Ho ritrovato un ritaglio del Mattino di Padova del 1992. Una foto in bianco e nero: io con più capelli, seduto a un tavolo accanto a Marina Bastianello e Renato Passignano. Il titolo: “Associazioni coalizzate. Arriva una lista civica?”. Eravamo i presidenti di Arci, Acli, Csi, Mo.V.I. Con noi c’erano Andrea Colasio – che era stato presidente dell’Arci di Padova ed era appena tornato a Padova da Parigi, dove si era specializzato in sociologia politica – Alessandro Lion e molti altri. Avevamo messo insieme un comitato, lo avevamo chiamato Padova Comunità Democratica – rappresentanti di associazioni di ispirazione cristiana e laica, allo stesso tavolo – e citavamo Achille Ardigò: il futuro sarebbe stato di chi avesse saputo collegare le diversità. Il pezzo lo firmava, con le sole iniziali, un giovane cronista: Paolo Possamai, che di quel giornale sarebbe poi diventato direttore.
Sembra preistoria. Non lo è. Fu la stagione che portò, contro ogni previsione, la vittoria di Gianni Saonara su Giovanni Negri. E da quel tavolo le istituzioni si riempirono di volti nostri: Giovanni Santone alle politiche sociali, Andrea Colasio assessore in Provincia, Alessandro Lion consigliere comunale e capogruppo, e poi tanti amici eletti nei quartieri, fino al gradino più basso e più vero della rappresentanza. Un fermento civico che, come comitato, non si candidò – e che pure mandò le sue persone a governare. Erano anche gli anni in cui, in città, il volontariato provava per la prima volta a darsi una casa comune: nacque allora la Consulta del Volontariato di Padova, primo coordinamento delle sue esperienze, ancora oggi vivo.
E non era soltanto Padova. In quegli stessi anni il terzo settore italiano ribolliva di iniziative: la Costituente della strada, e «Oltre il Frammento», la grande mobilitazione sul welfare animata da Giuseppe Lumia, allora presidente nazionale del Mo.V.I. Quel tavolo padovano era un nodo di una rete più larga, un fermento che attraversava il Paese.
Trentaquattro anni dopo quel ritaglio mi pone una domanda a cui non ho ancora risposto: è ancora possibile, per le organizzazioni civiche, stare nel governo della città? E con quale diritto?
Comincio da ciò che oggi direi diversamente. Nel ’92 l’articolo si chiudeva con una frase di Bastianello: «Non siamo una lista civica, non escludiamo di diventarlo». La porta restava socchiusa. Quella porta, oggi, la chiudo. Con serenità. Il civismo elettorale lo faccia chi lo abita: è un mestiere legittimo, ma non è il nostro. Non siamo un partito. Non è la dimensione del voto che ci appassiona. Ci appassiona la città, la cura di chi la abita, e prima di tutto di chi rischia di restarne fuori.
Il volontariato non esiste per occupare un seggio. Esiste per ricucire ciò che si è strappato. Parla la lingua della gratuità, non quella del consenso. E quando confonde le due lingue si ammansisce: diventa un fornitore di servizi, una stampella del potere. È il barelliere di Tavazza: raccoglie i feriti e non si chiede mai chi continua a ferirli.
Da qui qualcuno tira la conclusione comoda: allora il volontariato stia fuori dalla politica, curi le ferite e lasci governare gli altri. È la conclusione sbagliata. Chiudere la porta del seggio non vuol dire uscire dalla città. Vuol dire entrarci da un’altra parte. Perché governare la città lo vogliamo eccome: non amministrarla al posto di nessuno, ma con-deciderne la direzione.
E qui c’è un paradosso da guardare in faccia. Sulla carta, oggi è più facile di allora. C’è la sussidiarietà orizzontale in Costituzione, c’è l’amministrazione condivisa riconosciuta come modello legittimo, ci sono la co-programmazione e la co-progettazione nel Codice del Terzo settore. Mai come adesso abbiamo un titolo giuridico per sederci dove si decide. Eppure, proprio mentre gli strumenti si moltiplicano, la sostanza si svuota. Una cosa è essere coinvolti nella gestione, un’altra è partecipare al governo. Il tavolo che ci offrono è quasi sempre un tavolo di esecuzione, non di decisione: l’istituzione tiene per sé la rotta e ci delega il remo.
È la delega in bianco capovolta. Nel ’92 dicevamo alle associazioni di non firmarne ai partiti. Oggi sono i Comuni che ci coinvolgono per farci eseguire, tenendosi l’indirizzo. Il risultato è lo stesso: qualcuno decide, qualcun altro fa. E quando accettiamo lo scambio, ci ammansiamo di nuovo, gestori di servizi con un contratto un po’ più nobile. È ancora il barelliere, in versione amministrativa: coinvolti, sì, ma soltanto nel sintomo. Allora la domanda di partenza è messa male. Non è «ci coinvolgono?». È: su che cosa? Sul fare, è ammansimento travestito da partecipazione. Sul decidere quale città vogliamo, è governo davvero.
