O
nnipresenti. I piccioni tappezzano le piazze e invadono tetti, statue, cordoli, marciapiedi, tra l’indifferenza, la repulsione e la curiosità degli abitanti delle città. Li osserviamo mentre si gonfiano, gironzolando, per impressionare una possibile partner, o becchettano le scaglie di zucchero e burro della sfoglia di un croissant, sfuggite al morso di un passante frettoloso. Si innalzano in un’onda di piume scure e rumorose per accaparrarsi le briciole di pane lanciate in aria da una bimba che sorride preoccupata e si accovacciano comodamente su monumenti e arredi urbani che imbrattano con colate di escrementi.
Eppure le origini della variante domestica di Columba livia e la sua storia condivisa con noi esseri umani, un percorso di coesistenza, sfruttamento, selezione, studio e ammirazione, ci raccontano di un animale affascinante. Non sono solo “ratti con le ali” da debellare per preservare igiene e decoro: guardando al passato e affacciandoci verso il futuro, i piccioni si rivelano preziose risorse, piacevoli compagni, eroi, uccelli dall’inaspettata intelligenza, custodi dei misteri dell’evoluzione e insospettabili alleati nella conservazione della biodiversità.
Ratti con le ali
Sembra che i piccioni siano stati etichettati per la prima volta come “ratti con le ali” nel 1966 da Thomas Hoving, commissario di Bryant Park alle prese con una percezione sempre maggiore del degrado dell’area da parte dei cittadini di New York. L’espressione, riportata in un articolo del New York Times, è stata poi ripresa nel film del 1980 Stardust Memories di Woody Allen, per entrare così nel lessico popolare statunitense. È probabile, però, che una metafora così vivida e calzante sia apparsa in momenti storici diversi anche in altri Paesi: in molti avranno visto in questi uccelli la stessa minaccia alla salute e alla cura delle città prospettata dalla presenza dei roditori, senza aver letto mai le pagine della celebre testata né aver memorizzato i dialoghi delle pellicole di Allen.
Una volta che impariamo a osservarli al netto dei pregiudizi, i piccioni si rivelano uccelli dall’inaspettata intelligenza, custodi dei misteri dell’evoluzione e insospettabili alleati nella conservazione della biodiversità.
Gli elevati tassi di crescita annui delle popolazioni, stimati al 150%, una densità che può arrivare a migliaia di individui per chilometro quadrato nei centri europei e il rischio di zoonosi hanno incoraggiato la similitudine tra piccioni e ratti. Inoltre, proprio come i roditori, la variante domestica di Columba livia causa danni a edifici e beni culturali, che utilizza come alloggi sporcandoli e danneggiandoli con gli acidi urici delle deiezioni o con l’azione meccanica di zampe e becchi, ed è spesso vista come una minaccia per l’agricoltura, in quanto razziatrice di semi, legumi e germogli di coltivazioni e infestatrice di derrate alimentari. Al pari dei ratti, i piccioni appaiono quasi invincibili: i piani di controllo attuati nel corso dei decenni, con strategie sempre meno crudeli e più legate alle conoscenze ecologiche, non sono mai stati del tutto risolutivi.
I piccioni torraioli costituiscono, infine, un problema per la biodiversità. Questo è un aspetto che permette di fare un passo indietro e dare uno sguardo alle loro origini, infatti la variante domestica può incrociarsi con gli esemplari di piccione selvatico e inquinarne il patrimonio genetico, cancellando così la forma ancestrale della specie da cui tutto ebbe inizio.
Dalle grotte alle colombaie
Il piccione selvatico è un uccello sedentario che si rifugia e nidifica in grotte e sporgenze di pareti rocciose, scogliere, per poi volare in cerca di cibo in territori aperti. È originario delle regioni costiere e montuose del Mediterraneo, dell’Europa nord-occidentale, del Medio Oriente, dell’Asia meridionale e dell’Africa settentrionale e oggi esistono popolazioni “pure”, non ancora o solo lievemente interessate dall’inquinamento genetico, in Irlanda occidentale, in Scozia nord-occidentale e in Italia, in Sardegna.
