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Manduria, in provincia di Taranto, esiste un rito per far piovere: è la “processione degli alberi” dedicata a san Pietro, protettore dei pescatori e signore delle acque. Durante la processione degli alberi, i fedeli percorrono i 10 chilometri che separano il paese di San Pietro in Bevagna da quello di Manduria trasportando grossi tronchi di alberi in spalla: in un breve filmato dell’Istituto Luce, risalente al 1933, si vedono i cittadini tagliare e trasportare i lunghi rami in processione sorridendo, forse immaginando la pioggia che il santo donerà al territorio. Non è l’unica tradizione popolare legata al meteo che coinvolge l’apostolo. Nel nord Italia, la sera del 28 giugno, si prepara la Barca di San Pietro: un contenitore colmo d’acqua nel quale si fa colare un albume d’uovo e che si usa per prevedere se il meteo e il raccolto dei mesi futuri saranno buoni o se incombe un’annata difficile.
La processione celebrata nel tarantino è solo uno dei molti riti propiziatori che sono stati celebrati nel tempo per invocare dal cielo una pioggia scrosciante, salvatrice di raccolti. Dalle più conosciute danze della pioggia delle popolazioni indigene dell’America del nord al rituale Wosana della comunità Bakalanga del Botswana, dalle danze degli sciamani cinesi all’aquaelicium degli antichi romani, molti popoli hanno cercato la pioggia con i mezzi che avevano a disposizione: preghiere, riti, sacrifici. Poi, è arrivato il momento della tecnica.
Far piovere, prima
Nell’Ottocento sono comparse le prime teorie sulla modificazione del tempo atmosferico, ma chi le portava avanti era comunque ammantato dall’aura del mistico: “The Storm King”, il meteorologo James Pollard Espy, concentrò la sua ricerca su nuvole e tempeste e propose di incendiare foreste per indurre la pioggia; “The Rain Wizard”, all’anagrafe Frank Melbourne, immaginò un metodo per creare delle nubi al livello del suolo che, una volta in contatto con l’aria, avrebbero provocato la tanto attesa pioggia. Di fatto, nessuna delle tecniche proposte fino alla prima metà del 20° secolo era scientificamente solida, ma del resto una tecnica di questo tipo presuppone una conoscenza approfondita dei meccanismi della pioggia, e al tempo non era ancora stato chiarito come si formassero le gocce.
Dalle danze degli sciamani cinesi all’aquaelicium degli antichi romani, molti popoli hanno cercato la pioggia con i mezzi che avevano a disposizione, ovvero preghiere, riti, sacrifici. Poi, è arrivato il momento della tecnica.
Il primo ad avere l’intuizione che la pioggia potesse essere stimolata artificialmente iniettando un composto esterno nelle nubi fu Louis Gathmann, un ingegnere tedesco trasferitosi negli Stati Uniti in giovane età. Gathmann è noto prevalentemente per l’invenzione della Gathmann gun, un’arma da fuoco simile a un cannone, mentre meno noto è il brevetto che ottenne per un metodo che avrebbe dovuto provocare la pioggia e che si basava sul rilascio di anidride carbonica nell’atmosfera. Rain produced at Will, il suo libricino pubblicato nel 1891, raccoglie informazioni sulla scienza della modificazione del tempo atmosferico, racconta esperimenti e teorie sulla stimolazione della pioggia e considera le potenziali implicazioni di tale innovazione. “I tentativi compiuti negli anni passati, nessuno dei quali ha avuto esito positivo, hanno fallito per la semplice ragione di essere stati progettati in diretta opposizione a tutte le leggi imposte dalla Natura”, scrive Gathmann, proponendo poi un innovativo metodo per la produzione di nubi e pioggia, basato sulla generazione di condensa negli strati più alti dell’atmosfera tramite la liberazione di acido carbonico.
