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sia Occidentale, 1963. Pier Paolo Pasolini sta lavorando al suo terzo lungometraggio, Il Vangelo secondo Matteo, e parte per i luoghi della natività, della vita e della passione di Gesù scortato da don Andrea Carraro, spalla per la filologia biblica e sondaggio preventivo delle reazioni del mondo cattolico. Sopralluoghi in Palestina in preparazione del film Il Vangelo secondo Matteo è un documentario che pedina il viaggio in tempo reale e in presa diretta, poi parzialmente commentato in voice over dal regista. Esce nel 1965. Siamo negli anni appena precedenti la guerra dei Sei giorni.
A partire dalla prima guerra arabo-israeliana, avvenuta poco dopo la sua fondazione, Israele si è già espanso ben oltre i confini definiti dal piano ONU del 1947, eppure nel 1963 esistono ancora territori fattualmente palestinesi: la Cisgiordania, ancora quasi integra e con continuità territoriale sotto controllo giordano, e la striscia di Gaza sotto controllo egiziano. La situazione è tesa nella regione: quell’anno in Siria sale al potere l’ala oltranzista del partito Ba‛th; il successivo comincia la rinascita politica palestinese con la creazione dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e le prime operazioni militari; inoltre sale la tensione tra Israele e l’Egitto di Nasser. Il 5 giugno 1967 l’aviazione israeliana attacca a sorpresa: nel giro di sei giorni lo Stato sionista prende ai suoi vicini la penisola del Sinai, Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan. Sono atti centrali di una concatenazione di conflitti, occupazioni, guerriglia ed eccidi che arriva fino al genocidio e alle guerre senza quartiere e senza legge in atto in questo momento.
Pasolini atterra a Tel Aviv nel mezzo di una quiete prima della tempesta gravida di quell’elettricità che ha come esito inevitabile il temporale. Eppure la relativa libertà di movimento, l’atmosfera distesa, l’assenza di militari nelle riprese (qualcosa ora impensabile) dicono di una situazione ancora apparentemente cristallizzata dopo gli stermini, i furti e le cacciate della popolazione indigena della Nakba e le guerre seguenti. È la situazione ideale non soltanto per cercare location, ma anche per fare un’esperienza della Terra Santa senza rimanere fagocitati dalla cronaca.
Due sono le cose che sorprendono e colpiscono pellegrini e turisti ‒ e Pasolini non fa eccezione: il racconto evangelico sembra coprire vasti orizzonti e distanze immense, amplificate dalla frammentazione, dalla solennità e dalla ripetizione liturgica mentre tutto si svolge tra luoghi distanti qualche decina di chilometri al massimo; inoltre, l’immaginario mediato da secoli di arte sacra europea non prepara a un territorio ondulato e vario, di valli e monti dove il deserto è il tema da variare.
È la situazione ideale non soltanto per cercare location, ma anche per fare un’esperienza della Terra Santa senza rimanere fagocitati dalla cronaca.
C’è una costante nelle osservazioni pasoliniane che tornano su un paesaggio impiantato e un paesaggio indigeno – un paesaggio coloniale e uno resistente, se vogliamo. Il doppio paesaggio si era già delineato nel 1963 e andava sempre più strutturandosi: dice Pasolini che kibbutz e insediamenti israeliani potresti vederli “nell’Agro Romano se non in Svizzera” mentre le zone abitate da arabi, beduini e drusi lo riportano al Sud italiano, al crotonese o alla Puglia. E infatti, alla fine, il Vangelo verrà girato in Lucania e nella Matera trogloditica dei Sassi preriqualificazione, considerata “vergogna nazionale” dall’Italia del boom economico, in realtà splendidamente incontaminata e più prossima alla visione pasoliniana della Terra Santa rispetto ai luoghi del dettato evangelico.