Le motivazioni che hanno condotto ai primi contatti tra Homo sapiens e Columba livia non differiscono di molto rispetto a quelle della maggior parte degli animali domesticati: questi volatili potevano essere sfruttati come fonte di cibo. A Gibilterra, i Neanderthal cacciavano piccioni selvatici già 67.000 anni fa e fonti pittoriche e scritte testimoniano attività di allevamento nell’antica Mesopotamia, più di 5.000 anni fa. Alcuni ricercatori ipotizzano per questi animali un percorso commensale nel cammino verso la domesticazione: quando le popolazioni umane costruirono insediamenti permanenti, i piccioni furono attratti da cereali e altri alimenti, che potevano trovare in abbondanza, e dai rifugi, che li riparavano dall’attacco di falchi e altri possibili predatori. Probabilmente quegli edifici dovevano apparire loro molto simili a scogliere, per lo sviluppo in altezza e per la presenza di rientranze e mensole. Potrebbe essere capitato che, nelle prime civiltà, qualcuno abbia portato via i pulli di piccione dai loro nidi e li abbia cresciuti in gabbia, cercando di abituarli alla presenza umana, come ha supposto la giornalista e ricercatrice Courtney Humphries nel suo saggio Superdove: How the Pigeon Took Manhattan … And the World (2008), tuttavia la teoria del commensalismo è piuttosto solida.
Quando le popolazioni umane costruirono insediamenti permanenti, i piccioni furono attratti da cereali e altri alimenti, che potevano trovare in abbondanza, e dai rifugi, che li riparavano dall’attacco di falchi e altri possibili predatori.
Passare alle prime forme di allevamento non fu troppo complesso. Gli uccelli si adattavano facilmente alle strutture antropiche e così furono realizzati degli appositi edifici per accogliere centinaia di individui che, in questo modo, garantivano alle comunità umane proteine, contenute nella carne e nelle uova, e un ottimo concime, ricavato dagli escrementi. Nacquero così le colombaie, destinate a diffondersi in diverse aree geografiche e ad attraversare la storia: da costruzioni in fango coperte da tetti conici forati, divennero in seguito piccoli edifici separati dalle abitazioni o, magari, sistemazioni più modeste, come piccole soffitte o sparute rientranze, in cui mantenere un numero anche elevato di piccioni, liberi di volare via per cercare cibo di giorno e tornare a sera per riposare e prendersi cura dei piccoli. Non c’era bisogno di costringerli alla cattività, poiché in queste sistemazioni trovavano case confortevoli e quasi sempre vicine a consistenti scorte alimentari. E rincasavano facilmente, facendo affidamento sull’homing, la capacità di alcune specie animali di ritornare in un luogo centrale, come un nido o un territorio, dopo la ricerca di cibo o altri spostamenti. Un insieme di comportamenti che ha reso gli esemplari di Columba livia estremamente preziosi.
Bellezze da esposizione e abili messaggeri
Columba livia domestica, il piccione torraiolo che incrociamo nelle nostre città, è il prodotto di un lungo processo, cominciato in Europa, Asia e Africa e tutt’oggi in corso. Come raccontano i ricercatori Richard F. Johnston e Marian Janiga nella monografia Feral pigeons (1995), le popolazioni di piccioni inselvatichiti si sono costituite a partire da piccioni domestici abbandonati o sfuggiti dagli allevamenti e poi stabilitisi nell’habitat urbano. Tali episodi saranno stati numerosi nel corso dei secoli e alcuni di questi sono entrati addirittura nella storia, come la fuga avvenuta negli anni della Rivoluzione francese.
