Un pubblico meraviglioso di Andrea Lai


L’

umore del pubblico di un evento a volte riesce a riflettere quello di chi lo ha organizzato o creato. Quando a monte ci sono passione, cura, ricerca e affiatamento ‒ al netto di qualche divergenza ‒, chi gode del frutto prodotto dal mix di questi elementi, a sua volta può generare un’atmosfera per lo più positiva. Non è una combinazione scontata, ma può avvenire.

Leggendo Un pubblico meraviglioso. Dj, centri sociali e club culture (1996 – 2006) (2026) saggio-memoir incentrato sul racconto di una serata di musica elettronica entrata nella storia di Roma (e non solo), la sensazione è che spesso ci sia stata questa consonanza. Perché a emergere, prima di tutto, è il legame tra le due persone che hanno dato vita alla serata: Andrea Lai (1969) e Riccardo Petitti (1963-2014). Il primo è l’autore del libro, nel 2004 eletto da BBC Radio 1 tra i dj più influenti della scena breakbeat internazionale. Il secondo, dal racconto, appare per un breve periodo come suo mentore (del resto per un under 30 sei anni di più pesano), ma poi, per molto più tempo, diventa senza dubbio il suo socio-amico, prima dell’improvvisa scomparsa. Lai e Petitti hanno animato i venerdì sera di Roma a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila e il loro rapporto, prima di tutto vissuto su uno scambio di vedute, pensieri e bagagli culturali (non solo musicali), si è presto trasformato in complementarità, forgiando Agatha ‒ questo il nome della serata.

Lai racconta bene il contesto sociale, utile a decifrare il successo di questa esperienza. Perché Agatha ha preso piede mentre imperversava il filone mediatico delle “stragi del sabato sera”, quelle in cui gli incidenti in macchina che causavano le morti di alcuni giovani erano automaticamente associati al legame tra le “nuove” droghe sintetiche, l’alcool e la musica elettronica (ai tempi specialmente la techno). Oggi gli incidenti stradali costituiscono la prima causa di mortalità giovanile, ma da molti anni non si sente più fare questo collegamento, o quanto meno è sporadico, probabilmente perché si è sviluppata una maggiore confidenza con la musica elettronica da dancefloor, all’epoca svilita da molti.

Ciò detto, Agatha non ha trovato residenza in un club il cui unico scopo era il profitto, ma al Brancaleone, uno dei tanti centri sociali attivi all’epoca, i posti “più cool delle notti italiane”, i “più ambiti dove passare le notti del weekend”, scriveva Maria Rosaria Spadaccino su L’espresso a novembre del 1999. Ecco, la natura del luogo è fondamentale, perché prima di tutto ha permesso al prezzo di ingresso alla serata di restare basso, poi alla selezione musicale di andare ben oltre hit e ritmi immediati (martellanti o a cassa dritta, che dir si voglia), anzi di scavare nelle scatole nascoste sotto i banconi dei negozi di dischi londinesi, piene di rarità in edizione limitata di cui il duo andava a caccia. Insomma, anche impegnandosi, era difficile includere nel filone mediatico delle “stragi del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una concreta alternativa alle discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno, a giudicare dalla risposta del pubblico.

Anche impegnandosi, era difficile includere nel filone mediatico delle “stragi del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una concreta alternativa alle discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno, a giudicare dalla risposta del pubblico.

Tra i generi musicali proposti da questi due dj (nati usando il vinile in un’epoca in cui stare dietro a una consolle non faceva ancora diventare star) c’erano soprattutto drum and bass, jungle, trip-hop e big beat, tutti ritmi urbani vivi ma ‒ a parte l’ultimo citato ‒ anche spigolosi o con quel DNA plumbeo-inglese, tratti che non li rendevano sempre e comunque degli eccitanti istantanei: per lo più si trattava di sonorità con cui bisognava fare lo sforzo di entrare in sintonia. Petitti e Lai facevano una continua ricerca (fisica) di musica nuova, propedeutica alla loro selezione di qualità al passo con i tempi, e il pubblico aveva imparato in fretta a goderne, andando oltre gli umori che trasmetteva, perché, appunto, si era creato un feeling diffuso tra le parti in causa, tanto che ogni settimana i partecipanti alla serata erano tra i mille e i millecinquecento, a volte anche duemila. Leggendo il libro di Lai, le stesse persone che non hanno mai assistito a una serata di Agatha possono immaginare l’aria che si respirava, capire quanto fosse genuina e più pacifica rispetto all’esterno, non solo alle discoteche classiche.

Il racconto, in ogni caso, non vuole presentare questo appuntamento fisso per gli appassionati di musica come un’oasi di quiete e amore. Anzi, il titolo del libro nasce da un episodio spiacevole avvenuto durante una trasferta a Firenze, quando sul palco è piombata una bottiglia di vetro lanciata dal pubblico per protestare contro l’accensione delle luci e, dunque, l’imminente fine della musica. La location era la stazione Leopolda, non un centro sociale, quindi non poteva esserci lo stesso senso di “familiarità” e protezione che c’era al Brancaleone o nei posti “fratelli”. Ma Petitti sembrava aver introiettato il feeling generato da Agatha perché di fronte a questo pericoloso gesto di protesta non si è spaventato, anzi ha sentenziato ‒ senza dubbio anche con ironia ‒ che si trattava di “un pubblico meraviglioso”.

