Dentro la tela. Indagine su Artemisia è il terzo spettacolo dedicato da Cinzia Spanò ai temi del femminile e della disparità di genere. In scena al Teatro Elfo Puccini di Milano fino al 31 maggio, è un tentativo di riflettere sulla manipolazione della realtà ad opera di chi, nelle azioni e nelle parole, perpetua un sistema patriarcale. Recensione
Quando si è sedute in platea, molto spesso ci si sente un po’ al sicuro, come fossimo tutte e tutti coperte da una pellicola che ci scherma, o così sembra, di fronte a chi è sulla scena; eppure c’è stato un momento, su quella poltroncina, in cui mi sono sentito scoperto, osservato, mentre ero io ad avere il ruolo – il primato? – dell’osservatore. È stato quando, dopo un terzo forse di Dentro la tela. Indagine su Artemisia, Cinzia Spanò scesa nei corridoi di platea ha guardato dritto verso di me – stavo forse prendendo un appunto, sembravo uno spettatore svagato – mi ha piantato le parole in una profondità che mi ha destabilizzato, sembrava dire, con gli occhi tremanti: “Svegliati! È con te che sto parlando!”. Ecco, io non credo di essere uno spettatore disattento, non ho chiesto in giro poi dopo, ma ho come l’impressione che quella stessa sensazione l’abbiano provata in molti. O molte. Non è un caso qui doppiare la desinenza del genere. Perché questo spettacolo parla davvero in modo trasversale ai due universi, mettendo in crisi le strutture canoniche, e per questo inattuali, che definiscono la convinzione dell’assemblea civile che assiste al teatro. E in esso misura la vita. Ma già prima, nella sala del Teatro Elfo Puccini di Milano dove ci si preparava ad assistere, donne e uomini sedute su quelle stesse poltrone ingannavano l’attesa, come si dice, parlando, mentre mi chiedevo: ma ci pensano che questo spettacolo, ancora prima di iniziare, già ci riguarda?
Dentro la tela è un luogo duplice: lì sono i colori e le intenzioni di artiste e artisti, lì conclude lo sguardo di chi osserva; è come se creazione e percezione si dessero appuntamento nello stesso posto. Spanò dunque, in abito bianco elegante e messa in piega da prima serata TV, parla dall’interno della tela (o della “tele”) e in essa invita a guardare. La storia è quella di Mara Landolfi, una donna che compie un mestiere tanto subdolo quanto imprescindibile all’esercizio di un potere patriarcale: conduce una trasmissione televisiva di cronaca che, attraverso il mezzo dell’arringa giudiziaria, concorre a ripulire l’immagine di uomini incappati in qualche reato ascrivibile al proprio potere, mirando a screditare chi li accusa, dipingendo l’accusato come un uomo perbene, ma con tinte assai diverse dalla realtà. Una sorta di “past washing”, mi viene da dire, un lavaggio del passato perché torni a essere brillante, candido, senza macchia e, chiaramente, senza paura (di essere condannati).
Mara Landolfi è dunque un personaggio a doppia faccia: la sua credibilità pubblica, data dal mezzo televisivo, entra – come si usava dire – nelle case delle italiane, e degli, illude di essere insieme nello stesso salotto e così innesca il meccanismo della fiducia; dall’altro lato il suo lavorio sotterraneo legittima l’abuso di potere e fa scivolare le vittime in un baratro ancora più profondo. E Mara Landolfi potrebbe fare qualsiasi mestiere: appunto la presentatrice televisiva, l’agente di commercio, la giornalista di cronaca, la direttrice, ignara a quanto pare, di un noto teatro emiliano in cui sono stati compiuti abusi sessuali per decenni. Potrebbe essere, davvero, chiunque. C’è dunque un controprocesso in TV, nelle mani della presentatrice c’è una sequenza di allusioni manipolatorie che innescano dubbi nella mente dei telespettatori; e lo vediamo di continuo: rendere un processo mediatico, assimilare la notizia al meccanismo dello scoop, al sensazionalismo, trasforma il fatto in un racconto e da quel momento in poi gli eventi che lo compongono non hanno più bisogno di essere veri, basta che siano verosimili, purché siano utili a tracciare una o più linee narrative.
Bianco è l’abito e anche lo sfondo che sviluppa il palco semivuoto nella dimensione orizzontale, tale da illudere che possa finire oltre le quinte, per merito anche dei tagli di luce spesso netti e profondi; l’immagine del candore dunque avvolge l’intera scena, a partire dal fondale che ospita la suddivisione dei capitoli della vicenda. Il dispositivo di Spanò ha l’obiettivo di costruire, pezzo per pezzo, una manipolazione evidente, di cui fa parte ma da cui allo stesso tempo si scherma attraverso l’oggettività presunta; eppure in questo meccanismo qualcosa inizia a scricchiolare, l’arrivo in redazione di un cliente che non è come gli altri risveglia un vecchio dolore mai sopito e che, forse, è il motivo di tanto impegno a sostenere il male. Mara Landolfi rivede sé stessa, torna alla storia che la riguarda e in essa riconosce i tratti di Artemisia Gentileschi, artista che nascose il dolore di uno stupro negli occhi di chi osserva la sua Giuditta e Oloferne (1612-13), la tela del titolo che però mai viene mostrata, che raffigura una macabra decapitazione ad opera di una donna e della sua ancella, simbolo di unità femminile contro il potere patriarcale.
Eppure, non è la decapitazione ciò che importa, non quello che è raffigurato sulla tela, ma dentro: la storia che preesiste all’evento e configura il presente, l’espressione dell’ancella, la perizia del gesto, la nettezza del rosso del suo abito e del sangue sparso sulle lenzuola della morte. Spanò compone uno spettacolo che scava in profondità, si carica sulle spalle il peso di una circostanza civile come nella tradizione tragica, cede forse un po’ a un testo manierato, teorico, con qualche spiegazione di troppo, ma compie magistralmente l’atto radicale del teatro, che mette in crisi lo stato delle cose. Il dispositivo narrativo è quello della redenzione traumatica e lascia, in fondo, una domanda cardinale a cui è difficile rispondere: l’esperienza della donna conduce inevitabilmente a un cambiamento, ma cosa accade se quel trauma non si manifesta? Siamo costrette a osservare centinaia di Mara Landolfi che soffocano la realtà nell’artificio e nell’inganno? C’è una frase, che appare in proiezione: “Solo gli ingenui credono di poter cambiare il mondo”. Eppure solo chi ci crede, poi davvero cambia il mondo. Bisogna dedurre, allora, che sono proprio gli ingenui gli unici a credere in qualcosa?
Simone Nebbia
Teatro Elfo Puccini di Milano – fino al 31 maggio
DENTRO LA TELA
Indagine su Artemisia
uno spettacolo di e con Cinzia Spanò
direzione attoriale Emiliano Brioschi
luci Nando Frigerio
assistente alla regia Barbara Giordano
scenografa collaboratrice Roberta Monopoli
sarta Elena Rossi
elettricista Matteo Crespi
macchinista Gianluigi Guarino
produzione Teatro dell’Elfo, Effimera Teatro
con il contributo di Fondazione Banca Popolare di Milano
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