La carne di piccione divenne storicamente un cibo di nicchia (lo è ancora, se si pensa alla sua presenza nei menu dei ristoranti stellati) e assunse presto un significato simbolico. Le colombaie emersero in Europa all’interno di un sistema agricolo feudale e, a quel tempo, erano i signori a possederle: in Francia la legge vietava ai fittavoli di detenere piccioni, mentre ai volatili delle classi superiori era permesso di nutrirsi liberamente del grano nei campi. Gli uccelli dei nobili ingrassavano rubando il sostentamento ai contadini che, per protesta, distrussero le colombaie e causarono la dispersione dei volatili. Ma, ricordano Johnston e Janiga, i piccioni domestici si erano sottratti alla cattività frequentemente già migliaia di anni prima del Diciottesimo secolo, quindi è molto probabile che i piccioni inselvatichiti abbiano una storia tanto lunga quanto quella dei domestici, antenati di commensali che traevano vantaggio dalla vicinanza con gli esseri umani e di fuggitivi in cerca di una nuova casa.
I tratti ottenuti dalla selezione artificiale e dai differenti incroci attuati dall’epoca vittoriana ad oggi, sono sorprendentemente vari, almeno quanto quelli osservabili tra le razze canine.
Negli incroci che diedero vita alle popolazioni dei piccioni di città non finirono solo animali allevati per la loro carne. Gli antichi egizi iniziarono a impiegare i colombi per scopi cerimoniali e culinari almeno 4.000 anni fa e i romani erano già accompagnati dagli antenati di alcune razze moderne ornamentali. La selezione artificiale di piccioni domestici nell’antichità sembra sia avvenuta anche in Medio Oriente e nell’Asia meridionale, i cui scambi di uccelli risalirebbero almeno al Sedicesimo secolo, il che avrebbe contribuito a incrementarne la già coltivata diversità. Più tardi, fu nell’Inghilterra vittoriana che la selezione artificiale e la classificazione dei piccioni conobbero un momento prospero.
I tratti ottenuti dai differenti incroci e giunti sino ai giorni nostri sono sorprendenti (e talvolta estremi) almeno quanto quelli osservabili tra le razze canine: ad esempio, il colombo Cappuccino ha lunghe piume che circondano il capo a formare una vistosa criniera, il colombo Pavoncello sfoggia una coda a ventaglio che ricorda per l’appunto la ruota di un pavone, il Capitombolante dell’Inghilterra dell’ovest esibisce un folto piumaggio sulle zampe, quasi a simulare delle ghette. Una tale ricchezza non poté non colpire la curiosità di Charles Darwin, in quegli anni alle prese con i suoi studi sulla selezione naturale, tanto da diventare materiale per la scrittura e successiva pubblicazione de L’origine delle specie (1859). Nel primo capitolo dell’opera, lo scienziato scrive:
Convinto che sia sempre preferibile studiare un gruppo particolare, ho deciso di scegliere i colombi domestici. […] Sui colombi sono stati pubblicati molti trattati, in diverse lingue, alcuni dei quali molto importanti perché antichi. Mi sono associato con vari eminenti colombofili e sono stato ammesso a due dei loro club di Londra. La diversità delle razze di questi animali è veramente strabiliante. […] Per quanto grandi siano le differenze fra le razze di colombi, io sono assolutamente convinto che sia giusta l’opinione comune dei naturalisti, che cioè esse discendono tutte dal colombo torraiolo (Columba livia), comprendendo in questo termine diverse razze geografiche, o sottospecie, che differiscono fra loro per caratteri di pochissima importanza.
Darwin riprese e ampliò questi concetti nel saggio La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico (1868), in cui dedicò due capitoli ai piccioni. L’interesse scientifico pare fosse accompagnato da una forma di entusiasmo e affezione, tanto da promettere al geologo e amico Charles Lyell, in uno scambio epistolare del 1855: “Ti mostrerò i miei piccioni! È il più grande piacere, a mio parere, che possa essere offerto a un essere umano”.
