…e Micnele Paterino, che ormai non ha più bisogno di presentazione per come tratta imposte, previdenza, conti pubblici e via elencando , lancia la provocazione che sull’Irpef (per esempio) si passi dalla pratica facile e scontata della ritenuta alla fonte che riguarda una parte di popolazione , per passare alla dichiarazione dei redditi e a strumenti di verifica moderni, che consentono controlli certi. Il problema era e resta quello dell’evasione fiscale, consentita, tollerata e favorita dalla scarsità di controlli, da colpi di spugna normativi e da una legislazione che ha abolito gran parte dei reati fiscali e l’abuso in atti di ufficio., nonostante i richiami dell’Unione europee. Ogni anno la Guardia di Finanza segnala la presenza di una specie di cittadini evasori, non in estinzione, fatta di evasori totali e parziali…Il nodo è qui. E la politica degli annunci del Governo mostra il lato sommerso, in nero di quanto si dovrebbe ma non si continua a fare. Se il ministro dell’economia e del bilancio Giancarlo Giorgetti ha messo da tempo le mani avanti sui limiti della manovra finanziaria ,dopo l’autocelebrazione sulla longevità di governo del presidente del consiglio Giorgia Meloni sul piazzale del Porto di Bari, e allora serve un cambio di rotta su priorità della spesa ( basta, per esempio, con gli armamenti per finanziare le guerre di un paese guerrafondaio come gli Stati Uniti) e priorità alla guerra sulla evasione fiscale. E che se ne parli in campagna elettorale, anche tra i partiti di opposizione. Evasione fiscale e anche tassazione degli extraprofitti di banche e società energetiche. Cambiare rotta significa fare tutto questo. Ma al Governo non ci sentono. Anzi, per tornare al porto di Bari, il governo Meloni resta volutamente sul piazzale.
L’evasione fiscale deve diventare una priorità programmatica.
In questi giorni organi di stampa hanno riportato alcuni dati relativi al nostro sistema fiscale. In particolare viene evidenziato da parte del Ministero dell’Economia una riduzione dell’evasione rispetto agli anni precedenti, ma è evidente che il problema è tutt’altro che risolto. Infatti, le stime dello stesso Ministero collocano il divario tra quanto dovrebbe essere versato e quanto effettivamente arriva al fisco (tax gap – entrate tributarie e contributive ) intorno ai 85/90 miliardi di euro l’anno. La fetta più grande dell’evasione riguarda l’Irpef (40 miliardi) e si concentra su specifiche categorie di contribuenti essenzialmente su lavoro autonomo e imprese individuali.
Una premessa necessaria. E’ evidente che non tutti coloro che non versano Irpef sono evasori, naturalmente. Sarebbe sbagliato confondere povertà, redditi bassi, incapienza fiscale e altre situazioni perfettamente legittime. Il problema riguarda invece i redditi che dovrebbero essere dichiarati e tassati e che, illegalmente, vengono sottratti al fisco. È su questo fenomeno che occorre concentrare l’azione dello Stato.
C’è una domanda che dovrebbe entrare nel dibattito politico in vista delle prossime elezioni politiche: quanto siamo disposti a tollerare ancora l’evasione fiscale? perché la lotta all’evasione fiscale non è normalmente presentata come una delle principali priorità dei programmi elettorali?
Come noto, c’è un’ingiustizia di fondo nel nostro sistema fiscale che non possiamo più ignorare. C’è chi, ogni mese, vede una parte significativa del proprio reddito trattenuta alla fonte. Non può scegliere se pagare, non può rinviare, non può aspettare un condono. E paga puntualmente. E c’è chi, invece, riesce a sottrarre al fisco una parte dei propri redditi e può confidare nella possibilità che, prima o poi, lo Stato intervenga con una definizione agevolata, una rottamazione, un ravvedimento o una qualche forma di regolarizzazione del passato.
Qui si apre una questione di credibilità che la politica non può eludere. Non è detto che ogni definizione agevolata sia sbagliata. Lo Stato può avere motivi per chiudere rapidamente un enorme arretrato, ridurre il contenzioso o recuperare crediti che altrimenti rischierebbero di non essere incassati. Ma bisogna interrogarsi sugli effetti di lungo periodo. Se il contribuente ritiene che prima o poi arriverà una sanatoria, perché dovrebbe essere incentivato a pagare integralmente oggi? Questo è il problema della deterrenza. E riguarda direttamente l’equità nei confronti di chi non ha mai avuto bisogno di una sanatoria perché ha sempre pagato.
