Le giovani coppie venete vorrebbero due figli. Nella realtà si fermano a 1,2 – erano 1,49 nel 2008 – e le nascite in Regione, nello stesso arco di tempo, sono calate del 38,4 per cento. È dentro questa forbice, fra il desiderio e le condizioni che lo rendono possibile, che si è mosso il confronto nell’evento organizzato giovedì 16 luglio a Valnogaredo di Cinto Euganeo dal Forum delle associazioni familiari del Veneto, dalla Comunità Papa Giovanni XXIII e dalla Collaborazione pastorale Colli Ovest. La famiglia accogliente è ancora un modello attuale? Quali politiche mettere in campo per sostenere attivamente la famiglia, che, specie nei casi di fragilità (malattia, disabilità, anzianità), diventa il vero perno (silenzioso) del welfare italiano?
Attorno al tavolo, nella prima delle due tavole rotonde moderate dal direttore de La Difesa del popolo Luca Bortoli, il presidente del Forum delle associazioni familiari del Veneto Marco Marseglia – che ha introdotto i numeri già citati – l’assessore regionale ai servizi sociali, famiglia, longevità, sport e politiche abitative Paola Roma, il responsabile della Caritas diocesana di Padova don Marco Galletti e la consigliera regionale Chiara Luisetto, vicepresidente della quinta commissione consiliare per le politiche sociosanitarie.
Per il Forum la risposta a quella forbice sta in un cambio di paradigma: «Non più politiche spot basate sui bonus, ma politiche integrate e strutturate. Una famiglia decide di affrontare questo percorso di vita se ha davanti interventi strutturali».
Un cambio di visione è anche il punto di partenza dell’assessore Paola Roma, che indica nei centri per la famiglia una risorsa di prevenzione: «Famiglie per altre famiglie, anziani per altri anziani, giovani per altri giovani. Se una persona non ha una rete familiare, trovarsi con altre persone crea comunque un tessuto importante». La sfida più grande, ha spiegato, sono gli Ambiti territoriali sociali: «Lavorare insieme nei territori, garantire livelli di supporto omogenei, un processo che questa Regione ha scelto di condurre valorizzando la sussidiarietà ma mantenendola a livello pubblico. È la sfida più importante: abbattere muri e campanili, guardare alle persone che non si devono più sentire sole perché hanno insieme una rete di soggetti».
Una rete fatta anche di realtà minute, che l’assessore ha chiamato «sentinelle» guardando come esempio alla Pro loco presente in platea: «Quando organizza eventi nel territorio, l’anziano esce, si avvicina, e voi siete sentinelle, come lo è la Caritas con l’ascolto».
Nella nuova declinazione dell’assessorato, che accorpa sport e politiche abitative, Roma ha insistito sulla casa. Il consiglio regionale ha appena nominato i nuovi referenti delle Ater: «Abbiamo un lavoro immenso da fare, non solo dal punto di vista infrastrutturale dato che le Ater devono sistemare i circa 7-8 mila alloggi sfitti in Veneto, ma pensare che lì dentro ci saranno persone seguite in buona parte dal sociale, conosciute dalla rete delle associazioni». Per erogare i primi fondi destinati all’affitto, ha annunciato, si applicherà il Fattore famiglia «e non l’Isee». Sulla fascia 0-6 anni è in atto una collaborazione con la Fism: «Se dai 4 ai 6 anni tutte le Regioni hanno pari dignità, nella fascia 0-3 abbiamo un grave gap». Agli enti locali chiede corresponsabilità: «Se Comuni e Regione non lavorano insieme per portare a casa le opportunità che lo Stato centrale offre, nel 2029 i Comuni avranno meno risorse per il sociale».
Poi le date: gli ambiti devono costituirsi entro fine settembre o inizio ottobre, «non c’è più tempo per attendere»; entro fine agosto sarà operativo l’Osservatorio integrato delle politiche sociali; nel sociale la procedura di riferimento non sarà più l’appalto ma la co-programmazione, «perché il valore nasce se il territorio mette a sistema le risorse».