Si narra che gli egizi usassero i piccioni per comunicare il progresso dell’inondazione annuale del Nilo e che Giulio Cesare ne avesse inviato uno a Roma per annunciare la sua vittoria in Gallia.
Attualmente si possono contare centinaia di razze ornamentali e gli scheletri di alcuni dei piccioni che aiutarono Charles Darwin nelle sue ricerche sono conservati tra le collezioni del Natural History Museum di Londra.
I piccioni erano selezionati per la loro bellezza, nonché scelti e addestrati come messaggeri, proprio grazie a quella capacità di tornare a casa che gli esseri umani seppero allenare e sfruttare per millenni. Si narra, infatti, che gli egizi usassero i piccioni per comunicare il progresso dell’inondazione annuale del Nilo e che Giulio Cesare ne avesse inviato uno a Roma per annunciare la sua vittoria in Gallia. In seguito, i piccioni viaggiatori furono impiegati in pericolose missioni di guerra e alcuni di loro riuscirono a passare alla storia per le loro imprese. È il caso di Cher Ami che salvò, con il messaggio legato alla sua zampa sinistra, quasi duecento americani di un battaglione bloccato in territorio nemico durante la Prima guerra mondiale; o di G.I. Joe, inviato dagli inglesi per annullare il previsto bombardamento di una città in mano ai tedeschi nella campagna d’Italia della Seconda guerra mondiale, poiché una brigata di soldati alleati l’aveva già occupata. C’è chi racconta che abbia volato per più di trenta chilometri in venti minuti e che meno di cinque minuti di ritardo avrebbero significato la morte per militari e civili.
È a loro che plausibilmente si sono ispirati William Hanna e Joseph Barbera per realizzare, nel 1969, il cartone animato Dastardly e Muttley e le macchine volanti, che racconta i maldestri tentativi di una sgangherata banda di aviatori di fermare un piccione viaggiatore durante la Grande guerra. Jennifer Ackerman nel suo saggio Il genio degli uccelli (2016) racconta come questi esperti messaggeri abbiano svolto compiti strategici persino intorno agli anni Dieci del Duemila: a Cuba, nella trasmissione dei risultati elettorali in regioni montane remote e in Cina, per inviare messaggi di carattere militare in caso di emergenza.
L’intelligenza del piccione
Furono proprio le grandi capacità di navigazione e le imprese militari che portarono i piccioni a essere tra i soggetti prediletti di oltre cinquant’anni di studi di psicologia e comportamento animale. Lo scienziato che aprì loro le porte dei laboratori fu nientemeno che Burrhus F. Skinner, uno dei maggiori esponenti del comportamentismo.
Oggi sappiamo che i piccioni posseggono grandi capacità di apprendimento, un’ottima memoria a lungo termine, sanno distinguere un dipinto di Monet da uno di Picasso e riconoscere volti umani.
Da un treno diretto a Chicago, nel 1940, osservò uno stormo di uccelli volare e, riflettendo sulle loro abilità, si chiese se potessero essere sfruttate per guidare con maggiore precisione dei missili verso i bersagli stabiliti. Questo fu il fulcro intorno al quale si sviluppò il suo Project Pigeon, un programma che alla fine fu rigettato definitivamente dagli ufficiali militari statunitensi e non ricevette ulteriori fondi, nonostante le risposte promettenti raccolte in un primo periodo di ricerca. Non tutto andò perduto: Skinner si convinse che i piccioni potevano essere una grande risorsa come soggetti sperimentali in psicologia, in quanto erano abituati a vivere in gabbia e alla vicinanza con gli umani, si ammalavano meno facilmente in condizioni di alta densità, avevano le giuste dimensioni, ce n’erano in abbondanza e il loro mantenimento non costava troppo. Lo scienziato riprogettò la sua celebre Skinner box per gli esperimenti di rinforzo, trasformando le leve da premere, concepite inizialmente per i ratti, in tasti da beccare. Nel 1948 fu fondato l’Harvard Pigeon Lab che, per 50 anni, contribuì allo sviluppo del comportamentismo fino all’arrivo della rivoluzione cognitiva, che inaugurò una nuova fase della ricerca psicologica ed etologica.