A proposito faccio una proposta assurda, naturalmente è una provocazione.
Smettiamo di trattenere l’Irpef ai lavoratori dipendenti e pensionati. Niente più ritenuta alla fonte. Niente più busta paga già decurtata prima ancora che il lavoratore possa vedere il proprio stipendio. Niente più pensione già “al netto” prima di arrivare sul conto. Per un anno lavoratori dipendenti e pensionati ricevono il lordo. Poi facciamo quello che, in teoria, dovrebbe fare ogni contribuente: a fine anno si presenta la dichiarazione dei redditi, si documentano le spese fiscalmente riconosciute, si calcola quanto si deve allo Stato e si paga. Naturalmente, con le stesse regole, gli stessi controlli e le stesse responsabilità previste per tutti gli altri contribuenti. Per lo Stato significherebbe rinunciare temporaneamente a una delle forme più sicure di riscossione del tributo. Per milioni di lavoratori e pensionati significherebbe invece scoprire, mese dopo mese, quanto denaro passa dalle proprie mani prima di doverlo restituire al fisco a fine anno. Oggi esiste una situazione singolare. Il lavoratore dipendente e il pensionato non possono decidere di non pagare l’Irpef. Lo Stato la preleva prima. Non devono ricordarsi la scadenza. Non devono mettere da parte i soldi. Non devono aspettare un accertamento. Pagano. E se alla fine dell’anno scoprono di avere diritto a una detrazione, devono attivarsi per ottenerla attraverso la dichiarazione dei redditi. La provocazione mette a nudo una questione reale. Non sto proponendo seriamente di abolire la ritenuta alla fonte. Sto proponendo di abolire, almeno nella nostra mentalità, l’idea che alcuni contribuenti siano inevitabilmente più facili da controllare di altri. Perché il problema non è che dipendenti e pensionati paghino alla fonte. Il problema è che lo Stato deve essere molto più determinato ed efficace nel trovare chi riesce a nascondere il proprio reddito.
Oggi lo Stato dispone di strumenti che non aveva in passato: fatturazione elettronica, corrispettivi telematici, dichiarazioni precompilate, informazioni finanziarie e immobiliari, banche dati e cooperazione internazionale hanno enormemente aumentato la quantità di informazioni a disposizione dell’amministrazione fiscale. La sfida è utilizzarle meglio. Più analisi dei dati, più controlli mirati, meno controlli indiscriminati. L’obiettivo dovrebbe essere semplice: rendere molto più probabile l’individuazione di chi presenta anomalie significative e, contemporaneamente, rendere più semplice la vita di chi è in regola.
Alle prossime elezioni i partiti dicano ai cittadini quanto intendono recuperare di evasione fiscale, come e soprattutto dove finiranno le risorse. A mio avviso una parte delle risorse strutturalmente recuperate dall’evasione dovrebbe tornare ai cittadini. Per esempio, attraverso: riduzione delle imposte sul lavoro; rafforzamento della sanità; maggiori risorse per istruzione e sicurezza ; sostegno alle persone più fragili; riduzione del debito pubblico. Chi paga regolarmente deve poter vedere che il recupero dell’evasione produce un beneficio concreto. Altrimenti rischiamo un paradosso: chiedere sempre di più a chi già paga, mentre il recupero di chi non paga rimane un obiettivo dichiarato ma non prioritario.
In conclusione si tratta di decidere quale sistema fiscale vogliamo costruire?
Un sistema nel quale chi paga puntualmente sappia che le regole valgono per tutti? Oppure un sistema nel quale chi non paga possa continuare a sperare che, prima o poi, arrivi una soluzione conveniente per il passato? È ristabilire un principio elementare: pagare le tasse non deve essere lo svantaggio di chi rispetta le regole. Se vogliamo un fisco credibile, dobbiamo garantire una cosa prima di tutte le altre che il cittadino onesto non sia quello che, alla fine, si sente il più penalizzato. Perché la lotta all’evasione non può essere credibile se chi paga automaticamente ogni mese ha la sensazione di essere l’unico contribuente del quale lo Stato è assolutamente certo.
Settembre 2026
Michele Paterino
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