U
na mano coperta con un guanto di lattice si infila in una gabbia dalle pareti trasparenti. Ad aspettarla c’è un ratto: è in piedi sulle zampe posteriori e il muso è rivolto verso l’alto. Non fa quasi in tempo a rendersene conto e si ritrova pancia all’aria con delle dita umane che gliela sfiorano velocemente. Quando lo stimolo cessa, il roditore non appare spaventato e cerca con i suoi piccoli occhi quella strana appendice in movimento. Durante la stimolazione tattile ha emesso dei suoni alla frequenza di 50 kHz, vocalizzazioni che il nostro orecchio non è in grado di percepire.
Il neuroscienziato Jaak Panksepp e il suo gruppo di ricerca, però, sono riusciti a catturare questa risposta e quella di altri conspecifici con un’apposita strumentazione e puntano a dimostrare che quegli ultrasuoni prodotti per il solletico, così come durante interazioni positive tra coppie di ratti, sono indicatori di esperienze piacevoli. È il 2007 quando Panksepp conferma il legame tra i suoni ad alta frequenza emessi dai roditori e il riso umano, offrendo così nuove direzioni di sviluppo alla ricerca etologica e neuroscientifica negli animali. La psicologia e la psichiatria si erano da sempre concentrate sulle emozioni negative ed erano queste ultime che scienziate e scienziati studiavano sugli animali da laboratorio, in particolar modo su topi e ratti. Quella risata ad altissima frequenza è destinata a lasciare un segno: suscita nuove domande sull’evoluzione delle emozioni, sugli effetti di esperienze positive e su come esse influenzino la vita degli animali umani e non umani.
Ci sono roditori costretti a vivere in gabbie asettiche e senza stimoli nei laboratori di ricerca, bovini condannati a esistenze confinate negli allevamenti, monotone e senza alternative, specie selvatiche destinate a una quotidianità di spazi e scelte limitate negli zoo, cani spesso rassegnati a un “fine pena mai” nei canili o privati delle occasioni per esprimere le motivazioni proprie della loro specie e razza, parcheggiati sui divani di eleganti dimore cittadine. Cercare di evitare loro dolore e sofferenza è stato il primo passo nello sviluppo di quel campo di ricerca chiamato benessere animale. Dopo aver attraversato decenni di cambiamenti sociali, scelte politiche, progresso scientifico e riflessioni etiche, oggi in questo settore si lavora affinché gli animali che sono sotto il nostro controllo possano accedere a esperienze positive e compiere, sia pure in un modo incompleto e vincolato, la propria ricerca della felicità.
Animali macchina
“Cibo a buon mercato? Sì! Ma è cibo buono? Vitelli ‘broiler’ – in prigione a vita!”.
La frase appariva a caratteri cubitali in un opuscolo del 1961. Un gruppo di attivisti per i diritti degli animali lo lasciò scivolare sotto la porta di una studentessa di arti drammatiche che, negli anni della guerra, aveva prestato servizio come infermiera. Il suo nome era Ruth Harrison. Le immagini stampate sui fogli in bianco e nero, foto di vitelli, galline ovaiole e broiler (i polli da carne) in condizioni di degrado la turbarono: era già vegetariana, ma non aveva mai riflettuto sulla possibilità di impegnarsi in prima persona per garantire un’esistenza migliore a quegli animali che continuavano a rimanere negli allevamenti intensivi del Regno Unito. Sentì di avere una responsabilità e decise di capire se ciò che veniva mostrato dalla campagna di sensibilizzazione della Crusade against all cruelty to animals fosse vero. Il risultato delle sue indagini fu il celebre libro Animal Machines, pubblicato nel 1964 e accompagnato dalla prefazione di Rachel Carson che, solo due anni prima, aveva dato alle stampe Primavera silenziosa, un saggio di denuncia sui rischi dell’uso indiscriminato di pesticidi in agricoltura.
Proprio come Primavera silenziosa di Rachel Carson esercitò un impatto sulle politiche ambientali degli Stati Uniti, così Animal Machines di Ruth Harrison scosse l’opinione pubblica e il governo britannico, mostrando le sofferenze a cui venivano sottoposti gli animali per aumentare la produttività.
