Nell’ultimo secolo e mezzo l’umanità ha compiuto un’impresa straordinaria: ha regalato decine di anni di vita a milioni di persone. Se nel 1872, come ricorda l’Istat, l’Italia era tra i Paesi europei con la speranza di vita più bassa (appena 29,8 anni alla nascita), nel 2025 sono state raggiunte vette impensabili, sfiorando gli 82 anni per gli uomini (81,7 per l’esattezza) e gli 86 per le donne (85,7), come certificano gli ultimi indicatori demografici. Numeri che collocano l’Italia tra i Paesi più longevi al mondo. Eppure, dietro queste cifre, che raccontano l’indiscusso trionfo della medicina e della scienza, si nasconde una realtà più complessa che pone nuove sfide sociali, economiche ed etiche. Oggi in Italia vivono 14,8 milioni di over 65 (un quarto dei residenti) e oltre 2,5 milioni di ultra-ottantacinquenni: una forza demografica che sta trasformando profondamente il volto della nostra società e mettendo a rischio la tenuta del nostro sistema economico e previdenziale.
Ma il punto è anche un altro, e investe questioni di tipo etico: guadagnare anni di vita non significa automaticamente guadagnare anni di benessere. Così la domanda fondamentale cessa di essere “quanto vivremo?” per diventare “riusciremo a vivere più a lungo e soprattutto in salute?”.
Il divario della salute: la longevità è equamente distribuita?
La risposta è “no”. La longevità è sì diffusa, ma la salute nella terza età non è una conquista democratica. Si può parlare di un vero e proprio “gradiente sociale” della longevità: la possibilità di trascorrere la terza o anche la quarta età in salute è legata a doppio filo al livello di istruzione, al reddito e all’accesso a cure e a screening di prevenzione.
I dati del Rapporto BES Istat 2025 raccontano l’altra faccia della medaglia con concretezza. A fronte di una speranza di vita alla nascita che nel 2024 ha toccato il record di 83,4 anni, la speranza di vita in buona salute si ferma a 58 anni. Questo significa che una persona rischia di trascorrere anche un quarto di secolo convivendo con patologie croniche, limitazioni e perdita di autonomia.
E a pagare il prezzo più alto sono, come spesso accade, le donne. Se da un lato mantengono il primato della longevità, dall’altro vivono in buona salute oltre tre anni in meno degli uomini (56,6 anni contro 59,8). Quando a questo divario di genere si aggiungono le fragilità economiche e la residenza in territori dove la sanità pubblica è in affanno, la conseguenza è piuttosto amara: invecchiare bene rischia di trasformarsi da diritto universale a privilegio per pochi.
La tenuta del welfare e la nuova consapevolezza dei giovani
Stando così le cose, se il primo pilastro della longevità è il corpo, inevitabilmente il secondo è il portafoglio. L’allungamento della vita media mette sotto stress i sistemi di welfare, che rischiano di non essere più economicamente sostenibili. Con una popolazione in età lavorativa che si ridurrà di oltre un terzo entro il 2060, l’OCSE, nel suo report Pensions at a Glance 2025, evidenzia come in Italia l’età pensionabile sia destinata a salire a 70 anni per chi inizia a lavorare oggi, aprendo scenari inediti. Il futuro potrebbe essere caratterizzato da milioni di persone che percepiscono un assegno pensionistico sempre più leggero, non sufficiente ad affrontare le spese per la propria salute. Una prospettiva che ancora una volta penalizza soprattutto le donne, per le quali il divario pensionistico di genere (GPG), pur sceso dal 34% del 2007 al 29% del 2024, rimane sensibilmente più ampio della media OCSE, pari al 23%.