I tempi non sono ancora maturi perché il “cloud seeding”, la locuzione che oggi usiamo per descrivere i tentativi di stimolazione artificiale delle precipitazioni, prenda piede. Ma poco più di 50 anni dopo, in un articolo intitolato “Who Owns the Clouds?” la Stanford Law Review scriverà: “Se un certo Gathmann fosse ancora in vita oggi e il suo brevetto non fosse scaduto da tempo, potrebbe intentare un’azione legale per violazione di brevetto contro coloro che utilizzano il ghiaccio secco per provocare la pioggia”.
La casa della magia
La storia del cloud seeding così come lo conosciamo oggi nasce al termine della Seconda guerra mondiale a Schenectady, New York, nei laboratori della General Electric. Nel suo libro I fratelli Vonnegut (2023), Ginger Strand scrive che “il laboratorio di ricerca della GE incoraggiava le fissazioni dei propri scienziati come i genitori incoraggiano la passione dei figli per i dinosauri o le formiche”. Willis Whitney, chimico e fondatore del laboratorio di ricerca della GE, “aveva fama di passare quotidianamente al laboratorio, a chiedere agli scienziati ‘Vi state divertendo oggi?’”. Quel laboratorio era una vera e propria casa della magia, in cui gli scienziati erano per buona parte del loro tempo lasciati liberi di lavorare sui progetti che più li appassionavano e producevano invenzioni su invenzioni: cucina elettrica, macchina a raggi X portatile e pilota automatico furono solo alcune delle innovazioni nate tra le mura di Schenectady.
La storia del cloud seeding comincia nel secondo dopoguerra a Schenectady, nei laboratori della General Electric, dove Irving Langmuir, Vincent Schaefer e Bernard Vonnegut uniscono le forze per provare a indurre le nubi a produrre pioggia.
Dal 1932 il codirettore della General Electric è Irving Langmuir, premio Nobel per la chimica: insieme al chimico e suo braccio destro Vincent Schaefer lavora nei laboratori della GE per provare a fabbricare la neve. Al contrario dei tentativi del secolo precedente, questo progetto ha delle basi solide: i due chimici avevano intuito che, per convertirsi in ghiaccio, il vapore acqueo presente nelle nubi ha bisogno di condensarsi attorno a un nucleo. Nel 1945 approda alla GE anche Bernard Vonnegut, fratello dell’autore di fantascienza Kurt. Il suo stile di lavoro si adatta bene a quello della GE: Vonnegut “era uno che armeggiava” scrive Strand. “Per lui la scienza era questione di armeggiare. Giocherellavi con qualcosa fino a quando non lo capivi”. In particolare, si interessava allo sghiacciamento dei velivoli e nutriva una certa curiosità per il tempo atmosferico. Gli interessi di Langmuir, Schaefer e Vonnegut finiscono inevitabilmente per incrociarsi nella casa della magia. Inizia così un lavoro di squadra: il loro nuovo obiettivo è armeggiare con la chimica per produrre la pioggia.
Il nucleo del cloud seeding
Come avevano correttamente intuito Langmuir e Schaefer, le nubi sono degli ammassi di goccioline d’acqua e cristalli di ghiaccio che si formano a partire da vapore acqueo e nuclei di condensazione, come il pulviscolo che si trova nell’atmosfera. La pioggia si forma quando queste goccioline attirano a sé ulteriore acqua diventando più grandi e pesanti e, per effetto della forza di gravità, cadono al suolo.
Il cloud seeding si basa su un concetto piuttosto semplice, cioè l’introduzione nelle nubi di nuclei di condensazione artificiali (un processo noto anche come “inseminazione”). Per questo processo vengono usati composti chimici, come il ghiaccio secco o lo ioduro d’argento: quest’ultimo, più efficiente, fu introdotto negli esperimenti grazie a un’intuizione di Bernard Vonnegut. Il processo di inseminazione può avere luogo grazie all’uso di cannoni che sparano le particelle verso l’alto o con degli aerei che le liberano direttamente al di sopra delle nubi. L’anidride carbonica o lo ioduro d’argento si comportano come ulteriori nuclei di condensazione e “aiutano” le goccioline microscopiche d’acqua ad addensarsi in gocce più grandi. Questa tecnica non può quindi creare la pioggia dal nulla né dare origine a nuove nubi: ciò che si può ottenere è al massimo un aumento della quantità della pioggia che cadrà dalle nuvole. Per questo il cloud seeding viene definito una tecnica di ingegneria meteorologica (e non climatica): il suo effetto si concentra nelle poche ore successive all’inseminazione e i dati disponibili non suggeriscono effetti a lungo termine.
