Ultima delle pochissime repliche italiane, a Sempre più Fuori la danzatrice e performer argentina Marina Otero presenta Ayoub, conferenza spettacolo su amore, colonialismo, migrazione, privilegio ma soprattutto sul ruolo e l’impotenza dell’arte davanti all’orrore. Recensione.
Sempre più sottile si fa il confine tra l’arte e la vita in territori di creazione che fanno del reale il fulcro d’indagine e della presenza la potenza del proprio linguaggio. E questa evanescenza del limite – tra ciò che esiste e ciò che viene narrato – può condurci in territori inesplorati, agire sulla coscienza con forza inedita e crudele. Oppure lasciarci comodi: assuefatti ad assistere, osserviamo l’ennesima vita che accade – per quanto tragica, per quanto inusuale.
Un corpo riverso a terra, il volto nascosto, accanto a un pc che rimanda l’immagine fissa – proiettata e ingigantita sullo sfondo – di un altro corpo nella stessa posizione, senza vita. Il richiamo immediato all’attualità di Gaza è confermato dalle parole che scorrono: gli organizzatori di un importante festival di arti performative in Germania chiedono che l’artista elimini dal suo spettacolo le parole Palestina libera e genocidio. L’immagine che accoglie gli spettatori di Ayoub nella sala oscura dello Spazio Rossellini di Roma sintetizza il nodo cruciale del lavoro e il suo fondamento: il tentativo di reagire a un senso di impotenza che immobilizza e dare risposta a una domanda sempre più sfidante. A che serve l’arte, cosa può e deve fare l’artista davanti all’orrore del mondo?

Marina Otero, danzatrice e performer argentina da pochi anni residente a Madrid, vive scomoda. Sa che questa scomodità non la abbandonerà mai, è la sua posizione nella vita. Non le resta che farne un manifesto artistico, un giuramento solenne davanti a se stessa: vivere non potrà essere che continua ricerca, il corpo come strumento e oggetto di un’indagine perpetua. Come spiega lei stessa al pubblico del festival Sempre Più Fuori, questa performance doveva essere in origine una conferenza atta a raccontare la sua pratica artistica: mettere il proprio corpo in pericolo per raccontare storie.

Nel solco di questa modalità di ricerca mette in cantiere un progetto dal titolo Recordar para vivir che la porta a Tangeri in compagnia dell’amica videomaker Florencia de Mugica. Come punto di partenza, la sua condizione di dipendenza affettiva: Otero racconta di aver sempre cercato negli uomini rifugio e salvezza, meditando il suicidio alla fine di ogni relazione, evocando tutti quei Pedro (gli stessi di Fuck Me, che qui raccontava Simone Nebbia), partner diversi ma tutti uguali nella sua esperienza sentimentale. Decide così di andare in Marocco con uno scopo preciso: sposarsi, ovvero offrire il proprio passaporto europeo chiedendo in cambio la promessa di amore eterno, pur simulato. Come svolta di vita o spunto di ricerca artistica – continuamente i piani si sovrappongono e coincidono – salvare se stessa salvando qualcun altro. L’idea è di indagare sulla propria pelle il parallelismo tra l’amore e la migrazione, ovvero l’approdo nella terra dell’altro che appare salvifica (lei stessa è una migrante, ha lasciato l’Argentina per l’Europa, benché ritenga la sua esperienza troppo privilegiata rispetto alle tante altre tragiche storie di migrazione per farne oggetto diretto di rappresentazione).

Muscoli in tensione e sguardo penetrante, gli occhi nerissimi e magnetici, Otero si rivolge direttamente al pubblico con fare colloquiale, ma con la fermezza fiera di chi con coraggio si sta mettendo a nudo, attraversando a passi ampi e decisi il palco per arrivare a coinvolgere tutta la platea. Sul grande schermo alle sue spalle le immagini girate a Tangeri corredano il racconto: la vediamo affiggere sui muri della città i volantini con la sua proposta di scambio, parlare con chi curioso si avvicina, in cerca di un futuro per il proprio figlio, magari minorenne. La telecamera della sua amica Flo cattura anche, casualmente, l’incontro con un venditore di dolci. Si avvicina con un vassoio in mano, sorride. È Ayoub. E la vita che Marina pensava di sfidare e guidare prende il comando: l’amore cambia le regole del gioco, stravolge i piani. Inizia tra i due (lui venticinquenne, lei quarantenne) un’intensa relazione intima di cui vediamo foto, chat whatsapp tradotte con Google, videochiamate, quotidianità divisa tra due continenti e riconquistata, col furore dell’innamoramento, la passione che rende possibile l’impossibile.
Ma attorno a loro il mondo brucia, l’orrore si consuma. L’Occidente si ostina a guardare impassibile la morte, il sopruso, l’abuso. In lei amore e rabbia gareggiano. E la notizia della morte di un poeta palestinese, amico di penna di Marina, arriva come un fulmine a illuminarle la coscienza. D’un tratto vede la realtà. Come Sherazade, racconta storie per salvarsi la vita. Ma d’improvviso la carnefice è lei. Anche l’amore, l’idea romantica e occidentale dell’amore, non è che un gioco di potere: conquista, occupazione e sfruttamento dell’altro. E ricorda proprio da Le Mille e Una Notte la fiaba di Abdallah di Terra e Abdallah di Mare, un incontro d’amore tra un uomo e un pesce; si conoscono da lontano, finché il tritone non porta l’uomo con sé nel regno del mare. L’uomo esplora le bellezze del fondo marino e gode delle sue ricchezze, ma presto viene deriso per la sua diversità. Non sarà lui a scappare, ma il tritone a riportarlo sulla terra, imponendogli di non vedersi più, perché mai potrà dimenticare come i suoi lo hanno trattato. Allo stesso modo, è Marina a interrompere la relazione con Ayoub. «L’amore insegna a non amare».

