Una società si misura anche da come si prende cura delle persone più fragili. È questo il messaggio che attraversa il focus dedicato alla “cura” nella 23a edizione del Rapporto statistico 2026 “Il Veneto si racconta, il Veneto si confronta”, presentato il 9 luglio al Centro culturale Altinate San Gaetano di Padova.
Non un semplice approfondimento sul welfare, ma una riflessione sul futuro di una Regione che invecchia, cambia e deve ripensare i propri modelli di sviluppo.
I numeri spiegano perché la cura non sia più soltanto un tema sanitario, ma una questione sociale. In Veneto, come nel resto d’Italia, l’invecchiamento della popolazione, la riduzione della dimensione delle famiglie e la crescente difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare stanno mettendo sotto pressione un sistema tradizionalmente fondato sulla cura informale. Il Rapporto statistico restituisce la fotografia di una trasformazione che chiede nuove politiche e una diversa responsabilità collettiva.
Il punto di partenza è una consapevolezza ormai inevitabile: viviamo più a lungo, ma aumentano anche gli anni vissuti con limitazioni funzionali. «A livello nazionale – ha spiegato Giovanna Boccuzzo, ordinaria di Statistica sociale presso l’Università di Padova – il 28 per cento degli over 65 presenta gravi limitazioni motorie, sensoriali o cognitive e il 10 per cento ha difficoltà nelle attività fondamentali della vita quotidiana, come vestirsi o fare la doccia».
Numeri che raccontano una trasformazione strutturale della società e pongono una domanda decisiva: come garantire assistenza quando le famiglie sono sempre più piccole e gli anziani sempre più numerosi? Per Boccuzzo la risposta passa attraverso un cambiamento culturale prima ancora che organizzativo: «Dobbiamo passare a una sanità di iniziativa, proattiva, non solo di cura, perché altrimenti non ce la facciamo». È la logica che porta a superare il tradizionale concetto di malattia per adottare quello, più ampio, di fragilità, che comprende anche le condizioni sociali, economiche e relazionali della persona: «La sfida della cura consiste nel riconoscere prima chi sta diventando vulnerabile e capire che la vulnerabilità è anche sociale ed economica, orientando le risorse prima che il bisogno diventi emergenza».
L’attenzione all’altro non coincide però soltanto con la sanità: significa anche investire nella prevenzione, nella qualità della vita e nelle relazioni. In questa prospettiva assume un ruolo centrale lo sport: «La cura non è una mera risposta al bisogno – ha osservato Livia Simongini, economista di Prometeia – ma qualcosa che si svolge nel tempo: è prevenzione, è investimento sul futuro». L’attività fisica, infatti, migliora l’autonomia degli anziani, rallenta il decadimento cognitivo e contrasta l’isolamento sociale; allo stesso tempo, educa i giovani al rispetto delle regole, allo spirito di squadra e alla responsabilità, contribuendo a costruire comunità più coese. Anche dal punto di vista economico l’investimento si dimostra vincente: «Per ogni euro investito nello sport – ha ricordato Simongini – si generano 4,7 euro di valore economico e sociale. Un risultato che ci insegna come la promozione dello sport di base possa diventare una risorsa importante per il futuro della regione».
La riflessione si allarga quindi al welfare, che non può più essere considerato soltanto una risposta alle emergenze. Secondo Maurizio Busacca, docente di sociologia economica dell’Università Ca’ Foscari, proprio la cura può rappresentare una delle chiavi per affrontare le trasformazioni economiche e demografiche del Veneto. «Il settore della cura svolge almeno tre funzioni: interviene nelle situazioni di fragilità e di disagio, abilita all’uscita da queste condizioni e diventa un importante ambito occupazionale». Per questo, ha aggiunto, «il settore della cura, più in generale il welfare, è un settore strategico. Oggi non siamo ancora del tutto consapevoli di questa strategicità ed è anche un problema culturale».
Servizi sociali efficienti, sanità territoriale, scuole, trasporti e assistenza non sono dunque soltanto strumenti di solidarietà. Diventano fattori di competitività, capaci di attrarre e trattenere giovani, famiglie e lavoratori in un territorio. Una regione che sa prendersi cura delle persone è anche una regione che guarda con maggiore fiducia al proprio futuro.
È forse questa l’indicazione più preziosa del Rapporto statistico 2026: occuparsi dei più fragili non è un costo da sostenere, ma un investimento sul bene comune dal grande valore strategico. Significa prevenire anziché rincorrere le emergenze, rafforzare le reti di comunità, valorizzare chi ogni giorno aiuta gli altri e riconoscere che il benessere di una società dipende dalla capacità di non lasciare indietro nessuno. In una stagione segnata dall’invecchiamento della popolazione e da nuove fragilità sociali, è una prospettiva che interpella non solo le istituzioni, ma ciascuno di noi.
La fragilità, stimolo per azioni costruttive
Per rappresentare la cura, nel Rapporto statistico ci sono delle immagini di opere realizzate mediante la tecnica giapponese denominata “Kintsugi” che consiste nel recupero di oggetti danneggiati mediante la ricomposizione dei frammenti con polvere d’oro, per trasformarli in un’opera d’arte unica e preziosa. «Il “Kintsugi” – scrive Alberto Stefani, presidente della Regione Veneto, nell’introduzione – non si limita a un principio estetico, ma esprime anche una filosofia, che consiste nell’accettazione dell’imperfezione, della fragilità e del passare del tempo, come occasione e stimolo per azioni costruttive».
Veneto, i numeri di una trasformazione
In Veneto le classi di età più numerose sono quelle anziane, mentre i giovani diminuiscono e le famiglie diventano sempre più piccole. Il lavoro di cura svolto gratuitamente dalle famiglie resta un pilastro del welfare: secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro vale un monte ore pari a una volta e mezzo l’intero lavoro retribuito del Paese, ed è coperto al 67,5 per cento da donne. Cresce la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia: il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne con figli piccoli e quello delle donne senza è pari al 79,8 per cento, ben lontano dalla piena parità; quando poi i figli aumentano cresce il ricorso al part time e alle dimissioni. Per sostenere le famiglie sono disponibili 35,6 posti nei servizi educativi ogni cento bambini tra zero e due anni, quattro punti in più della media italiana e sopra il target nazionale del 33 per cento, ma con forti differenze territoriali.
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Andrea Canton
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