I sopralluoghi si rivelano fallimentari: Pasolini non trova il paesaggio che aveva in mente:
Quando sono sceso a Tel Aviv, naturalmente, non distinguevo niente; era notte. Tutto ciò che vedevo era un aeroporto e una città. Ho preso la macchina e sono andato verso l’interno. Subito ho avuto alcune immagini di un mondo antico, che era soprattutto arabo. Le facce degli arabi sono precristiane: indifferenti, allegre, animalesche, e un po’ funeree, su di esse non è passata, neanche da lontano, la predicazione di Cristo. Dapprima ho pensato che avrei potuto usarle, ma poi, subito dopo, è cominciato ad apparire il kibbutzim, e i lavori di rimboschimento, agricoltura moderna, industria leggera, ecc. e mi sono reso conto che era tutto inutile; questo dopo poche ore che viaggiavo (Pasolini su Pasolini. Conversazioni con Jon Halliday, 1969).
Pasolini sbarca a Tel Aviv la notte del 12 luglio 1963. Seguiamo le tappe del suo girovagare tra i luoghi esatti citati nel Vangelo come stazioni di una Via crucis. Tel Aviv, il sobborgo fondato in stile Bauhaus da immigrati ebrei che, con la fondazione del nuovo Stato e la Nakba, esplode e si espande fino a farsi metropoli e capitale e fagocitare l’antichissima e autoctona città portuale levantina di Jaffa è tanto lontana nell’aspetto e nello spirito dalla ricerca pasoliniana da essere completamente espunta dal documentario, aperto ex abrupto dalla visione di un contadino arabo che separa il frumento dalla pula con gli stessi gesti e strumenti della parabola evangelica.
Segue il Monte Tabor, sede della Trasfigurazione, e la prima espressione di un amaro sospetto verso una campagna industriale, contaminata dalle casette israeliane che potrebbero venire dalla Svizzera. Il fiume Giordano, spartiacque di più culture, si rivela un fiumiciattolo che si snoda placido tra canneti. Anche l’attiguo Monte delle Beatitudini e il lago di Tiberiade (che gli ebrei chiamavano “mare” e invece non è più esteso dei laghi del centro Italia) lasciano a Pasolini un’intensa impressione di piccolezza e una “lezione di umiltà”: la vita di Cristo che piegherà il corso dell’intera storia umana comincia e termina tra quattro colline brulle. A corollario della premessa “spirituale corrisponde ad estetico”, l’idea secondo cui “quello che è piccolo, umile è più profondo e bello” si rivela “ancora più vera di quanto immaginassi”.
E poi c’è un’altra scoperta/conferma: i corpi dei bagnanti che si tuffano nel lago urlano un equilibrato esercizio fisico e un’alimentazione ricca, sono troppo sani, ben sviluppati, civili, europei. Pasolini dice che sarebbe impossibile scritturarli come comparse sia perché privi del physique du role sia perché troppo benestanti per aver bisogno di un lavoro extra.
Anche l’attiguo Monte delle Beatitudini e il lago di Tiberiade lasciano a Pasolini una “lezione di umiltà”: la vita di Cristo che piegherà il corso dell’intera storia umana comincia e termina tra quattro colline brulle.
Si entra in territorio druso, popolazione musulmana considerata “eretica” per le credenze sincretiche e ricche di elementi esoterici, stabilitasi nelle zone attualmente al confine tra Israele, Siria, Libano e Giordania. Qui il paesaggio è invariato da millenni. Il sottoproletariato è rimasto tale e arcaico nel viso, nei corpi, nelle usanze, nell’architettura, nelle forme di vita. Pasolini è entusiasta delle loro “facce precristiane”. Andando verso Nazareth si passa tra kibbutz sperimentali dove tutto viene messo in comune, figli compresi. Sarebbe il meglio di Israele, la sua componente progressista e socialista utopica tendente a una società ideale spesso sventolata da certo “sionismo di sinistra” per giustificare o coprire stragi e soprusi, pur essendo sostanzialmente espunta da decenni da una società militarizzata, ideologizzata in chiave suprematista e ultracapitalista.
Pasolini già nel 1963 ‒ quando la degenerazione non era compiuta e i kibbutz ancora una possibilità aperta ‒ prova disagio nell’osservazione di un paesaggio colonizzato, paradossalmente ridisegnato per arginare la nostalgia di casa dei coloni emigrati. Profeticamente ha un’impressione del mondo arabo autoctono ridotto a “enorme maceria”. Anche la città di Nazareth, formalmente centrale nelle vicende di Cristo e quindi nel film in fieri, viene saltata a piedi pari dopo l’apparizione dal fondovalle di una collina coperta di grattacieli ed enormi condomini appollaiati come rapaci. Il viaggio piega verso Betsabea tra carovane di beduini dalle facce dolci e belle ma “inutili” per il film perché assolutamente precristiane e una campagna che fu deserto e ora è israelizzata verso l’agricoltura intensiva.