Giocare con i limiti tra la vita e l’arte fino a farli scomparire, forzare la realtà perché si presti alla finzione: il manifesto artistico di Otero si traduce in una costruzione sofisticata quanto avviluppata su se stessa. Il formato conferenza installa la cornice di un racconto di cui Otero è al contempo «aeda e rapsoda»: continuamente entra ed esce da se stessa. Sul palco porta, indistinguibili, gli eventi della sua vita, le emozioni che l’hanno attraversata, le cause, le conseguenze e la relativa rielaborazione artistica. Non sappiamo mai davvero dove finisca la cronaca e dove inizi la costruzione drammaturgica; Marina forse non è mai del tutto se stessa ma non è neanche mai del tutto un personaggio di una storia. Le maglie dell’interpretazione si allargano e si stringono continuamente. E quella quarta parete così prepotentemente rotta ci toglie anche la possibilità di rifugiarci nella passività immobile cui la cronaca quotidiana ci abitua.

Il vero (?) scopo di quel viaggio in Marocco era per l’artista fuggire dal privilegio occidentale, dalla propria appartenenza al blocco dei colonizzatori, degli oppressori. L’amara epifania è scoprirsi a sua volta colonizzatrice. A dar voce a questa presa di coscienza, nel momento più esplicitamente teatrale dello spettacolo, arriva l’Ayoub di quindici anni più tardi, interpretato da Ibrahim Ibnou Goush. Indossa una maglietta con su scritto “Musulmano femminista”. È una proiezione del futuro, la stessa che ha spinto Otero a lasciare il vero Ayoub, l’effetto collaterale che ha voluto evitare. Prende la parola l’Ayoub che l’ha seguita in Europa, ha imparato una lingua sconosciuta, si è dovuto adattare a un mondo cui non appartiene. Le rinfaccia che per lei ha perso la sua identità: relegato nel ruolo del compagno dell’artista bianca, ha vissuto nella sua ombra. La lingua spagnola a tratti è scalzata dal dialetto marocchino darjia, che riemerge a dare voce alla sua ribellione. Non sa più chi è: persino le parole che pronuncia, un’invettiva rivolta a Otero seduta in un angolo, non sono davvero sue: le ha scritte lei. Smascherata dalla sua stessa creazione, non può uscire da questo loop. E noi che assistiamo al processo a se stessa di Otero, che punta il dito contro il proprio privilegio, vediamo al contempo quanto sia impossibile sfuggire da quel punto di vista privilegiato. Sappiamo che Ayoub non è un personaggio immaginario, ma non conosciamo mai davvero il suo pensiero. Tutto è inevitabilmente filtrato dall’artista, vittima di se stessa, del suo corredo genetico e culturale e degli stessi limiti della rappresentazione: siamo in un teatro occidentale, ascoltiamo le parole di un’artista bianca molto quotata, in un contesto culturalmente elitario; non esitiamo ad applaudire con foga non appena lo spettacolo si rivela concluso; molto probabilmente ci riteniamo già coscienti di quel privilegio o ancor peggio abbiamo delegato alla fruizione artistica quell’assunzione di responsabilità. Restiamo immobili, paghi di un’esperienza vissuta per interposta persona. Oppure come Otero all’inizio della performance, schiacciati dal peso di quella domanda: cosa può fare l’arte davanti all’orrore?
Si approda dunque in un territorio in cui la parola, così corrotta, non è più significante. Si ripiega su se stessa nell’impossibilità di colmare l’ingiustizia di nascita, di uscire dal gorgo delle dinamiche di potere che neanche l’amore può sdoganare, ma anzi qui mette in luce. Marina (l’artista e il personaggio) ritrova Ayoub abbracciando Ibrahim. L’energia compressa, implosiva, annichilente dell’impotenza si sprigiona nella danza libera, fuori formato, spontanea di una lunga e potente sequenza finale, mentre una luce dorata inonda il palcoscenico.
Sabrina Fasanella
Visto a Sempre più Fuori 2026 – Spazio Rossellini Roma
TESTO E REGIA MARINA OTERO
IN SCENA IBRAHIM IBNOU GOUSH E MARINA OTERO
RIPRESE VIDEO FLORENCIA DE MUGICA
COORDINAMENTO TECNICO E TECNICO IN TOURNÉE VÍCTOR LONGÁS VICENTE – CELSO HERNANDO
DISEGNO LUCI FACUNDO DAVID
DISEGNO SONORO ANTONIO NAVARRO
OPERATORE SUONO E VIDEO IN TOURNÉE IVÁN FERRER OROZCO
MONTAGGIO VIDEO DANIELA GARCÍA
SUPERVISIONE DEL TESTO MARÍA VELASCO
COLLABORAZIONE JAVIER MONTERO
TRADUZIONE IN DARIJA FARAH HAMDAOUI KADAOUI
ARRANGIAMENTI MUSICALI JUAN PABLO DE MENDONÇA
FOTOGRAFIA ANDRÉS MANRIQUE, ANDRÉS CARNALLA, ANALU ZAPATA
SARTORIA GUADALUPE BLANCO GALÉ
PRODUZIONE GENERALE ED ESECUTIVA MARIANO DE MENDONÇA
DISTRIBUZIONE INTERNAZIONALE TECUATRO – PTC TEATRO – OTTO PRODUCTIONS
Si ringraziano Nuria Güell, Andrés Manrique, Somaya Taoufiki, Martín Flores Cárdenas, Adrián Carrasco
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Sabrina Fasanella
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