«Non chiediamo privilegi, ma il diritto di vivere con dignità, di coltivare la terra dei nostri padri e di veder crescere i nostri figli in pace».
(Rasheed Khudeiri)
Nelle tappe finali in varie città del tour di testimonianze dalla Palestina occupata (tra cui Roma, Pistoia, Udine, Trieste, Milano, Sondrio), incontro con Rasheed Khudeiri (dopo più di un anno dall’ultimo periodo vissuto in loco con la campagna di interposizione chiamata Faz3a, ndr.), agricoltore e storico coordinatore del movimento Jordan Valley Solidarity (JVS). Come avviene da decenni, sia nelle sue comunità sia quando viene invitato in Europa, Rasheed documenta con parole, esperienze di vita, foto e video, le difficoltà ed il progressivo deteriorarsi delle possibilità di sopravvivenza nella regione. Coordina la resistenza civile delle comunità palestinesi della Valle del Giordano, nel nord della Cisgiordania.
Contro le demolizioni, la confisca delle terre, il furto del bestiame, le violenze fisiche, la distruzione dei villaggi, la sottrazione delle risorse idriche, la costrizione ad andarsene. Che si perpetuano da decenni, ma dopo il 7 ottobre a ritmi esponenziali, nella totale impunità di coloni invasori ed esercito israeliano, con la complicità della cosiddetta comunità internazionale, sulla falsariga di quanto avviene a Gaza.
Obiettivi del viaggio e degli incontri con la cittadinanza e le istituzioni locali
“Rompere il muro del silenzio. Molto spesso l’attenzione dei media internazionali si concentra esclusivamente sulle violenze o sulle emergenze drammatiche a Gaza, dimenticando che in Cisgiordania – e in particolare nella Valle del Giordano e nelle zone designate dagli accordi di Oslo come Area C – è in atto da decenni una silenziosa, incessante operazione di esproprio quotidiano.
Siamo qui per portare la voce diretta dei contadini e dei pastori. Vogliamo costruire ponti con la società civile, con i sindaci e le associazioni italiane, promuovendo iniziative concrete di gemellaggio e cooperazione. Far conoscere la nostra realtà è il primo passo per trasformare la solidarietà in un’azione politica e diplomatica concreta”
Vivere tra la cittadina di Toubas ed il villaggio di Bardala, nel nord della Valle del Giordano. Il significato di fare l’agricoltore in quella regione
“Vivere nella Valle del Giordano significa affrontare ogni giorno un vero e proprio “apartheid dell’acqua” e della terra. La nostra comunità ha sempre vissuto di agricoltura e pastorizia. Negli anni ’60 e ’70 le autorità israeliane e la compagnia idrica nazionale (Mekorot, che ha firmato accordi commerciali anche con Iren in Italia, ndr.) hanno preso il controllo dei pozzi artesiani e delle sorgenti naturali della zona.
Oggi, mentre gli insediamenti dei coloni degli insediamenti illegali limitrofi dispongono di acqua in abbondanza per irrigare colture intensive, rifornire la vita oziosamente agiata delle colonie, addirittura riempire le piscine, ai villaggi palestinesi viene limitato drasticamente l’accesso alle risorse idriche. Spesso vediamo i nostri tubi tranciati, le cisterne confiscate, i pozzi riempiti di cemento o inquinati con sostanze chimiche. Senza acqua non c’è agricoltura, e senza agricoltura si vogliono costringere le comunità locali, ormai di quasi tutta la Palestina, ad andarsene.
Rimanere sulla nostra terra è la forma più pura di resistenza!”