Harrison mostrò al grande pubblico le pratiche a cui venivano sottoposti gli animali per aumentare la produttività: gli spazi ristretti in cui vivevano, l’amputazione della coda dei piccoli suini per evitarne la morsicatura, o ancora il taglio dell’estremità del becco praticato nei pulcini per prevenire ferimenti ed episodi di cannibalismo in aree ad alta densità di esemplari. Proprio come Primavera silenziosa esercitò un impatto sulle politiche ambientali degli Stati Uniti, così Animal Machines scosse l’opinione pubblica e il governo britannico. Davanti al lavoro investigativo dell’autrice e alla reazione di lettrici e lettori, quest’ultimo ordinò un’indagine che venne affidata a un comitato di esperti, in cui fu inclusa Harrison, presieduto dallo zoologo Francis William Rogers Brambell. Le indagini del Comitato Brambell confermarono ciò che veniva descritto nel libro e, nel 1965, confluirono nel Rapporto Brambell, un documento che delineava quelli che avrebbero dovuto essere i principi biologici ed etici dell’allevamento e che riconobbe l’importanza dello studio del comportamento degli animali nella valutazione del loro benessere.
Il Comitato scrisse:
Qualsiasi tentativo di valutare il benessere deve, pertanto, tenere conto delle prove scientifiche disponibili riguardanti le sensazioni degli animali che possono essere dedotte dalla loro struttura e dalle loro funzioni, nonché dal loro comportamento. […] Riconosciamo che le informazioni scientifiche disponibili riguardanti il comportamento degli animali domestici sono inadeguate sotto molti aspetti per i nostri scopi e che è necessario molto altro lavoro in questo campo prima di poter essere soddisfatti del loro benessere.
Lo svelamento delle condizioni in cui versavano gli animali nei primi allevamenti intensivi aveva acceso la scintilla per lo sviluppo di una nuova disciplina: l’Animal Welfare Science, la scienza del benessere animale.
Definire il benessere animale
Sebbene nel Rapporto Brambell non ci fosse una definizione specifica di benessere animale, nel corso del tempo ci sono stati numerosi tentativi di strutturare questa materia. L’obiettivo era duplice: costruire modelli di comprensione, valutazione e intervento per i professionisti in campo e fornire una descrizione che potesse essere facilmente colta da quel pubblico a cui Animal Machines aveva aperto gli occhi.
Una delle prime definizioni di benessere animale è quella di Donald M. Broom, professore emerito di Animal Welfare dell’Università di Cambridge, che tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento lo descrive come la condizione di un animale in relazione alla sua capacità di far fronte (coping) al proprio ambiente. È una definizione che si basa soprattutto sulla salute fisica di un animale: una gallina reagisce a un disturbo temporaneo, che può essere ad esempio il freddo, attivando risposte che le permettono di tornare rapidamente alla condizione iniziale, come trovare il modo di riscaldarsi.
Solo recentemente alcune scienziate e scienziati hanno proposto di porre al centro del discorso sul benessere animale gli stati affettivi, spostando l’attenzione verso la promozione di esperienze emotive positive.
Quello della salute fisica è stato storicamente il filo conduttore principale del benessere animale e, in un primo momento, la comunità scientifica si è concentrata sulla modifica o eliminazione di condizioni lesive dello stato fisico degli animali. Nel corso degli anni nel benessere animale è stato poi integrato anche il concetto di comportamento naturale, ossia il comportamento tipico delle specie, osservato negli animali quando vivono negli ambienti in cui si sono evoluti i loro antenati oppure in spazi, realizzati dall’essere umano, che offrono una libertà di movimento simile.
Come riporta la biologa ed etologa Marian Stamp Dawkins nel suo saggio The Science of Animal Welfare. Understanding What Animals Want (2021), il comportamento naturale è importante poiché suggerisce elementi che gli animali potrebbero desiderare, non sempre facilmente intuibili attraverso la nostra percezione del mondo, però non definisce di per sé cosa sia il benessere. Per collegarlo solidamente a quest’ultimo, il comportamento naturale deve essere affiancato ad altre informazioni. “Naturale” non è in automatico sinonimo di “migliore”: essere inseguiti e catturati da un predatore è naturale per molti animali selvatici, ma non contribuisce positivamente al loro benessere dal momento che cercano attivamente di evitarlo. Solo recentemente alcune scienziate e scienziati hanno proposto di porre al centro del discorso sul benessere animale gli stati affettivi, spostando l’attenzione verso la promozione di esperienze emotive positive.