Di fronte a questo scenario, la risposta non può che essere la pianificazione. E forse si iniziano a intravedere i primi segnali di una nuova consapevolezza, soprattutto fra i giovani. I dati dell’ultima Relazione annuale COVIP descrivono un vero salto culturale: nel 2025 i nuovi iscritti alla previdenza complementare sono stati 757mila, il numero più alto degli ultimi dieci anni. E oltre la metà ha meno di 35 anni, a conferma che il tema di un adeguato tenore di vita in pensione comincia a fare breccia. Chi entra oggi nel mondo del lavoro sembra aver capito che la sicurezza per il domani va costruita da subito.
Verso un’etica della longevità: il ruolo della finanza responsabile
Se vogliamo che la longevità sia un’opportunità per tutti, e non diventi un nuovo fattore di disuguaglianza, anche la finanza deve assumersi la propria parte di responsabilità. Durante la seconda edizione del Vatican Longevity Summit (Roma, 25-26 maggio 2026), l’appello contenuto nella Carta etica è stato chiaro: serve una “longevità integrale”, fondata su otto principi fondamentali: dignità, salute integrale, giustizia, solidarietà intergenerazionale, centralità della salute cerebrale, autonomia, trasparenza tecnologica e sostenibilità. Se si vuole evitare la nascita di “una longevità per pochi”, nuova fonte di disuguaglianza fra le persone, la finanza etica potrà giocare un ruolo decisivo, agendo su due fronti:
- campo scientifico-sanitario: sostenere la ricerca medica e biotech sulla longevità, un settore che nel solo primo trimestre del 2026 ha attirato 3,7 miliardi di dollari di investimenti (+56% su base annua, secondo dati PitchBook elaborati da Longevity.Technology);
- campo sociale e infrastrutturale: investire in aziende che promuovono il welfare aziendale, l’invecchiamento attivo, la domotica per l’autosufficienza e l’abbattimento delle barriere architettoniche. Secondo il report The Longevity Dividend del World Economic Forum, sviluppato con Marsh, tre interventi “low-tech” (case a prova di caduta, attività fisica, apparecchi acustici) potrebbero far risparmiare ai sistemi sanitari oltre 5.800 miliardi di dollari entro il 2040.
Accesso alle cure: la voce degli investitori responsabili
Scegliere dove investire, però, è solo una parte del lavoro. C’è un altro fronte, meno visibile ma altrettanto decisivo: il modo in cui un investitore esercita il proprio ruolo di azionista. Ed è qui che la longevità incrocia il tema dell’accesso ai farmaci: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, quasi due miliardi di persone non hanno accesso regolare ai medicinali essenziali.
Per le aziende farmaceutiche, l’accesso ai farmaci non è soltanto un’opportunità, ma anche un rischio da gestire: il rischio reputazionale è elevato e una gestione inefficiente può tradursi in interventi normativi o pressioni sui prezzi. Per un investitore responsabile il punto di partenza è capire quale strategia di accesso abbia adottato una società, come si integri nella sua strategia complessiva e che cosa venga fatto concretamente. Lo strumento principale è il dialogo. Ed è per questo che Etica Sgr chiede alle aziende del settore farmaceutico, in cui investono i fondi, quali obiettivi si siano date e quali misure abbiano messo in atto per raggiungere un maggior numero di pazienti.
Misurare l’impatto di questo dialogo (l’engagement, nel lessico della finanza responsabile) resta la sfida più complessa. Il numero di lettere inviate o il tasso di risposta sono metriche utili, ma conta anche la qualità del dialogo: per questo Etica Sgr valuta gli impegni presi dalle società, i cambiamenti operativi che ne derivano e, infine, gli effetti sulle persone. Etica Sgr rendiconta gli impatti degli investimenti sui temi della salute e il dialogo ogni anno nel Report d’impatto e nel Report di stewardship.
Allungare la vita è stata la grande impresa del Novecento. Renderla un’esperienza degna, equa e sostenibile è invece la sfida dei nostri tempi, ancora tutta da vincere: una partita che si gioca non solo a livello politico, ma anche nelle scelte finanziarie che compiamo ogni giorno e nella capacità degli investitori di chiedere alle imprese che l’innovazione arrivi davvero a tutti.
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