoto. Oppure potrebbe restituire un’idea, una decisione o un ricordo che stavamo coprendo con troppo rumore.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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