D’altronde il pubblico di Agatha, come specifica Lai scrivendo al presente, “è parte fondamentale di quello che facciamo. Può essere generoso e crudele, curioso e pigro, aggressivo e amorevole. Quel pubblico è la società, ma accelerata. È meraviglioso perché stupisce ma è anche prevedibile”. Da quella serata fiorentina in avanti, lo stesso Petitti ha deciso di chiudere ogni dj set ripetendo al microfono questa frase che dà il titolo al libro. Nelle sue parole c’era la consapevolezza che la violenza e la frustrazione potevano far parte del pacchetto ma, in lui, restava sempre una certa ammirazione verso chi andava ad ascoltare e ballare quella musica, e magari si lasciava andare a gesti istintivi, liberatori.

Alle spalle di questa serata che ha spinto in avanti la club culture italiana, ci sono state anche delle operazioni di marketing che hanno portato i “circoli più puristi” ‒ come scriveva il giornalista Luca Villoresi a ottobre del 2000 ‒ a definire il Brancaleone un “locale alla moda, con tanto di sponsor multinazionali”. D’altra parte, passati pochi mesi dalla pubblicazione di queste parole in un articolo della Repubblica, a Genova ci sarebbe stato il G8 e il movimento “no-global” aveva iniziato da tempo la sua guerra contro l’amoralità distruttiva e il violento cinismo delle multinazionali devote al capitalismo. Lai, all’epoca fresco reduce da un periodo di lavoro come marketing & promotion manager per due major discografiche, EMI e Sony, aveva una visione politica vicina ai centri sociali ma meno dogmatica, più pratica, e, senza vendere la loro creatura al miglior offerente, cercava di farla sostenere ‒ sempre in accordo con Petitti ‒ da realtà il più possibile consapevoli e vicini allo spirito di Agatha (dai marchi streetwear agli energy drink).

Leggendo il libro di Lai, le stesse persone che non hanno mai assistito a una serata di Agatha possono immaginare l’aria che si respirava, capire quanto fosse genuina e più pacifica rispetto all’esterno, non solo alle discoteche classiche.

Non a caso la serata aveva una comunicazione curata e creativa, a partire dal logo (presente anche sulla copertina del libro), che ha contribuito al suo successo. Ai tempi era un approccio più vicino a quello di realtà dell’Europa del nord, dove mettere a frutto la propria passione non era giudicato sempre e comunque un peccato. Aggiungere che Lai parla di Agatha come parte attiva del “contro-clubbing” e rivendichi l’adesione ‒ in quell’anno tanto sciagurato quanto cruciale che è stato il 2001 ‒ all’iniziativa Giradischi contro la guerra, dà la misura di come le sfumature abbiano avuto un peso in questa esperienza.

Un’esperienza di cui, naturalmente, viene raccontata anche la parabola discendente: per descriverla Lai tira in ballo La società dello spettacolo (1967) di Guy Debord. Perché “ogni gesto di rottura viene convertito in merce, ogni differenza in intrattenimento. Il denaro banalizza le idee e banalizza le persone. È la tensione dialettica della cultura sotto il capitale: prima viene catturata, poi sterilizzata, infine rivenduta in forma di intrattenimento da supermercato”. Agatha è finita nel 2006, poco dopo essere stata al centro di attenzioni che avrebbero voluto convertirla in merce.

Passati i tragici fatti del G8 di Genova, i centri sociali, rispetto agli anni Novanta, avevano perso un po’ di potere attrattivo, di capacità di coinvolgere con lo stesso entusiasmo di prima (per forza di cose affievolito dagli eventi). Forse anche per questo i responsabili del Brancaleone hanno voltato le spalle a Lai e Petitti: i ritmi urbani underground erano ancora piuttosto vivi ma le persone sempre più demoralizzate da un lungo e complesso conflitto internazionale. A conferma di entrambi i lati di questa medaglia, si assistette in quel periodo all’ascesa della dubstep, uno dei generi elettronici più oscuri e ruvidi mai prodotti.

Il libro di Lai è sia un sentito omaggio al suo socio-amico sia una fiera rivendicazione dell’importanza che ha avuto Agatha (ben ponderata, essendo passati venti anni dal suo epilogo). Inoltre, contiene un crepitio di riflessioni ‒ anche nate da confronti accesi tra i due ‒ che un po’ vanno ben oltre la musica e un po’ dicono che la stessa musica può allontanarsi radicalmente dal concetto di intrattenimento. Considerando che all’epoca raccontata nel libro è seguita quella delle “dj star” e, successivamente, quella delle/gli influencer basata tutta sui numeri che documentano le performance e, di conseguenza, attivano chi investe, si capisce ancora meglio l’utilità di un simile racconto.

La violenza e la frustrazione potevano far parte del pacchetto ma restava sempre una certa ammirazione verso chi andava ad ascoltare e ballare quella musica, e magari si lasciava andare a gesti istintivi, liberatori.

Questo non vuol dire che dopo Agatha e la stagione d’oro dell’oscura dubstep sia tutto finito, ma semplicemente che il sistema innescato dall’avvento dei social media e delle piattaforme di streaming ha, magari indirettamente, ostacolato molte realtà musicali stimolanti. Ciò che non performa viene ignorato, dunque viene da chiedersi: oggi i fratelli e le sorelle di Agatha sono messe nelle condizioni di avere gli stessi riscontri dell’epoca? Sicuramente le dinamiche per avere delle opportunità sono cambiate e le nuove generazioni sanno bene come affrontarle e sfruttarle.

Nell’ambito del clubbing bisognerebbe capire, però, se riescono a farlo come Lai e Petitti, senza adeguare la musica ai diktat delle tendenze, oggi decretate non più dai grandi network radiofonici ma dalle playlist editoriali. Di certo c’è chi continua a non allinearsi, ma i cambiamenti radicali di questi ultimi venti anni (soprattutto l’avvento dei social media e delle piattaforme streaming) non possono che avere un peso enorme su chi discende dall’albero genealogico in cui Agatha ha lasciato un segno.




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 Luca Gricinella

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