Cinque miliardi dividono il governo e i rappresentanti delle banche. Per Matteo Salvini sono il contributo minimo da chiedere a un settore che ha visto crescere fortemente gli utili; per Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, il confronto deve rispettare i principi costituzionali della contribuzione. Dietro lo scontro sulla manovra c’è una questione concreta: come trasformare la richiesta politica in una misura definita.
Il confronto si accende quando Matteo Salvini replica al presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli. Il vicepremier giudica sorprendenti le obiezioni del rappresentante dei banchieri e sostiene che chiedere al settore almeno cinque miliardi sia una scelta di buonsenso. La sua argomentazione è netta: la crescita dei risultati economici renderebbe giustificata una maggiore partecipazione delle banche alle esigenze del bilancio pubblico. È una posizione politica, sostenuta attraverso una serie di dati sugli utili, sull’occupazione e sulla tassazione degli istituti.
I profitti al centro della replica
La sequenza richiamata da Salvini parte da 25,5 miliardi di euro di utili nel 2022, passa a 40,6 miliardi nel 2023 e a 46,5 miliardi nel 2024, fino ad arrivare a 47,5 miliardi nel 2025. Il ministro aggiunge che per il 2026 sono previsti risultati superiori a 50 miliardi. Quest’ultima cifra va dunque distinta dalle precedenti: nella dichiarazione è indicata come previsione, non come consuntivo. Tutti questi importi restano attribuiti al vicepremier, come riportato dalle agenzie che hanno diffuso la sua nota.
Il confronto tra il primo e l’ultimo dato della serie restituisce un aumento di 22 miliardi, pari a circa l’86%. È un’elaborazione aritmetica dei numeri citati da Salvini, utile a comprendere la dimensione dell’argomento politico: in tre anni i profitti sarebbero cresciuti di oltre quattro quinti. La nota riportata da Radiocor, tuttavia, non esplicita il perimetro statistico e i criteri contabili della serie. La crescita dichiarata non basta quindi, da sola, a definire l’imponibile di un eventuale nuovo intervento.
Nella replica trovano spazio anche la riduzione della rete e degli organici. Salvini cita 2.510 sportelli chiusi e 12.900 dipendenti in meno tra il 2022 e il 2025, oltre a un’aliquota fiscale effettiva del 19,2% nel 2025. Sono ulteriori elementi della sua contestazione al settore, non verifiche autonome delle condizioni delle singole banche. In particolare, il confronto sulla pressione fiscale richiederebbe criteri omogenei tra gli intermediari e le altre imprese, che il resoconto della dichiarazione non dettaglia.
La posizione dell’Abi e il richiamo alla Costituzione
Patuelli era intervenuto ieri contestando l’ipotesi di un contributo aggiuntivo. Il presidente dell’Abi aveva richiamato lo Stato costituzionale di diritto per respingere l’idea che alcune categorie possano essere economicamente «mazzolate». La sua obiezione riguarda dunque il trattamento riservato al settore e i criteri con cui distribuire l’onere della manovra. Secondo la ricostruzione di Agenzia Nova, l’ipotesi alla quale rispondeva coinvolgerebbe non soltanto le banche, ma anche assicurazioni e istituzioni finanziarie: un perimetro più ampio rispetto a quello evocato dal solo confronto sugli utili bancari.
Il riferimento normativo centrale è l’articolo 53 della Costituzione. La disposizione stabilisce che tutti partecipino alle spese pubbliche secondo la propria capacità contributiva e che il sistema tributario sia informato a criteri di progressività. È questo il principio da tenere distinto dalla polemica: la Costituzione fornisce il criterio generale della contribuzione, non determina l’importo di cinque miliardi né il modo in cui ripartirlo tra gli operatori finanziari.
Per valutare una misura concreta, quindi, non basta contrapporre la crescita dei guadagni alla denuncia di un trattamento penalizzante. Occorre distinguere due domande: quanto un settore sia in grado di contribuire e come debba essere costruito il contributo. Il richiamo alla capacità contributiva orienta la prima; non sostituisce la definizione delle regole necessarie a rispondere alla seconda.
Che cosa spiega la redditività bancaria
Un elemento di contesto verificabile arriva dalla Banca d’Italia. Nella Relazione annuale sul 2024, l’istituto segnala che la redditività delle banche era ulteriormente migliorata grazie soprattutto all’aumento delle commissioni e, in misura minore, del margine di interesse. Lo stesso documento ricorda che l’allentamento monetario aveva favorito una discesa del costo dei finanziamenti. Il quadro aiuta a leggere il confronto senza ridurre tutti i risultati bancari a una sola voce di ricavo. Si tratta, però, di un’analisi riferita al 2024, non di una certificazione della serie completa presentata da Salvini.
La Banca d’Italia evidenzia inoltre l’importanza della solidità degli intermediari: nell’aprile 2024 aveva attivato una riserva di capitale contro il rischio sistemico, destinata a rafforzare la capacità del sistema di affrontare eventi avversi. Redditività e patrimonio sono quindi due aspetti da considerare insieme quando si valuta la condizione delle banche, pur senza confonderli con la questione, distinta, del loro contributo fiscale.
La cifra di almeno cinque miliardi resta il punto fermo della richiesta di Salvini. Nella nota ripresa dalle agenzie, tuttavia, la rivendicazione politica non è accompagnata dalla descrizione di un meccanismo fiscale: non vengono illustrate aliquote, base imponibile o ripartizione dell’onere. Per il lettore è la distinzione decisiva: una richiesta quantificata non equivale ancora a una disciplina del prelievo. La portata effettiva dell’intervento si potrà giudicare dalle sue regole, non soltanto dall’importo annunciato.
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