È tutto un saliscendi fino al più significativo, la depressione del Mar Morto, il primo paesaggio ‒ dopo tanti paesaggi “umili” ‒ dove il regista ravvisa segni di grandiosità tra canyon nudi e distese azzerate. Qui Cristo si ritirò per fuggire dagli uomini e ricevere la visita tentatrice del diavolo. È un luogo magnetico, lunare e senza scampo, assolutamente privo d’ombra. Il deserto è terribile. Il deserto con la sua nuda, improduttiva esistenza, il gratuito sublime e l’inscindibile radicamento nel luogo dove appare, è anche un nemico metafisico di Israele, che si dà come missione quella di farlo fiorire, ossia di farlo scomparire.
Il viaggio e il documentario culminano nelle città alfa e omega della vita di Gesù: Gerusalemme e Betlemme. La prima era ‒ allora e almeno formalmente adesso ‒ divisa in una zona israeliana e una zona giordano-palestinese. La città si mostra abbarbicata tra valli simili a canyon e dorsi di colline. È immediato l’accostamento con l’orografia di Matera per una replica che liberi lo sfondo dalla concentrazione e dall’industrializzazione della parte israeliana e da una modernità diffusa che sarebbe un anacronismo, oltre a disturbare l’immaginario privato del regista. Pasolini si ferma sul confine e osserva i luoghi della Passione, ancora una volta raccolti in un francobollo di terra, ritrovando nei segni urbanistici l’assorbimento della cultura romantica da parte israeliana.
Il deserto con la sua nuda, improduttiva esistenza, il gratuito sublime e l’inscindibile radicamento nel luogo dove appare, è anche un nemico metafisico di Israele, che si dà come missione quella di farlo fiorire, ossia di farlo scomparire.
La Gerusalemme palestinese e giordana, invece, conserva l’arcaico, c’è una nudità, un’autosufficienza di case, chiese, mura, castelli, palazzi e cimiteri. L’impressione è quella di un tessuto urbano autoctono e spontaneo, sviluppato e stratificato dall’uso e dalla vita quanto dalla storia, un’idea di “rovina” dove coesistono passato e presente per cui viene da pensare alla celebre foto del pastorello che emerge col suo gregge dalla bocca mostruosa ciclopica nel parco dei mostri di Bomarzo. E in più c’è qualcosa che suggerisce a Pasolini la struttura del film che girerà altrove:
La visione di Gerusalemme mi ha suggerito altre possibilità, appunto per le sue caratteristiche diverse. Gerusalemme è grandiosa, indubbiamente. C’è qualcosa di storicamente sublime nel suo aspetto. Evidentemente il momento del film in cui apparirà Gerusalemme non potrà che imprimere al film un andamento stilistico diverso. Vuol dire che Gerusalemme appare nella storia raccontata da Matteo nel momento in cui la predicazione di Cristo era strettamente religiosa, in qualche modo, senza la diretta volontà di Cristo e degli apostoli, ma per dati oggettivamente storici è diventata più che religiosa, pubblica e politica. Ora, evidentemente, questo non sarà detto esplicitamente nel film (che sarebbe un’assurdità) ma sarà detto implicitamente e sarà detto attraverso una trasformazione stilistica del racconto. Mentre prima sarà tutto assolutamente puro, semplice, scandito con estrema assolutezza, il momento dell’arrivo a Gerusalemme segnerà nel film un nuovo passo.
L’altra epifania che raggiunge Pasolini a Gerusalemme e che sarà utile al Vangelo secondo Matteo non ha a che vedere tanto con le pietre quanto con i corpi. A Gerusalemme trova quel mondo arabo che, come il deserto, Israele mira ad annettere o espellere e cancellare. Nell’orto di Getsemani crescono ulivi ‒ millenari e soprattutto endemici. Per strade e piazze dalla toponomastica evangelica, uomini bevono all’ombra degli alberi e un ragazzo a dorso d’asino è un’immagine dell’ingresso in città di Gesù molto più storicamente accurata di tanti dipinti trionfali fiorentini o fiamminghi. Presso la porta di Damasco una splendida carrellata in mezzo alla folla suggerisce a Pasolini la scena dell’arrivo dei Magi al mercato. Ci sono donne con gerle, ragazzi sorridenti e bambini incuriositi, cibo e chiasso.
