La parabola del nido sulle rive del Bisatto, a Este


Da pochi giorni, nella piccola chiesa del Carmine di Este, un’antica immagine è tornata leggibile. Non è una delle opere più celebrate della città: non pretende di gareggiare con l’antica icona delle Grazie né con le meraviglie custodite nel Duomo. La sua bellezza è meno levigata, più domestica. Maria ha quasi il volto di una mamma di paese. Sorregge il Figlio al petto e insieme lo presenta. E nella mano destra Gesù stringe un piccolo uccellino nero. Prima del restauro non era possibile riconoscerne con chiarezza la specie. Ora si distingue una rondine. Da qui anche un nome nuovo e affettuoso: Madonna della rondinella. Segno che un’immagine antica non ha finito di generare parole e interpretazioni.

Il dipinto murale, di 92 per 90 centimetri, è datato con prudenza al Cinquecento e oggi è custodito sull’altare maggiore della chiesa, che appartiene alla parrocchia di Santa Maria delle Grazie. Per generazioni corone, rosari, orecchini e cuori di latta avevano rivestito l’immagine: la gratitudine si era quasi depositata sull’intonaco come una seconda pittura. Il restauro, promosso dal prof. Giovanni Gambarin ed eseguito da Egidio Arlango, della ditta vicentina Arlango Restauro, è stato sostenuto dalle offerte dei fedeli. Non ha restituito soltanto un oggetto artistico: ha reso di nuovo visibile una storia di preghiere, paure e riconoscenza.

Gli esiti dell’intervento hanno confermato che il nucleo più antico è costituito dalla Madonna col Bambino, dalla collanina di corallo al collo di Gesù e dalla rondine che egli tiene nella mano. San Rocco e san Sebastiano, anch’essi cinquecenteschi, furono aggiunti poco più tardi, a olio, probabilmente in relazione a una delle pestilenze che colpirono Este. L’immagine, dunque, non nacque tutta insieme nella forma attuale: una comunità guardò una Madonna già amata e vi aggiunse i santi necessari ad affrontare una paura nuova. Rocco porta la memoria della piaga e della guarigione; Sebastiano, trafitto dalle frecce, richiama l’antico volto del morbo che piomba improvviso sul corpo e sulla città. La fede, qui, non cancella la paura della malattia: la abita e le dà figure alle quali rivolgersi. E il corallo parla lo stesso linguaggio concreto: le madri lo ponevano al collo dei bambini come segno di protezione. Gesù è un bambino vero e fragile, custodito da una madre che compie per lui i gesti di tante donne del paese.

Ma prima dei santi della peste e prima del titolo carmelitano, il Bambino teneva già la rondine. L’immagine non nasce infatti secondo la tipica iconografia della Madonna del Carmine: non vi compare lo scapolare. Secondo la tradizione e gli studi locali, si trovava sul muro di una casa, in un terreno della famiglia veneziana Pattaro, lungo il Bisatto, nella zona della Restara. Quando all’inizio del Seicento fu accolta nella nuova chiesa costruita dai Carmelitani, non venne trasferita soltanto la pittura: con essa fu portata anche la porzione di muro che la custodiva. Il nido cambiò dimora, ma non fu separato del tutto dalla casa nella quale aveva preso forma. Ciò che la pietà domestica aveva già intuito divenne così culto pubblico e riparo per un’intera comunità. Nel 1679 era ormai venerata «con il nome della Madonna del Carmine». Il Carmelo non la produsse: la riconobbe.

Nella Scrittura la rondine non parla con una voce sola. Nel cantico di Ezechia, il re gravemente malato paragona il proprio lamento alla voce di un piccolo di rondine: Sicut pullus hirundinis, sic clamabo, «come un piccolo di rondine, così griderò» (Is 38,14). Qui la rondine non annuncia ancora la primavera: presta al malato il proprio pigolio, una voce fragile, ma capace di rivolgersi verso l’alto. Davanti all’immagine, la disposizione delle figure acquista allora coerenza: Rocco mostra la piaga che dura e chiede guarigione; Sebastiano porta l’improvvisa violenza del male, che colpisce come una freccia. La rondinella presta la propria voce a entrambe le sofferenze, e il Bambino la raccoglie nella mano.

Anche le tre campane del Carmine parlano la stessa lingua: nell’allegoria medievale la campana è la voce del predicatore. Una reca l’antica invocazione delle Litanie dei santi, cantata anche nelle Rogazioni: «A peste, fame et bello, libera nos, Domine». Un’altra proclama: «Defunctos ploro, peste fugo, festa decoro», «piango i defunti, allontano la peste, adorno la festa». Rocco e Sebastiano mostrano nel dipinto ciò che le campane domandano dall’alto; la rondinella presta il proprio grido al malato, mentre il bronzo invoca che la peste passi e la festa ritorni.

Geremia osserva che la tortora, la rondine e la cicogna conoscono e custodiscono i propri tempi, mentre il popolo non sa riconoscere il tempo di Dio (Ger 8,7). La rondine porta il tempo dentro l’immagine: accanto ai santi del pericolo introduce il ritmo dell’inverno e della primavera. E una rondine dipinta sulle rive del Bisatto racconta ancora qualcosa. Il Bisatto non era soltanto acqua: era la strada di Este, contesa già nel Medioevo per il controllo delle sue acque. Lungo il canale viaggiavano uomini e merci; attraverso Monselice, le imbarcazioni raggiungevano Chioggia, la laguna e l’Adriatico. La Restara viveva di mulini e di approdi, con i barcaioli riuniti già nel Cinquecento in una propria fraglia. Chi volle quell’immagine sul muro? Un mugnaio, un barcaiolo, forse una madre che aveva visto il figlio prendere la via dell’acqua e pregava perché tornasse. Non lo sappiamo.

La fede cristiana ha riconosciuto in Maria la dimora del Verbo e una figura della Chiesa: una casa che accoglie senza imprigionare. Davanti a un’acqua che porta lontano, quella casa può somigliare a un nido: protegge senza impedire il volo. Questa Madonna non ha mai portato il titolo di Madonna del Buon Ritorno. Eppure, sulle rive del Bisatto, si lascia leggere anche così: madre di chi parte, nido di chi ritorna. La parabola del nido è tutta qui: la rondine conosce il tempo del ritorno; Maria rimane la casa che attende; il Bambino tiene nella mano la promessa che dalla malattia si torni alla vita, dalla lontananza a casa.


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