Nel corso di decenni di studio abbiamo scoperto che quei piccioni dall’aria un po’ tonta, con quelle teste ondeggianti e lo sguardo fisso, tonti non lo sono affatto. Posseggono grandi capacità di apprendimento e possono essere più rapidi di un bimbo umano nell’imparare un compito semplice, hanno un’ottima memoria a lungo termine che permette loro di ricordare un elevato numero di stimoli visivi, sono in grado di stabilire se due immagini sono uguali anche se ruotate secondo angoli diversi e lo fanno più velocemente di noi, sanno distinguere un dipinto di Monet da uno di Picasso e riconoscono i volti umani. Più di recente, hanno dimostrato di riuscire a segnalare le scansioni di TAC in cui sono presenti noduli polmonari, enfisemi e alcune particolari opacità, dette noduli a vetro smerigliato: i risultati di questi studi potrebbero essere di supporto nello sviluppo di migliori strumenti di diagnostica per immagini e ottimizzare così il lavoro dei radiologi.
I colombi non sono solo estremamente dotati dal punto di vista visuo-spaziale: sanno contare, possono discriminare i concetti di spazio e tempo, imparano regole numeriche astratte con prestazioni indistinguibili dai primati e sono migliori di noi nell’affrontare e risolvere alcuni problemi statistici.
Esiste, però, una capacità di questi animali di cui scienziate e scienziati non riescono tuttora a svelare i meccanismi: si tratta proprio dell’homing, che ne ha facilitato la domesticazione e li ha trasformati in messaggeri insostituibili. Questo comportamento li rende ancora oggi protagonisti di competizioni sportive e di ricerche grazie alle quali conquistano le copertine di importanti riviste scientifiche.
Un mistero irrisolto e un paradosso per la biodiversità
I becchi dei due piccioni immortalati sulla copertina del numero 392 di Science puntano verso l’osservatore. Sembrano fieri nella loro posa fissa, stagliati su uno sfondo neutro che fa risaltare l’austerità del piumaggio, dai toni marrone-rosso e grigio-blu, che contrasta con le tipiche iridescenze verdi e viola. Un gruppo di ricerca, composto dagli immunologi dell’Università e dell’Ospedale universitario di Bonn, dai fisici dell’Università di Duisburg-Essen e dagli ornitologi del Max Planck Institute of animal behavior, ha pubblicato a maggio scorso uno studio che aiuta a comprendere meglio le eccezionali doti di navigazione di Columba livia e i meccanismi su cui si basa questa abilità che ritroviamo anche in altri animali.
La navigazione animale può essere definita come la capacità di raggiungere una meta spazialmente definita e circoscritta, anche lontana. Ne sono maestri gli uccelli migratori e la padroneggiano i piccioni che riescono a tornare a casa persino se trasferiti in luoghi distanti, mantenendo loro nascosto il tragitto. Una delle strategie per spiegare la navigazione negli uccelli è quella che prevede l’utilizzo di una “mappa”, costituita da informazioni che servono a capire dove ci si trova, e di una “bussola”, che permetta di mantenere la direzione verso la destinazione finale. Anche noi umani, quando ci troviamo in un posto sconosciuto, cerchiamo di raccogliere informazioni per ricavare la nostra posizione, ossia le nostre coordinate spaziali, dopodiché abbiamo bisogno di punti di riferimento e altri tipi di indizi che servono per mantenere la rotta. Negli uccelli, la presenza del sole e la percezione del campo magnetico terrestre sono tra le fonti di informazioni impiegate per la navigazione e, da tempo, la comunità scientifica sta indagando sugli organi e sulle modalità con cui questi animali utilizzerebbero tali stimoli come bussole.