I fatti evangelici traslati in liturgia, sterilizzati in parabole e strappati al contesto per finire su un pulpito ritrovano la lettera come fatti umani. Pasolini nota: “La folla che aspettava il miracolo lo aspettava chiacchierando e mangiando un dolcino”. Torneremo su questa forma del mondo e su questo dolcino. Intanto appuntiamo la fine della ricognizione pasoliniana che va a coincidere col principio: Betlemme, la grotta della Natività, dove trova un villaggio di arabi poveri e abitazioni ipogee ancora in uso non dissimili da quella dove la Sacra famiglia trovò riparo. Pasolini nota un ciclo di ricorsi storici dalla sottomissione coloniale delle popolazioni ebraiche autoctone da parte dell’Impero romano, che fa da contesto sociopolitico ai Vangeli. Un mondo moderno si sovrappone e sostituisce un mondo arcaico. Così nel Novecento l’espulsione delle popolazioni palestinesi autoctone a seguito della creazione dello stato di Israele. Tuttavia c’è, secondo Pasolini, una differenza fondamentale: il mondo romano era moderno ma non neocapitalista.
Pasolini nota un ciclo di ricorsi storici dalla sottomissione coloniale delle popolazioni ebraiche autoctone da parte dell’Impero romano, che fa da contesto sociopolitico ai Vangeli.
Pasolini va in cerca di location o almeno di ispirazioni, atmosfere, genius loci. Trova quel che resta del mondo arabo cisgiordano ‒ avrebbe trovato ciò che restava del mondo levantino se fosse andato anche a ovest, verso il mare tra Gaza e il Libano. È proprio al mondo arabo che si volgerà verso la fine della vita per ambientare Il fiore delle Mille e una Notte (1974), vero e proprio capolavoro terzomondista di un cinema insieme sperimentale e primitivo che rifiutava l’organizzazione aristotelica del racconto, lo spazio cartesiano e la psicologia dei personaggi mirando, come Rimbaud, a un altrove assoluto, a “lasciare l’Europa”. Non si trattava solo e tanto di avvicinarsi ai luoghi raccontati da Sherazade quanto a un paese mentale non contaminato dalla struttura occidentale del mondo e ancora vergine rispetto alla mutazione antropologica che stravolgeva i luoghi e i corpi omologandoli al modello capitalista della società di massa. Quello che Pasolini ha sempre cercato è l’infanzia del mondo, l’innocenza premorale, la vita istintiva senza sovrastrutture dove ambientare tanto le proprie fantasie erotiche quanto l’opposizione viscerale contro ogni potere, in primo luogo il potere suo contemporaneo.
È con la sua caratteristica voce dall’inflessione fanciullesca che commenta gli uomini di Gerusalemme intenti a mangiare “un dolcino”, quel diminutivo come infantilizzazione ulteriore. Ci troviamo una profonda simpatia e partecipazione nel senso dell’istintivo scegliere una parte, quella degli oppressi o dei marginali, quanto la sovrapposizione “dall’alto” di una privata tensione regressiva all’uterino. È scorretto (anzitutto nei suoi confronti) ridurre Pasolini a santino, a un bidimensionale campione senza macchia dei dannati della terra ‒ prima i contadini friulani poi i borgatari romani e infine le masse di quello che allora era chiamato “terzo mondo”. Lo sguardo pasoliniano dei Sopralluoghi impone una fantasia di purezza senza tematizzare la domanda se e quanto gli oggetti del suo sguardo innamorato desidererebbero il benessere materiale delle masse del Nord globale antropologicamente mutate. Accadrà nel cortometraggio Le mura di Sana’a (1971) dove si sostiene che il desiderio di modernità e progresso e democrazia e merci sia entrato in Yemen da Occidente e dalla Cina, non sia autoctono e autonomo. Difficile da stabilire se fosse o meno così, certo è che ‒ da qualsiasi direzione venisse ̶ Pasolini aveva ragione denunciando “la distruzione del mondo antico ossia del mondo reale in atto dappertutto”.