Se questi progetti ottennero significativi finanziamenti fu perché promettevano un aumento nella produzione di pioggia o di neve, ma alcuni progetti puntavano a sfruttare l’inseminazione delle nubi anche per evitare forti grandinate. La grandine, come la pioggia, si forma quando goccioline d’acqua si aggregano attorno a nuclei di condensazione: queste goccioline congelano quando incontrano le temperature sempre più basse degli strati più alti dell’atmosfera, attirando ulteriore acqua e formando cristalli di grosse dimensioni. Ciò che può fare il cloud seeding è aumentare il numero di nuclei di condensazione: a parità di volume d’acqua presente nella nube, i cristalli di grandine risulteranno di diametro minore e cadranno al suolo provocando meno danni.
Fare la differenza, o meno
In linea teorica, il cloud seeding sembra avere tutte le carte in regola per aumentare la produzione di pioggia. “Mettiamo che tu abbia una nube e le spari particelle di ioduro d’argento. Questo aumenta il numero di nuclei di condensazione per la formazione delle goccioline d’acqua, e potrebbe far piovere. Se piove, però, non puoi sapere se lo fa perché hai sparato lo ioduro o perché sarebbe piovuto in ogni caso”, mi spiega Filippo Giorgi, climatologo e ricercatore emerito dell’ICTP (Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics) di Trieste. Dimostrare l’efficacia di questa tecnica, continua, è estremamente difficile: per farlo servirebbe avere molti casi studio (cioè nubi e un insieme di condizioni atmosferiche) se non uguali almeno molto simili, fare molti test con e senza cloud seeding e analizzare i risultati. Il problema risiede nell’estrema difficoltà di poter sperimentare con nubi e condizioni atmosferiche simili e ottenere un numero di casi statisticamente significativo.
Un altro esperimento che mi racconta Giorgi, ricordando il suo periodo di studi negli Stati Uniti, riguarda il tentativo di indurre moti ascensionali e pioggia partendo dalla creazione della brezza. L’idea alla base del progetto era di piantare vegetazione in particolari geometrie in modo da creare zone a diverso assorbimento di luce solare e, di conseguenza, a diversa temperatura: questo avrebbe generato una brezza in movimento dalla vegetazione più fresca a quella più calda (lo stesso principio con cui si genera la brezza marina) e, al convergere di più brezze, avrebbe potuto indurre la pioggia. Questa tecnica, però, prometteva di funzionare solo in condizioni ideali, mentre la realtà dei fatti poneva diversi limiti alla sua riuscita: “Nella realtà non ci sono condizioni ideali, c’è il vento o la conformazione topografica del territorio che distruggono la coerenza di questa circolazione dell’aria”. Esistono delle variabili non eliminabili che tendono a interferire con il sottile equilibrio creato sperimentalmente.
Ho posto la stessa domanda anche a Kara Lamb, ricercatrice alla Columbia University nel dipartimento di Earth and Environmental Engineering; la sua ricerca si concentra sul capire come aerosol e nubi modificano il clima. “Determinare l’efficacia del cloud seeding è una vera sfida”, dice, “perché i modelli meteorologici che usiamo non sono così puntuali nel predire con esattezza dove e quando cadrà della pioggia. In alcuni campi di ricerca specializzati possono essere usati dei radar con una risoluzione molto alta nei punti esatti in cui le nubi sono inseminate, per poi collegare la quantità di pioggia ottenuta all’operazione di cloud seeding, ma è davvero complesso”.
Determinare l’efficacia del cloud seeding è una vera sfida, perché i modelli meteorologici che usiamo non sono così puntuali nel predire con esattezza dove e quando cadrà della pioggia.