Ruolo del Jordan Valley Solidarity Movement (JVS)
“JVS è nato nel 2003 dalla necessità di unire le forze tra le comunità locali e i sostenitori e volontari internazionali. Siamo una piccola associazione, abbiamo poca burocrazia e formalità, siamo un movimento popolare di base. Il nostro lavoro si sviluppa su due livelli:
- Azione pratica sul campo: aiutiamo le famiglie a ricostruire le case o le stalle demolite, portiamo condotte idriche di emergenza, aiutiamo nei periodi di semina e raccolta, offriamo supporto logistico ai villaggi più isolati
- Documentazione e denuncia: monitoriamo ed evidenziamo le violazioni dei diritti umani, l’espansione e la moltiplicazione sempre più massiccia degli insediamenti illegali e le violenze commesse dai coloni.
La presenza di attivisti, volontari e osservatori internazionali durante l’anno, lungo le strade o vicino ai pascoli serve, ormai forse si può dire serviva, come scudo di protezione contro le aggressioni, come parziale forma di deterrenza. I volontari affiancano i contadini della regione nel lavoro nei campi ma soprattutto svolgono attività di sorveglianza ed interposizione, specie notturna, nei villaggi e nelle case delle famiglie”
Cambiamenti successivi al 7 ottobre
“La pressione è aumentata esponenzialmente, pur già all’interno di una storia pluri-decennale di soprusi e violenze. Le restrizioni alla mobilità – con centinaia di checkpoint improvvisi, chiusure di strade e blocchi stradali – rendono impossibile per i contadini trasportare i prodotti al mercato, per i bambini raggiungere le scuole, per le famiglie svolgere qualunque attività di vita ordinaria. Abbiamo assistito a una crescita senza precedenti della violenza da parte dei coloni, che agiscono protetti dall’esercito, intimidendo i pastori, bruciando i campi, espropriando con la forza ampie porzioni di territorio, rubando o uccidendo il bestiame. Interi pascoli ed insediamenti beduini sono stati costretti allo sfollamento forzato. La Valle del Giordano è fertile e strategica per gli obiettivi economici, militari, politici dell’occupazione israeliana”
Supporto a livello internazionale
“L’Europa se solo lo volesse avrebbe un forte peso politico ed economico. Chiediamo principalmente tre cose chiare:
- Pressione diplomatica: pretendere il rispetto del diritto internazionale e la fine della politica di demolizione e confisca nelle aree occupate
- Cooperazione dal basso: sostenere progetti di cooperazione decentrata, gemellaggi tra comuni (come si sta cercando di fare in questo viaggio tra città italiane e comunità palestinesi), acquisto equo e solidale dei prodotti locali (nella rete del fair trade sono presenti da anni prodotti ormai iconici del settore come il cous cous, i datteri, l’olio, spezie come lo zaa’tar, mandorle, ecc)
- Informazione corretta: smettere di guardare alla Palestina solo come a un teatro di guerra infinita ed inevitabile, riconoscendo la dignità di un popolo che chiede il rispetto dei propri diritti fondamentali e la libertà sulla propria terra.
Il 7 ottobre 2023 ha segnato una svolta terribile nella violenza dell’occupazione israeliana, ma questa esiste da 80 anni”.
Esistere, resistere, ammalarsi e curarsi
Rasheed è un uomo poco più che quarantenne, quindi teoricamente nel pieno delle forze, ma anche a causa di una vita sempre sul filo del rasoio, tra minacce, invasioni, check-point quotidiani a cui sfugge inerpicandosi per ore in auto su strade sassose collinari dove anche i muli avrebbero difficoltà, nei mesi scorsi ha sofferto seri problemi di salute, soprattutto cardiaci. Ora non fuma più, passa del tempo con la famiglia allargata nella casa di Toubas, prende diverse medicine, ma i segni di affaticamento sono evidenti nel corpo e nel viso.
Anche salire le scale delle fermate della metropolitana, rimanere in piedi a chiacchierare con gruppi come quello che da più di un anno ogni giorno pratica un’ora di silenzio per la Palestina davanti al Duomo di Milano, sopportare l’afa italiana di questa estate, sono prove faticose. Nascoste, ma visibili a chi lo conosce da tanto ed ha condiviso con lui e loro fatiche e resistenza, nelle comunque ancora affascinanti terre della Jordan Valley…
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