Si tratta, dunque, di un panorama scientifico e culturale in trasformazione, in cui le diverse visioni si avvicendano e producono nuovi modelli scientifici per la valutazione del benessere animale. I quadri di riferimento, inizialmente progettati per stabilire degli standard che riducessero in particolar modo la sofferenza, sono stati gradualmente rivisti sino a raggiungere l’attuale prospettiva di promozione di stati positivi. Tra i modelli più utilizzati e citati ci sono quello delle Cinque libertà e quello dei Cinque domini.
Già nel suo rapporto, il Comitato Brambell aveva introdotto una prima formulazione del modello delle Cinque libertà, poi ampliato nel 1979 dal Farm Animal Welfare Council, secondo cui gli animali devono essere liberi dalla fame e dalla sete, grazie all’accesso ad acqua fresca e a un’alimentazione adeguata; liberi dal disagio, attraverso un ambiente idoneo che offra riparo e luoghi per il riposo; liberi dal dolore, dalle ferite e dalle malattie, tramite prevenzione, diagnosi tempestiva e cure appropriate; liberi di esprimere i comportamenti naturali, disponendo di spazio sufficiente, strutture adeguate e della compagnia dei propri simili, se gradita; liberi dalla paura e dall’angoscia, evitando qualsiasi forma di sofferenza. Si parla, quindi, di rifuggire condizioni negative, principalmente legate alla salute fisica.
Il modello di Mellor valuta il benessere animale attraverso quattro domini funzionali: nutrizione, ambiente, salute fisica e comportamento. Questi contribuiscono a definire lo stato mentale dell’animale, ossia il quinto dominio, che include sensazioni quali dolore, paura, appagamento o piacere.
La salute psicologica e le emozioni positive sono state prese maggiormente in considerazione dal fisiologo David Mellor che, nel 1994, ha formulato il modello dei Cinque domini, aggiornato in numerose nuove versioni dal 2001 a oggi, per integrare al suo interno le più recenti scoperte scientifiche. Il modello di Mellor valuta il benessere animale attraverso quattro domini funzionali (nutrizione, ambiente, salute fisica e comportamento), i quali contribuiscono a definire lo stato mentale dell’animale, che rappresenta il quinto dominio e include sensazioni quali dolore, paura, appagamento o piacere. Questo sistema di valutazione riconosce negli animali la capacità di provare emozioni e vivere stati psicologici che incidono sul loro benessere complessivo, attribuendo quindi allo stato mentale un ruolo centrale. Il modello dei Cinque domini aggiunge, inoltre, un ulteriore tassello: suggerisce la necessità di ridurre al minimo le esperienze negative e, allo stesso tempo, di fornire agli animali opportunità di accedere a esperienze positive. Diventa, perciò, essenziale capire se e in quali situazioni ciò accade, conoscere i diversi repertori e i comportamenti tipici di ciascuna specie e saperli osservare, misurare e descrivere. È proprio questo l’ambito della disciplina del Positive animal welfare (PAW), il benessere animale positivo.
Il PAW e lo studio delle emozioni animali
“Ritengo che vi siano due modi principali per definire il Positive animal welfare (PAW): come stato di un animale o come campo di ricerca. La definizione incentrata sullo stato seguirebbe quella fornita da Rault et al. nel 2025: un prosperare attraverso l’esperienza di stati mentali prevalentemente positivi e lo sviluppo di competenza e resilienza”, spiega a Il Tascabile Laura Webb, etologa della Wageningen University e vicepresidente del progetto COST Action Lifting farm animal lives: “Il PAW può anche essere visto come un sottocampo della scienza del benessere animale che si focalizza sulla comprensione, la valutazione e la promozione di stati affettivi positivi e di una vita buona (o prospera) negli animali”. Webb e il suo gruppo di ricerca traggono ispirazione dalla psicologia umana per identificare indicatori non verbali di emozioni positive e felicità applicabili alle altre specie. Definire cosa siano le emozioni e quando sia corretto attribuirle agli animali non umani non è semplice, anche per un radicato timore di un eccessivo antropomorfismo da parte della comunità scientifica. La ricerca, sebbene stia progredendo, è ancora in una fase pioneristica.
Al contrario di noi, gli animali non umani non possono esprimere ciò che sentono a parole, quindi il lavoro di scienziate e scienziati si sta concentrando sull’analisi di indicatori la cui misurazione possa confermare i loro stati affettivi.