Anche l’intuizione pasoliniana sul paesaggio naturale e antropico della Palestina come luogo focale di una distruzione che è genocidio quanto urbicidio ed ecocidio è embrionale e sentimentale ma assolutamente corretta. In Il gelso di Gerusalemme (2024), uno splendido saggio documentato e accorato che mette in relazione il destino di uomini, alberi e città di Palestina, Paola Caridi parla di alcuni alberi endemici dal fiume Giordano al mare e della loro graduale mercificazione in risorsa su scala industriale oppure della loro sostituzione in favore di specie importate. Per mettere letteralmente radici a un’identità coloniale il Jewish National Fund ha piantato dal 1947 a oggi oltre 240 milioni di alberi, per la maggior parte conifere sopra i resti dei villaggi palestinesi indigeni, facendo somigliare sempre più la Terra Santa all’Europa e quindi ai dipinti geograficamente fantasiosi che la rappresentano, circondando le colonie con una cintura verde protettiva, incorniciando le autostrade che ridisegnano in senso gerarchico ed esclusivo lo spazio orizzontale quanto le colonie piazzate in cima alle colline dominano imperiali e organizzano il paesaggio verticale.
Nel paesaggio progettato dagli israeliani c’è sempre meno spazio per il sicomoro, simbolo della socialità e del protosocialismo musulmano, un albero di nessuno sotto i cui rami tutti possono ripararsi dal sole e incontrarsi e i cui frutti per decreto non scritto sono di tutti ma non possono essere accumulati, vanno consumati sul posto. Abbattere i sicomori significa eliminare una forma di vita, soppiantarla con le piantagioni intensive messe a profitto. Significa simbolicamente e letteralmente impiantare il capitalismo, l’Occidente di cui Israele è avamposto. La scelta delle parole da parte di David Ben Gurion, primo primo ministro israeliano, è impeccabile: “il deserto era uno spreco, doveva fiorire”. C’è un’intera visione del mondo nella convinzione che la nuda esistenza, la gratuità siano uno spreco. E in quel verbo ausiliare: il deserto deve fiorire. Volente o nolente.
Quello che Pasolini ha sempre cercato è l’infanzia del mondo, l’innocenza premorale, la vita istintiva senza sovrastrutture dove ambientare tanto le proprie fantasie erotiche quanto l’opposizione viscerale contro ogni potere.
Come dicevamo, far fiorire il deserto è far sparire il deserto. Niente è cominciato il 7 ottobre 2023 con l’incursione armata dei miliziani di Hamas che lasciò oltre mille vittime. Lo sbrigliarsi della guerra genocida di annientamento da parte israeliana che ne è seguita si può intravedere in lontananza e in prospettiva già al tempo dei sopralluoghi pasoliniani ̶ oltre che, ovviamente, lungo decenni di apartheid e annessioni e stragi. Nella dichiarazione fondativa di Ben Gurion c’è una pregiudiziale ideologica che indirizza il giudizio e addirittura altera la percezione di ciò che è indigeno: che sia deserto e che essere deserto sia male. Vale la pena sottolineare come la Palestina antecedente alla risoluzione ONU neppure fosse un deserto nell’accezione della propaganda sionista. Era una terra popolosa multietnica e multiconfessionale dove tutti (musulmani, ebrei, cristiani) vivevano tendenzialmente in pace.
E per fare un solo esempio gli aranceti di Jaffa erano già tra i più produttivi del mondo e meglio organizzati per l’esportazione al punto che il toponimo si era fatto nome commerciale. Pasolini, nel documentario quanto nelle poesie e nei testi che scaturiranno dal viaggio, si tiene un passo indietro rispetto al j’accuse, alla denuncia aperta ed esplicita del colonialismo israeliano ma vede oltre l’aspetto fenomenico del terraforming, della trasformazione della terra in territorio e segnala una mutazione antropologica: da qui discende, per chi vuole raccoglierla, la possibilità di una denuncia anticoloniale.
