INTEGRARTI come spazio di attraversamento. #sponsor


Tra laboratori, performance e confronto pubblico, un’indagine sui modi in cui le arti abitano i territori, costruiscono alleanze e interrogano le periferie contemporanee.

Che cosa significa oggi lavorare artisticamente nelle Periferie senza ridurle a categoria progettuale, immagine urbana o parola-ombrello capace di tenere insieme marginalità, rigenerazione, educational e politiche culturali? E ancora: come si entra davvero in un territorio? Attraverso quali linguaggi, quali alleanze, quali figure di mediazione? Che cosa accomuna esperienze artistiche che agiscono dentro città, quartieri, scuole, comunità e contesti sociali profondamente differenti?

Sono alcune delle domande che hanno guidato la seconda edizione di INTEGRARTI — Arti, territori e comunità in rete, promossa da DAF Project all’interno del progetto PNRR “CIRCE” — capofila il Comune di Casalvecchio Siculo, con i Comuni di Limina e Antillo —, che dal 21 al 23 maggio ha trasformato il borgo di Casalvecchio Siculo in uno spazio temporaneo di incontro tra pratiche artistiche, territori e comunità.

In un tempo in cui molte delle esperienze culturali attive nei territori sembrano procedere in parallelo — spesso isolate, chiamate a confrontarsi con analoghe fragilità organizzative, economiche e politiche — la manifestazione ha provato a configurarsi come un dispositivo di lavoro capace di mettere in dialogo dimensione laboratoriale, pratica performativa e confronto pubblico.

Al centro dell’esperienza, il lavoro di venti giovani partecipanti provenienti da tutta Italia — studenti universitari del DAMS di Messina, performer, assistenti sociali, operatori culturali — riuniti per alcuni giorni all’interno di INTEGRARTI / LAB.

Nel laboratorio Pratiche di narrazione, diretto da Angelo Campolo, attore e regista, direttore artistico DAF, da anni impegnato nei processi di formazione all’interno dei territori segnati da povertà educativa, la Periferia non è stata affrontata direttamente come oggetto di analisi. Il percorso è partito piuttosto dalla figura della guida, del mentore, ovvero quella presenza capace di introdurre qualcuno dentro un mondo sconosciuto. Attraverso pratiche di movimento, scrittura, immagini, memoria e composizione collettiva, il laboratorio ha interrogato il rapporto esistente tra essere umano e ambiente di appartenenza in senso lato, chiedendo ai partecipanti di tornare indietro nel tempo alle figure che hanno segnato il loro sguardo sul mondo. Dentro i suggestivi spazi dell’Abbazia dei Santi Pietro e Paolo d’Agrò, il lavoro ha progressivamente costruito una cartografia condivisa di paesaggi umani: una periferia composta non da definizioni, ma da presenze, attraversamenti e relazioni.

In dialogo con questo percorso, la presenza di Roberto Zappalà con la performance Corpi Liturgici della Compagnia Zappalà Danza, interpretato da Maud de la Purification insieme allo stesso Roberto Zappalà sulle musiche di David Lang, ha introdotto un ulteriore oggetto di riflessione: il rapporto tra corpo, ritualità, spazio e comunità, percepito con particolare intensità grazie alla monumentalità dell’Abbazia, resasi spazio di interazione tra gesto, architettura e paesaggio.

La giornata conclusiva segnata dalla presenza di Oriana Civile, il cui lavoro attraversa da anni parola, teatro canzone, tradizione e ricerca contemporanea, ha allargato il campo di osservazione verso un’interrogazione sulla trasmissione dei linguaggi e sul modo in cui memorie, pratiche popolari e forme artistiche mutano continuamente all’interno dei territori.

Se il laboratorio ha lavorato sulle differenti soglie d’accesso ai mondi, il confronto pubblico coordinato da Angelo Campolo ha provato, invece, a mettere in relazione i differenti modi di abitare professionalmente i territori.

Ne è emersa una geografia di pratiche, osservata attraverso lo sguardo di operatori e operatrici culturali impegnati in contesti profondamente differenti: la Genova raccontata da Laura Sicignano, segnata dai processi di integrazione e dal lavoro con i giovani provenienti dall’Africa subsahariana; la Napoli di Mario Gelardi e dell’esperienza del Nuovo Teatro Sanità; la complessità urbana di Firenze, restituita da Luisa Bosi attraverso il lavoro di Murmuris; la dimensione metropolitana di Milano, osservata dall’esperienza del Teatro Franco Parenti attraverso il contributo di Edoardo Favetti; le riflessioni di Massimo Betti Merlin sul lavoro indipendente a Torino; il racconto di Maurizio Puglisi a partire dall’esperienza del Nuovo Teatro Scaletta di Messina; fino all’intervento del professor Dario Tomasello del Dipartimento COSPECS dell’Università di Messina, capace di riportare il confronto sul terreno del rapporto tra arti, pensiero critico e responsabilità culturale nei territori.

Più che cercare una definizione condivisa di Periferia, il confronto ha fatto emergere una costellazione di pratiche accomunate da questioni ricorrenti: la costruzione di alleanze, la sostenibilità dei processi culturali, il rapporto tra arte e contesto socio-culturale di appartenenza, la necessità di sottrarre le esperienze alla condizione dell’episodio o dell’isolamento.

Questa, una riflessione che ha inevitabilmente toccato anche la dimensione organizzativa delle pratiche artistiche: il modo in cui i progetti si mantengono nel tempo e sono capaci di costruire condizioni di possibilità nei territori. Piano, quest’ultimo, attraversato anche dal lavoro di Giuseppe Ministeri, direttore organizzativo di DAF Project, nella costruzione operativa della manifestazione.

All’interno di questo quadro, una delle traiettorie emerse con maggiore evidenza riguarda la possibilità — ancora aperta, tutta da costruire — di immaginare forme di dialogo tra le diverse pratiche artistiche attive nelle quattordici città metropolitane coinvolte dal Bando Periferie del Ministero della Cultura.

Lungo questa direzione si colloca anche il lavoro di progettazione sviluppato all’interno del progetto CIRCE, attraverso il contributo della project manager Francesca Sabatini, orientato alla costruzione di connessioni tra pratiche culturali, sviluppo territoriale e processi collaborativi.

Non una rete già definita né una dichiarazione d’intenti, quanto piuttosto un terreno di ricerca condiviso: uno spazio in cui esperienze lontane possano riconoscere la condivisione di strumenti, criticità, intuizioni e desideri di trasformazione.

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