Nel 1946 lo psicologo Donald Olding Hebb descrisse le emozioni come “determinati stati neurofisiologici, inferiti dal comportamento, dei quali si sa poco se non che, per definizione, essi predispongono a determinati tipi specifici di azione”. L’etologo Marc Bekoff affermò nel 2000 che fossero fenomeni psicologici che aiutano nella gestione e controllo del comportamento, mentre per il primatologo Frans de Waal l’emozione è uno stato temporaneo indotto da stimoli esterni biologicamente rilevanti, caratterizzato da specifici cambiamenti nel corpo e nella mente dell’organismo. Gli studiosi di comportamento animale Elizabeth Paul e Michael Mendl, in una pubblicazione del 2018, cercano di raccogliere le caratteristiche comuni emerse storicamente e affermano che un’emozione è una risposta costituita da più componenti a uno stimolo o a un evento che è tipicamente di importanza per l’individuo, è sempre dotata di una valenza, piacevole o spiacevole, e può variare in termini di attivazione/eccitazione (arousal) e di durata/persistenza. Ad esempio, giocare può stimolare gioia, un’emozione dalla valenza positiva, dall’attivazione potenzialmente elevata e dalla durata breve. Al contrario di noi, gli animali non umani non possono esprimere ciò che sentono a parole, quindi il lavoro di scienziate e scienziati si sta concentrando sull’analisi di indicatori la cui misurazione possa confermare i loro stati affettivi. Gli indicatori possono essere diversi per specie e riguardano valori legati alla fisiologia, osservazioni comportamentali e risposte cognitive.
Il ratto di Panksepp emetteva il caratteristico segnale acustico a 50 kHz quando solleticato da una mano umana e durante interazioni positive tra coppie di individui. Dunque la vocalizzazione sembrava un valido indizio, fino a quando alcuni studi hanno mostrato che era presente pure nei roditori sottoposti a eutanasia con anidride carbonica, una situazione che è stato dimostrato essi si impegnano a evitare. L’esame di un unico indicatore non basta a etichettare una condizione come positiva o negativa. “Esistono molti indicatori promettenti nell’ambito del comportamento, tra cui le vocalizzazioni, le posture delle orecchie e della coda e il comportamento di gioco”, chiarisce Webb: “Stiamo inoltre indagando indicatori cognitivi e fisiologici dello stato affettivo cumulativo”.
Gli stati affettivi positivi negli animali nascono da esperienze gratificanti, come poter scegliere, perseguire degli obiettivi e ottenere i risultati voluti. Non basta evitare condizioni negative: gli animali devono poter desiderare qualcosa e trarne piacere.
Non è, infatti, il singolo evento a dare forma a quella “vita degna di essere vissuta” citata in numerosi modelli di benessere animale: sperimentare quotidianamente esperienze che facciano scaturire emozioni positive può significare influenzare stati affettivi più duraturi come l’umore e disposizioni più persistenti e prolungate. È quando il bilancio propende a favore degli stati positivi in una finestra temporale sufficientemente ampia che, secondo alcune teorie, si raggiunge quella che noi chiamiamo felicità.
Gli stati affettivi positivi negli animali nascono da esperienze gratificanti, come poter scegliere, perseguire degli obiettivi e ottenere i risultati voluti. Non è sufficiente evitare condizioni negative: è fondamentale che gli animali abbiano la possibilità di desiderare qualcosa e di trarne piacere. Come sottolinea Marian Stamp Dawkins, il benessere animale non dipende solo dalla salute, ma anche dalla capacità di offrire agli animali ciò che vogliono. Le preferenze variano da individuo a individuo e sono influenzate da diversi fattori, tra cui la specie di appartenenza, la personalità, la genetica, lo sviluppo e le esperienze vissute. Per questo, il benessere positivo si valuta attraverso un’osservazione diretta e prolungata, che tenga conto dell’intero arco della vita e delle caratteristiche specifiche di ciascun animale.