Le popolazioni umane tendono a spostarsi sempre più verso i centri urbani e il modo più diretto per entrare in contatto con la fauna selvatica saranno le specie che vivono in città. Il bistrattato piccione potrebbe diventare un insospettabile alleato nella lotta per la tutela della biodiversità.
Il lavoro pubblicato su Science si concentra sui macrofagi presenti nel fegato dei piccioni, cellule in grado di degradare i globuli rossi invecchiati e che, come parte di questo processo, accumulano ferro: quest’ultimo conferirebbe loro la proprietà di rispondere ai campi magnetici, fornendo agli uccelli una bussola interna. L’esperimento a cui sono stati sottoposti gli esemplari coinvolti è eloquente: i piccioni vennero addestrati a fare ritorno alla propria voliera da distanze superiori a venti chilometri e, in seguito, furono rilasciati lontano dalla propria casa; gli individui a cui erano state rimosse le cellule contenenti ferro perdevano la direzione e non riuscivano a fare ritorno in condizioni di cielo nuvoloso, mentre giungevano a destinazione quando il sole era visibile. Si ipotizza, dunque, che in mancanza della bussola magnetica costituita dai macrofagi, nelle giornate serene gli uccelli abbiano potuto fare affidamento sugli indizi solari. I risultati ottenuti confermerebbero l’impiego dell’orientamento solare in combinazione alla percezione magnetica per la navigazione, ma sono ancora lontani dall’essere decisivi nella comprensione del funzionamento della bussola magnetica in questi animali. Infatti, nello stesso numero della rivista, un altro studio ha proposto l’orecchio come sede di cellule potenzialmente adatte alla magnetorecezione.
Nel 2006, il biologo Robert Dunn parlò di “paradosso del piccione”: in un periodo storico in cui stiamo affrontando gli effetti dei cambiamenti climatici e siamo testimoni e fautori della sesta estinzione di massa, la conservazione della biodiversità potrebbe dipendere sempre più dalla predisposizione delle persone nel mantenere una connessione con la natura. Le popolazioni umane si stanno spostando progressivamente verso i centri urbani e il modo più diretto per entrare in contatto e conoscere la fauna selvatica sono e saranno le specie che vivono in città. Ed ecco che la variante domestica di Columba livia potrebbe paradossalmente contribuire a supportare la tutela della biodiversità, ad esempio con programmi educativi e progetti di citizen science.
In Feral Pigeon, Johnston e Janiga scrivono:
Le qualità speciali dei piccioni inselvatichiti sono raramente riconosciute come tali, il che è il risultato del modo in cui gli esseri umani percepiscono il mondo naturale. […] Le visioni del mondo occidentali dominanti hanno insegnato che la natura esiste per l’uso umano e che gli esseri umani ne sono i custodi o i curatori, fondamentalmente separati dal mondo naturale. Questa posizione filosofica si è rivelata svantaggiosa sotto molti aspetti, uno dei quali è rilevante in questo contesto: poiché gli esseri umani considerano le proprie attività come diverse dalla ‘natura’, esse vengono ritenute manufatti, derivanti da abilità umane e non naturali.
Se pensiamo a quanto della nostra storia abbiamo condiviso con i piccioni, al lungo percorso di domesticazione che abbiamo affrontato insieme, alle loro insospettate forme di intelligenza e al fatto che una stessa specie (spesso esclusa dai grandi racconti della coevoluzione) sia stata per noi cibo, compagnia, strumento di comunicazione, di guerra e di conoscenza, oltre a mostrarci quanto possa essere sfumato il confine tra selvatico e domestico, tra naturale e artificiale, allora non vedremo più davanti a noi degli uccelli sporchi e insulsi. Si trasformeranno ai nostri occhi in animali straordinari, che potrebbero aiutarci persino a salvaguardare la biodiversità e, con essa, il nostro futuro su questo pianeta.
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Alessia Colaianni
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