Ma se rinunciamo al voto e chiediamo lo stesso di con-decidere, resta il conto aperto. Con quale diritto? Il partito risponde facile: i voti. Noi al voto abbiamo detto di no. La nostra legittimità, allora, o è di un’altra natura, o non c’è. C’è. Si chiama radicamento. Il voto certifica un consenso in un istante; il radicamento è una presenza nel tempo. Stiamo dentro lo strappo, lo ricuciamo ogni giorno, conosciamo la città dal basso, soprattutto da chi ne resta fuori. Quella conoscenza è un titolo: non delegato dall’alto, ma guadagnato nella relazione. Una legittimità che non si vota, si radica.
Il radicamento, a ben vedere, è il nodo strategico. La crisi dei partiti, la politica gridata che ha preso il posto della partecipazione, nascono di lì: dalla perdita delle radici. La politica, oggi, spesso non c’è – non perché manchino i comizi, ma perché non sta più sulla soglia, sulla faglia del disagio, là dove la società si spacca e la sofferenza si tocca con mano. È quello che il volontariato sa fare, e che la politica ha disimparato. C’erano, una volta, i famosi occhiali del volontariato: quelli che fanno vedere le cose dall’altra parte, dal basso, da chi resta indietro. La politica ha rifiutato di inforcarli. Molti li hanno pure presi, ma li tengono nell’astuccio. Belli da esibire quando serve, mai da portare davvero.
Attenzione, però. Il radicamento da solo può marcire. Diventa una lobby, una corporazione che difende sé stessa – è la paura stessa di quel comitato del ’92, non farsi appaltare ai salotti. Da solo, il radicamento è muto. Ha bisogno di un metodo. E il metodo non è occupare la sedia: è non lasciare che la rotta venga decisa senza le cause. Non rivendichiamo il timone al posto di chi è stato eletto; rivendichiamo che la direzione non si scelga senza chi vive le ferite della città. Pungolo e proposta nello stesso gesto. È la carovana, non il corteo: si cammina insieme, ognuno resta quello che è, la direzione la si decide strada facendo. La convivialità delle differenze di don Tonino Bello, che è poi quel collegare le diversità intuito nella foto del ’92.
Qui succede la cosa più strana: la gratuità diventa potere. Un potere disarmato, che non comanda nessuno, ma che un’istituzione non riesce a comprare, perché non chiede niente per sé. Non si zittisce con un appalto, non si addomestica con un posto al tavolo. Le organizzazioni civiche non governano prendendo il posto di chi è stato eletto, e non governano nemmeno eseguendone gli ordini. Governano come l’ago e il filo governano lo strappo: non comandano la stoffa, la ricuciono. È il terzo modo, quello tra il seggio e il remo. Tavazza ci aveva avvisati: il barelliere coraggioso, a un certo punto, alza lo sguardo e chiede chi continua a ferire. Quella domanda è la nostra legittimità più alta. Nessuno ce l’ha votata, nessuno ce la può togliere.
Resta un ultimo passo, ed è il più scomodo. L’organizzazione non diventa partito, su questo non torno indietro. Ma il volontariato è anche una scuola di cittadinanza, e una scuola che funziona non forma solo buoni esecutori: forma persone capaci di rappresentare. Perché una cosa ormai è chiara: gli «amici del volontariato» non bastano più. L’amico ti riceve, ti ascolta, ti dà ragione, e poi decide come avrebbe deciso comunque. È simpatia che non sposta la rotta. Le sfide di oggi non si reggono sulla benevolenza di qualcuno. Hanno bisogno di persone nostre dentro la decisione, competenti, che non si lascino ammansire alla prima riunione di giunta.
E qui la domanda che fa più male: e se questo mondo, così vasto, non generasse nessuna di queste figure? Allora il problema non sarebbe fuori, nelle istituzioni sorde. Sarebbe dentro. Vorrebbe dire che il volontariato è diventato solo erogazione di servizi, ammansito fino in fondo: bravo a tamponare, incapace di guidare. Che i corpi intermedi si sono fatti corpi terminali, non più passaggi che formano e rilanciano, ma capolinea dove le persone si spendono e si esauriscono. C’è poi un rischio ancora più insidioso: spesso quelle figure ci sono, eccome, ma è il nostro stesso mondo a trattenerle, a considerarle troppo preziose per «perderle» nelle istituzioni, o a guardarle con sospetto appena alzano lo sguardo oltre la sigla. Quella sterilità non è mancanza di talento: è gelosia. Anche questo è ammansimento, la rinuncia a contare pur di non esporsi.
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Andrea Canton
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