«Come siamo messi? Con un pezzo di strada importante ancora davanti». Chiara Luisetto ha risposto così alla domanda sullo stato dell’arte, nella visione della minoranza, sulle politiche sociali regionali. Il capitolo nidi resta aperto: «Oggi far frequentare un nido al proprio figlio significa spesso togliere una buona parte dello stipendio, quando ci si riesce, anche per le liste d’attesa». Il Veneto non è messo male in percentuale di posti – circa 35 su 100 bambini – ma il punto è un altro: «Se devo dare servizi alla famiglia, e non bonus parziali e provvisori, devo garantire l’inserimento in un servizio educativo strutturale».
Il nodo, per la consigliera, è la disomogeneità: ci sono ambiti in cui i fondi per le famiglie vengono spesi meglio e altri in cui restano fermi. «Il territorio regionale appare a macchie di leopardo. Una delle prime sfide è l’omogeneità: dare a tutti le stesse opportunità nei punti di partenza». Poi la casa, che «non è solo il luogo della sicurezza ma della progettualità. Un tempo accedevo all’abitazione se avevo un lavoro, oggi la situazione si è invertita: riesco ad accedere al lavoro solo se ho una stabilità abitativa». E poi ci sono i trasporti e il caro libri, «temi che una famiglia vive tutto l’anno, non solo a settembre». Invertire la rotta della crisi demografica significa partire da opportunità e servizi: da sindaca aveva investito fondi europei in un polo scolastico, nonostante chi obiettava che i bambini erano pochi. «Se non offriamo luoghi belli e sicuri, se non diamo opportunità alle famiglie di costruire progettualità, difficilmente eviteremo che i piccoli paesi diventino paesi dormitorio».
Sulle fragilità la consigliera ha usato parole nette: «Quando consideriamo la cura una questione domestica, abbiamo già perso: ci costruiamo solitudini». Di qui il progetto di legge sui caregiver familiari, presentato il 25 maggio scorso, che il presidente della Regione Stefani ha sottoscritto come secondo firmatario. In Veneto sono oltre 600 mila le persone che si prendono cura di un familiare, per lo più donne che hanno rinunciato al lavoro: «Sono un esercito invisibile e silenzioso di cura che, dentro le mura di casa, prova a far funzionare la vita con un figlio con disabilità, un genitore anziano, un’amica sola». Il testo prevede informazione, formazione, sostegno psicologico e momenti di sollievo, oltre a un tavolo con il terzo settore. E un chiarimento, «prima che diventi un equivoco»: «Non è un progetto di legge che dà soldi al caregiver, è un progetto di legge che dà servizi, lo mette al centro di una progettualità e gli dice: non sei più solo, il tuo lavoro di cura è una risorsa sociale». Il senso profondo della norma, ha aggiunto, gliel’ha ricordato il Forum in audizione: don Oreste Benzi misurava la civiltà di una comunità anche su quanto si è capaci di farsi carico di chi si prende cura.
A fare da controcanto, i dati dei 37 centri di ascolto della Caritas diocesana portati da don Marco Galletti: stranieri e italiani chiedono ormai allo stesso modo, e in cima ai bisogni c’è la casa. «Oggi la casa non è più un problema solo di chi vive in marginalità, non è più un diritto neanche per chi ha un lavoro», ha detto, raccontando di famiglie con un lavoro costrette a separarsi per mancanza di alloggio. Poi la scuola e il sovraindebitamento di chi regge mutuo, figli e un genitore da assistire. La proposta della Chiesa sta in una parola: «Credere nella rete, che oggi non è sempre di moda: riuscire a uscire da se stessi, dai propri servizi, per mettersi in relazione con gli altri». Anche mettendo a disposizione spazi: «Quante canoniche vuote ci sono, che potrebbero diventare una casa famiglia accogliente».