Osservare da vicino gli animali per capire cosa desiderano può portare a risultati sorprendenti. Lo racconta Laura Webb, che durante il suo dottorato ha studiato diversi regimi alimentari per migliorare il benessere dei vitelli. In alcuni esperimenti, ai vitelli veniva offerta la possibilità di scegliere liberamente tra vari alimenti, come fieno a fibra lunga o paglia, disposti in rastrelliere. I bovini infilavano la testa nel fieno, lo annusavano e lo lanciavano in aria, in un comportamento che ricordava il gioco. In un altro studio, invece, i vitelli estraevano la paglia dalle rastrelliere e la usavano per crearsi una lettiera sul pavimento fessurato.
Il benessere animale non dipende solo dalla salute, ma anche dalla capacità di offrire agli animali ciò che vogliono.
“Credo sia necessario ricordare che un elemento specifico nella vita di un animale può avere molteplici utilizzi e può rivelarsi, in definitiva, più piacevole di quanto ci si potesse inizialmente aspettare”, sottolinea l’etologa: “Lo stesso vale, ad esempio, quando si pensa all’inserimento di alberi: gli alberi sono molto più di una semplice struttura che offre ombra per alleviare lo stress da calore, poiché le vacche nei sistemi silvopastorali ne mangiano i frutti, tirano i rami e si strofinano contro il tronco. Pertanto, gli alberi promuovono la diversità comportamentale oltre a fornire ombra, aumentando l’autonomia e la propensione a sperimentare stati emotivi più positivi”.
Positive animal welfare, una rivoluzione?
Il Positive animal welfare ha assunto una connotazione più precisa nel 2007 con la pubblicazione della review “Assessment of positive emotions in animals to improve their welfare” nella rivista scientifica Physiology & Behavior. Alcune autrici e autori ne contestano in parte la portata innovativa rispetto ai precedenti modelli di benessere animale: i Cinque domini avevano già assicurato un ampio spazio alla salute psicologica degli animali e alle emozioni positive, e anche altri modelli le avevano inserite nella propria struttura. “Credo che molti altri quadri teorici sul benessere animale presentino componenti relative al benessere animale positivo. Le Cinque libertà includono la promozione dei comportamenti naturali, il che è probabilmente legato al fornire agli animali maggiore scelta e controllo, e quindi agentività. Il modello dei Cinque domini menziona specificamente, in aggiunta, gli stati affettivi come rilevanti”, chiarisce Webb: “Questi quadri teorici possono talvolta fornire modi più pratici per formalizzare e valutare il benessere animale. A livello teorico, penso che molti scienziati concordino sul fatto che il benessere animale sia concettualizzato come due componenti interconnesse, tra cui una componente affettiva/edonica, ossia l’accumulo e l’equilibrio di stati affettivi positivi e negativi nel tempo, e una componente cognitiva che coinvolge la costruzione di abilità/competenze e resilienza”.
Il Positive Animal Welfare può aiutare a migliorare la vita degli animali, evitando loro sofferenze e promuovendo esperienze positive. Eppure questa ricerca della felicità può risultare dissonante, considerando che stiamo comunque piegando le loro esistenze alle nostre necessità.
Un progetto come Lifting farm animal lives, quindi la realizzazione di un network scientifico-tecnologico tra centri di ricerca europei in grado di esercitare un impatto sui decisori politici e sugli organismi normativi, rappresenta un progresso. È un nuovo capitolo per la scienza del benessere animale, che coinvolgerà la zootecnia e tutti quei contesti in cui gli animali sono costretti alla cattività, come zoo, allevamenti, canili, le nostre case ‒ tra cani, gatti, roditori, conigli, uccelli e altre specie esotiche ‒ e laboratori di ricerca biomedica, proprio quegli stessi luoghi in cui vivevano i ratti che hanno condotto Jaak Panksepp verso la scoperta del riso murino.
Il Positive animal welfare ci aiuta a capire come migliorare la vita degli animali, non solo evitando loro sofferenze, ma promuovendo esperienze positive. Eppure questa ricerca della felicità può essere percepita come dissonante quando realizziamo che disponiamo comunque delle loro esistenze per piegarle alle nostre necessità. Come scrive Marian Stamp Dawkins nelle ultime pagine di The Science of Animal Welfare:
può essere un contributo prezioso per i dibattiti sul benessere animale (così come per la nostra riflessione personale) tentare di separare i disaccordi sui fatti che apprendiamo dalla scienza del benessere animale dai disaccordi sui valori etici, e separare entrambi dai passi pratici che potrebbero essere intrapresi nel mondo reale per attuare il cambiamento.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Alessia Colaianni
Source link