La questione israeliana come paradigma colonialista e imperialista esploderà nel dibattito culturale italiano e sarà tematizzata da molti intellettuali. Sull’impulso dello sdegno per la guerra dei Sei giorni e la sua copertura mediatica, un gigante come Franco Fortini, ebreo, scriverà uno dei suoi testi più densi e radicali, I cani del Sinai (1967), “contro chi ha senza disgusto tollerato di ascoltare o leggere dette e scritte per gli arabi buona parte delle argomentazioni che trent’anni or sono la stampa hitleriana formulava contro lo Jude, e le ha rese, se possibile, ancora più ripugnanti con uno smalto pedagogico-democratico; perché per il Nazista l’Ebreo era irrecuperabile mentre l’Arabo straccione gesticolante analfabeta incapace di usare un’arma moderna eccetera può «progredire» se istruito al rispetto dei valori occidentali”.
Un’altra grande scrittrice di origini ebraiche, Natalia Ginzburg, scriveva nel 1972 un articolo per La Stampa: “Quando qualcuno parla di Israele con ammirazione, io sento che sto dall’altra parte. Ho capito a un certo punto, forse tardi, che gli arabi erano poveri contadini e pastori. So pochissime cose di me stessa, ma so con assoluta certezza che non voglio stare dalla parte di quelli che usano armi, denaro e cultura per opprimere dei contadini e dei pastori. […] Gli uomini e i popoli subiscono trasformazioni, rapidissime e orribili. La sola scelta che a noi è possibile è di essere dalla parte di quelli che muoiono e patiscono ingiustamente. Si dirà che è una scelta facile, ma forse è l’unica scelta che oggi ci sia offerta”.
Lo sguardo pasoliniano impone una fantasia di purezza senza tematizzare la domanda se e quanto gli oggetti del suo sguardo innamorato desidererebbero il benessere materiale delle masse del Nord globale antropologicamente mutate.
Sono esempi di discorsi molto più coscientemente politici, circostanziati, militanti. Pasolini voleva sapere di più dei luoghi dove ambientare il suo Cristo anarchico, venuto a portare la spada e gettare fuoco sulla Terra, profeta della sovversione radicale, assoluta, metafisica. E più o meno consapevolmente continuava la ricerca durata fino alla morte di enclavi dove il mondo antico e il sacro non fossero ancora scomparsi. Finisce per non trovare ciò che cerca ma nella serendipità da direct cinema sta tutto il film, oltre a un’intuizione ancora utile sui paesaggi della Palestina e di una piccola area dell’Asia Occidentale da sempre al centro del mondo.
Post scriptum: questo articolo ha ogni giorno meno riscontro nella realtà. Venendo meno la Palestina, ogni giorno viene meno la separazione spaziale e paesaggistica tra il territorio israeliano e le aree che, per il diritto internazionale, sarebbero sotto controllo palestinese come la West Bank e la Striscia di Gaza. La pulizia etnica, le annessioni arbitrarie, gli espropri e la distruzione di villaggi, coltivazioni e sistemi idrici palestinesi in Cisgiordania come la riduzione dell’intera Striscia a una distesa informe di macerie, cadaveri e tendopoli in costante emergenza sanitaria e umanitaria sulla quale aleggia il delirante “piano di pace” trumpiano che la immagina distopia di grattacieli: quasi tre anni di “orrori inimmaginabili” (fonte: UNICEF) e una campagna militare con i bombardamenti più intensi per chilometro quadrato della storia oltre all’uso di fosforo bianco vietato dall’ONU e considerato crimine di guerra hanno reso il suolo avvelenato, cancerogeno e sterile a tempo indeterminato oltre a generare un bilancio ufficiale e inevitabilmente frazionario di oltre 73.000 morti e la distruzione del 92% delle abitazioni. Ogni giorno sembra più anacronistico e improprio riconoscere e raccontare due paesaggi ̶ per non dire due Stati. Potrebbe esserci in un futuro prossimo dal fiume al mare un unico paesaggio importato, arbitrario, vittorioso, in grado di vincere il “deserto” a ogni costo, anche quello di trasformarlo in maceria, spargendo il sale come usava tra gli antichi vincitori, perché nulla possa più crescere – altro che fiorire.
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Alessandro Ronchi
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