Inoltre, mi spiega, di solito gli effetti del cloud seeding non sono così evidenti: si parla di un aumento nella quantità di pioggia che varia tra il 10 e il 15%. È difficile capire se si sta facendo davvero la differenza, con percentuali così basse.
Il cloud seeding, oggi
L’Italia ha ospitato dei progetti di cloud seeding in passato: nella stessa Puglia in cui si invoca l’intercessione di San Pietro, dal 1988 al 1994 si è svolto il Progetto Pioggia, un progetto di aumento della pioggia commissionato dal Dipartimento per l’Agricoltura e le Foreste e la Regione Puglia e che ha coinvolto la compagnia italiana TECNAGRO e la compagnia israeliana EMS. Il progetto fu abbandonato per mancanza di effetti evidenti. Oggi, gli Emirati Arabi Uniti (UAE) hanno all’attivo dei programmi di cloud seeding: il UAE Program for Rain Enhancement Science non sfrutta solo le attività di inseminazione delle nubi, ma prevede anche l’uso di parchi solari e dune artificiali per contrastare la siccità.
Il cloud seeding è impiegato con regolarità anche in alcuni Paesi dell’ovest degli Stati Uniti, prevalentemente da compagnie private. La raccolta dei dati sulle singole operazioni di seeding, mi racconta Lamb, è un progetto su cui ha personalmente lavorato. Ogni volta che qualcuno insemina le nubi o usa una qualsiasi altra tecnica di modificazione delle condizioni meteorologiche, negli Stati Uniti è obbligatorio notificare l’attività al Dipartimento del Commercio e alla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration). I documenti, però, non sono sistematizzati in modo ordinato: i report sono salvati spesso come PDF scannerizzati, non c’è una standardizzazione nel formato e ciò rende complicato trovare le informazioni che si cercano. Lamb, insieme a uno studente, ha usato i report raccolti per creare un dataset digitale (il lavoro è stato pubblicato su Nature) e rendere più accessibile la ricerca dei dati sulle operazioni di cloud seeding effettuate dal 2000 a oggi. Sebbene i dati sulle operazioni fossero già disponibili sul sito della NOAA, questo lavoro di sistematizzazione aiuta il pubblico ad avere una percezione più trasparente sulle operazioni di modificazione del tempo atmosferico: i dati sono qui, sembra dire questo progetto, sono consultabili, non c’è nulla di nascosto.
Sfiducia e teorie del complotto attorno alla pioggia
Sul sito del NOAA si può trovare una pagina dedicata al debunking di alcune teorie riguardanti la modificazione del tempo. Le domande o affermazioni sulle quali l’ente cerca di fare chiarezza riguardano, tra le altre, la capacità di queste tecniche di provocare eventi meteorologici estremi, come gli uragani, affermando che “nessuna tecnologia è in grado di creare, distruggere, modificare, intensificare o deviare uragani in alcun modo, forma o maniera”. Men che meno il cloud seeding che, come detto, può aumentare la quantità di precipitazioni solo fino al 15%. Anche Kara Lamb conferma: “C’è molto fraintendimento sul potenziale effettivo di questi metodi, e credo sia questo a portare a teorie del complotto e al divieto di impiegarli, solo perché sembra una cosa negativa da fare. Non c’è una grande comprensione pubblica della scienza che viene utilizzata, ed è facile che le persone abbiano delle idee distorte. Forse servirebbe comunicare meglio cosa sappiamo del tempo atmosferico e come queste tecniche possono avere un impatto”.
Anche la WMO (World Meteorological Organization) ha pubblicato sul suo sito una dichiarazione riguardo alla modificazione meteorologica che recita: “È impossibile creare sistemi nuvolosi in grado di provocare piogge, modificare i modelli dei venti per convogliare vapore acqueo in una determinata regione o eliminare i fenomeni meteorologici estremi. Le tecnologie di modificazione meteorologica che promettono di ottenere effetti su così vasta scala o così eclatanti non hanno una solida base scientifica e dovrebbero essere considerate con diffidenza”. Consapevole delle difficoltà in termini di accettazione pubblica di queste tecniche, la WMO incoraggia anche governi e istituzioni scientifiche a “intensificare i propri sforzi nell’ambito delle scienze sociali, occupandosi in particolare: della definizione del concetto di modificazione meteorologica, dei conseguenti impatti sulla definizione delle politiche e sulla partecipazione del pubblico e delle parti interessate, nonché delle implicazioni economiche.”
