La randa si gonfia di vento e l’imbarcazione prende velocità, sollevando lo scafo che rimane sospeso sull’acqua in un perfetto gioco di leggi fisiche. Sembra volare. È la tecnologia foil a permettere questa magia: due appendici idrodinamiche immerse nell’acqua, una posta sul timone e l’altra sul verticale della deriva, che consentono allo scafo di sollevarsi e rimanere in sospensione sull’acqua, riducendo drasticamente l’attrito e consentendo prestazioni e velocità mai viste prima. L’imbarcazione in questione si chiama Atlas ed è nata dall’ingegno e dall’intraprendenza di un affiatato gruppo di studenti dell’Università di Padova che fanno parte del team “Metis Vela”.


Atlas è una barca monoposto ad alte prestazioni di classe International Moth foilante, cioè dotata di foil. Il natante, dopo essere stato presentato a maggio scorso, il mese successivo ha gareggiato nella “SuMoth challenge”, una competizione ingegneristica e velica internazionale rivolta a team universitari. Svoltasi sul lago di Garda ha visto la partecipazione delle imbarcazioni provenienti da atenei italiani – tra cui le Università di Trieste, Torino, Milano, La Spezia – ed europei come il Politecnico di Monaco di Baviera (Germania), di Sheffield (Inghilterra), di Stoccolma (Svezia) e di Nantes (Francia). La competizione, divisa in tre fasi con tre classifiche (quella di progettazione, di costruzione e la regata vera e propria), ha visto il team dell’Università padovana classificarsi egregiamente nella progettazione.
«È stata una grandissima soddisfazione per tutto il team arrivare secondi nella fase di valutazione ingegneristica del progetto, quindi il concetto che sta dietro il natante – osserva Sofia Bertolaso, studentessa di economia all’Unipd e leader del team “Metis Vela” – Per arrivare a questo risultato c’è stato un grande lavoro di squadra». L’obiettivo principale della “SuMoth challenge” è promuovere l’eco-progettazione, favorendo la realizzazione di imbarcazioni a vela sostenibili mediante l’impiego di materiali a basso impatto ambientale e l’applicazione dei principi dell’economia circolare alla nautica. Per Atlas si è andati in questa direzione, usando anche componenti riciclati da vecchie imbarcazioni: «Questa barca è stata fatta con un obiettivo chiaro: dimostrare che alte prestazioni e rispetto dell’ambiente possono convivere – asserisce Bertolaso – È un risultato che unisce ingegneria, sostenibilità e passione, con lo scopo di contribuire a un futuro più innovativo e responsabile nel mondo della vela. A differenza di molte imbarcazioni di questo tipo, spesso progettate per essere estremamente leggere ma poco durature, il progetto punta su affidabilità, riutilizzo dei materiali e lunga vita operativa».
Il team “Metis Vela” è composto da un gruppo di oltre 70 studenti provenienti da diversi dipartimenti dell’Università di Padova tra cui Ingegneria industriale e dell’informazione, Scienze economiche e aziendali, Territorio e sistemi agro-forestali, Psicologia generale, «a testimonianza della forte multidisciplinarietà dell’iniziativa». Il team è organizzato in reparti (e la partecipazione è su base volontaria): 12 membri dell’equipaggio, 50 progettisti impegnati anche nella costruzione e realizzazione delle imbarcazioni e 8 membri dedicati all’area amministrativa. «Metis, dal greco, significa astuzia, intelligenza e saggezza – puntualizza la giovane – quindi si tratta di mettere in gioco l’ingegno e le diverse conoscenze per realizzare questi manufatti, trovando soluzioni concrete, superando gli ostacoli che si presentano e anticipando gli avversari».
Il gruppo dell’Università di Padova legato alla vela è nato nel 2007 all’interno del Dipartimento di ingegneria industriale. Ha preso avvio da un’idea dello studente Giacomo Pellicioli e del prof. Andrea Lazzaretto, quest’ultimo responsabile del progetto. Fondato con il nome di “Argo”, ha assunto poi il nome di “Project R3”, «una parentesi veloce» e nel 2012 si è deciso per “Metis Vela”. Dal 2007 ha visto l’avvicendarsi di oltre trecento studenti e la costruzione di sette imbarcazioni, ognuna battezzata con un nome ispirato alla cultura ellenica: Argo (2007) e Aura (2008) hanno la particolarità di essere state costruite nel cantiere del Consorzio cantieristica minore veneziana alla Giudecca, dove gli studenti hanno lavorato sotto la guida dell’architetto Ugo Pittarello, maestro d’ascia. A seguire Areté (2012), Ate (2016), Athena (2019), Aletheia (2023) e Atlas (2026). Le prime sei sono skiff, imbarcazioni a vela di 4.60 metri di lunghezza dotate di una deriva mobile con due membri come equipaggio. Nel tempo le barche sono state costruite con materiali e tecniche sempre più evoluti: Argo e Aura in mogano lamellare, Areté in composito di fibra di lino e balsa con tecnica a infusione sottovuoto, Athena con la medesima tecnica, ma impiegando una resina termoplastica (riciclabile dopo un trattamento termico). Alethia e Atlas in composito di fibre di lino pre-impregnate e polietilene, cotto in autoclave. Con queste imbarcazioni il gruppo dell’Unipd ha partecipato sin dall’inizio alla “1001VelaCup”, una regata didattico-sportiva nata per promuovere l’architettura navale nelle università.
«Al centro del nostro progetto ci sono le prestazioni e la sostenibilità dei materiali usati – spiega il prof. Andrea Lazzaretto del Dipartimento di ingegneria industriale all’Unipd e grande appassionato di vela – Sono barche competitive che gareggiano in regate, quindi devono essere veloci. E poi c’è la questione della sostenibilità: inizialmente il progetto ha previsto imbarcazioni con il 70 per cento di materiale di origine biologica. Dal 2019 è stata inserita nel regolamento la possibilità di usare materiali riciclabili (sempre al 70 per cento), mantenendo però anche la possibilità di usare materiali bio (con la stessa percentuale). Certamente i primi natanti in legno sono stati quelli con il più basso impatto ambientale, ma oggi la ricerca spinge verso materiali compositi con migliori proprietà meccaniche. Rimangono criticità nelle fasi di riciclo di resine che a oggi non si riescono a produrre con soli elementi naturali».
Ripensando all’impresa, Lazzaretto racconta che la soddisfazione maggiore è di «aver avvicinato molti studenti alla vela, appassionandoli a questo mondo e arrivando a sviluppare professionalità importanti, molto richieste nel contesto della nautica che è in continua evoluzione. Penso che la vela sia uno sport meraviglioso». Conclude ricordando che «il team è costituito da studenti universitari che nel tempo sono diventati amici, coltivando un forte spirito di collaborazione. Basti pensare che un aspetto dirimente del progetto è tramandare conoscenze da studente a studente: chi conclude l’esperienza ha il dovere di trasferire quanto appreso».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Andrea Canton
Source link