A Valnogaredo l’accoglienza è di casa da anni
A Valnogaredo l’accoglienza ha un indirizzo preciso. Da undici anni in canonica abitano Luca Di Tomasso e Maria Cristina con la loro famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII; prima di loro altre famiglie della stessa realtà, i Paolucci e i Rebellato, avevano aperto quelle porte a minori e anziani. «Una casa viva», l’ha definita la responsabile di zona Marina Figus, perché chi vi ha vissuto ha scelto l’accoglienza «in modo totalizzante», non da solo ma dentro una comunità e una Chiesa locale.
La legge regionale sui caregiver? In aula entro l’anno
La legge regionale sui caregiver è stata al centro del dibattito nell’evento “La famiglia accogliente è ancora un modello attuale?” di Valnogaredo. Chiara Luisetto, prima firmataria, ha sottolineato come le risorse stanziate serviranno a sostenere servizi e ad alimentare un fondo regionale ad hoc. «Mentre nel progetto di legge nazionale il vero obiettivo è previdenziale, in particolare per le donne caregiver – spiega Luisetto – a livello regionale intendiamo mettere a sistema tutte le iniziative dedicate ai caregiver: informazione e formazione, supporto psicologico e interventi di sollievo. Il milione di euro indicato è una cifra di partenza, spero che aumenti già nel dibattito in aula consiliare».
Il progetto di legge mercoledì 22 luglio è stato discusso in commissione, Luisetto spera in un approdo in aula entro l’anno, poi toccherà ai provvedimenti attuativi.
A livello nazionale. Pilastro del nostro welfare
«Che futuro offriamo ai figli?». È la domanda con cui lo psicanalista Francesco Stoppa, docente dell’Istituto per la clinica dei legami sociali, ha aperto la seconda tavola rotonda della serata di Valnogaredo che dal Veneto ha allargato lo sguardo al quadro nazionale. Risalendo dalla famiglia patriarcale dell’antica Roma alla novità del cristianesimo, «la religione del figlio, non del padre», Stoppa è arrivato al presente: le famiglie soffrono di solitudine e i genitori sono spaventati perché oltre le mura di casa si apre quello che ha definito un «far west». Di qui l’urgenza di difendere i corpi intermedi – scuola, sanità, famiglia – e di ripensare il modo in cui i servizi si rapportano ai cittadini: «Più che dare risposte bisogna costruire le domande insieme ai cittadini. Un consumatore di prestazioni non è un cittadino».
Per Roberta Castellan, del direttivo nazionale del Forum delle associazioni familiari, il punto è il riconoscimento della famiglia come soggetto attivo e non come problema. Richiamando don Oreste Benzi, ha descritto tre livelli di accoglienza: quella quotidiana dei caregiver, quella di prossimità tra famiglie vicine e quella dell’affido e dell’adozione, sostenuta dal progetto Casa finanziato dal Ministero del lavoro. «Quando accogli non sei né un santo né un eroe, sei soltanto un uomo: è un atto di giustizia», ha ricordato, perché le testimonianze di chi accoglie spingono altri a dire «posso farlo anch’io».
La deputata Rosanna Filippin ha rovesciato l’immagine corrente: «Spesso si parla delle famiglie come un problema, ma in realtà le famiglie italiane sono un pilastro del welfare italiano». Con circa 4 milioni di caregiver in Italia e il 37 per cento delle famiglie composto da una sola persona, la sua proposta è vincolare ogni provvedimento a una valutazione intergenerazionale. Poco fiduciosa che la legge nazionale sui caregiver arrivi in porto entro la legislatura, l’ha definita un «dono» per chi verrà dopo.
Più ottimista Fiammetta Modena, responsabile del dipartimento Sociale e disabilità di Forza Italia, che ha ricostruito l’iter del disegno di legge governativo, nato dopo la condanna delle Nazioni Unite all’Italia nel 2022 per l’assenza di un riconoscimento di chi assiste un familiare. Il testo, ha spiegato, prevede una piattaforma Inps per contare un «popolo invisibile» stimato fra i quattro e gli otto milioni di persone, e si inserisce in un quadro che, dalla legge delega sulla disabilità in poi, sostituisce la logica assistenziale con quella del progetto di vita. E ha registrato un fatto politico: «I colori politici si scoloriscono perché il tema è troppo rilevante».
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Andrea Canton
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