La percezione pubblica del cloud seeding, infatti, spesso non è positiva, e la politica a volte crea ancora più confusione: un articolo pubblicato nell’estate del 2025 sul Washington Post racconta che il procuratore generale della Florida, James Uthmeier, ha inviato una lettera agli aeroporti pubblici per avvisarli del divieto di iniettare elementi chimici per modificare il clima o il tempo atmosferico, rafforzando così l’idea che esista un collegamento tra modificazione meteorologica e alluvioni e uragani.
È più rassicurante pensare che gli eventi climatici estremi siano la conseguenza dell’esperimento di un’azienda, invece che dedicare una riflessione al cambiamento climatico e al progressivo innalzamento delle temperature provocato dall’inquinamento umano.
Alla paura che l’intervento umano possa provocare uragani o altri fenomeni meteorologici disastrosi, si somma spesso una confusione con la teoria delle scie chimiche: un altro articolo del Washington Post menziona una proposta di legge, questa volta in Tennessee, contro le tecniche di geoingegneria che fa riferimento proprio alle scie chimiche, facendo confusione tra una linea di ricerca realmente esistente e una teoria del complotto che prevede il controllo sulle menti umane tramite sostanze chimiche liberate nell’atmosfera. Per chiarezza: le linee bianche che ogni tanto si vedono nel cielo a seguito del passaggio di aerei non sono altro che scie di condensa che si creano quando l’aria uscente dai motori dell’aereo incontra l’aria fredda presente nell’atmosfera.
Le teorie del complotto riguardo a uragani e alluvioni causati dal cloud seeding non differiscono da molte altre: trovano un vuoto di informazioni, un tema poco controllabile come il tempo atmosferico, e costruiscono una narrativa che rende l’argomento più gestibile. È più rassicurante pensare che gli eventi climatici estremi siano la conseguenza dell’esperimento di un’azienda, invece che dedicare una riflessione al cambiamento climatico e al progressivo innalzamento delle temperature provocato dall’inquinamento umano. Permette di deresponsabilizzare sé stessi trovando un capro espiatorio, chiudendo gli occhi davanti all’evidenza di un mondo sempre più caldo: “Le persone non vogliono che sia vero, non è una bella notizia da accogliere”, mi dice Kara Lamb, alla fine della nostra chiacchierata.
La paura della pioggia passata e presente
Come riti e tradizioni per provocare la pioggia esistono dall’alba dei tempi, anche il sospetto, le teorie del complotto e la paura di potenziali manipolazioni del tempo risalgono a tempi antichi: ne fu vittima anche re Giacomo I d’Inghilterra. Nel 1590 sposò Anna di Danimarca, recandosi nel Paese scandinavo, e al ritorno della coppia verso la Scozia una forte tempesta mise in pericolo la nave su cui viaggiavano. Una volta in patria, fu indetto il processo alle streghe di North Berwick: decine di donne e uomini furono condannati per aver usato pratiche magiche e aver scatenato la tempesta che aveva messo a repentaglio la vita del re e di sua moglie.
Che siano streghe, scie chimiche, alluvioni o canti popolari, il tema della pioggia e del meteo spaventa e affascina da sempre il genere umano, e ogni intervento per provare a modificarne gli assetti porta con sé sia speranze che paure. Ma se da un lato, in tempi antichi, la magia e la ritualità erano gli unici mezzi a disposizione per cercare la pioggia o per spiegare avvenimenti dalle cause altrimenti incomprensibili, oggi si hanno invece gli strumenti e le conoscenze per raccontare la scienza dietro azioni che non portano con sé nulla di magico o di sovrannaturale e per provare a riempire quei vuoti di informazioni che, altrimenti, fanno da culla a ipotesi e teorie tanto rassicuranti quanto pericolose.
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Alessandra Ria
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