Hanno seppellito 2mila mutande per capire come stanno i suoli: dopo due mesi ne restava, in media, circa la metà

©UZH – Nicolas Zonvi
Duemila mutande bianche, 12mila bustine di tè e una pala. Nel 2021 mille persone sparse per la Svizzera hanno ricevuto questo insolito kit scientifico, hanno sotterrato tutto e aspettato che il terreno facesse il proprio lavoro. Dopo due mesi, delle mutande di cotone era scomparso in media circa il 50%. Alcune erano ridotte a brandelli, altre decisamente più presentabili. Cinque anni dopo, quei poveri slip hanno prodotto qualcosa di più utile di una foto curiosa: uno dei più ampi set di dati sul funzionamento biologico dei suoli svizzeri.
I risultati del progetto di citizen science Beweisstück Unterhose, coordinato dall’Università di Zurigo e da Agroscope, il centro federale svizzero per la ricerca agricola, sono stati pubblicati sulla rivista Plants, People, Planet e mostrano soprattutto una cosa: il modo in cui utilizziamo un terreno conta moltissimo per ciò che succede sotto i nostri piedi.
Il terreno si è mangiato le mutande, ma a velocità molto diverse
L’esperimento era meno improvvisato di quanto suggerisca il guardaroba. Ogni partecipante ricevette due paia dello stesso modello di slip da uomo in cotone biologico al 100%, fatta eccezione per elastico e cuciture sintetiche, insieme a 12 bustine di tè usate come materiale vegetale standardizzato. Tutto veniva interrato seguendo istruzioni comuni; i partecipanti registravano attraverso un’app il luogo, il tipo di terreno e le modalità di gestione, quindi inviavano ai ricercatori fotografie, mutande recuperate e campioni di suolo.
Circa 1.400 persone si erano candidate nel giro di pochi giorni. I ricercatori ne selezionarono mille cercando di distribuire i siti sul territorio e facendo in modo che almeno la metà dei partecipanti fosse composta da agricoltori. Dopo i controlli e la pulizia dei dati, nell’analisi scientifica sono rimasti 780 siti. Non proprio quattro slip sepolti dietro casa per vedere l’effetto che fa.
Dopo un mese la decomposizione media delle mutande era del 10,1%. Dopo due mesi era salita al 50,45%. Il principio è semplice: il cotone è cellulosa e batteri, funghi e altri organismi del terreno contribuiscono a degradarlo. Più materiale sparisce, maggiore è l’attività di decomposizione registrata in quelle condizioni.
I giardini privati hanno divorato più cotone
Le differenze maggiori sono comparse tra i diversi usi del suolo. Le mutande si sono degradate di più nei giardini privati, che presentavano anche quantità elevate di carbonio organico e nutrienti. All’estremo opposto c’erano i prati rasati, dove l’attività rilevata attraverso il cotone è risultata più bassa. Terreni coltivati e prati permanenti occupavano posizioni intermedie.
Tra le variabili analizzate, l’uso del terreno è risultato il fattore più importante, seguito dalle caratteristiche chimiche. In particolare sono entrati tra i principali predittori la disponibilità di fosforo e sodio, il tipo di fertilizzante utilizzato e la quantità di limo. La decomposizione aumentava inoltre con il carbonio organico, i nutrienti e il pH, mentre tendeva a diminuire salendo di quota, dove le temperature sono generalmente più basse.
Qui però una mutanda molto malridotta non equivale automaticamente a una medaglia d’oro per il terreno. Gli stessi ricercatori sottolineano che una decomposizione elevatissima può essere associata a un eccesso di nutrienti. Nei giardini privati, per esempio, i livelli di fosforo disponibile erano spesso molto al di sopra delle soglie agronomiche. Uno slip quasi scomparso può quindi suggerire grande attività biologica e fertilità, oppure avvertire che con il concime si è avuta la mano un po’ generosa.
Una mutanda non fa una diagnosi del suolo
C’è anche un limite importante. Il modello statistico utilizzato nello studio riusciva a spiegare circa il 16,5% della variabilità osservata nella decomposizione dopo due mesi. Nel sottosuolo entrano in gioco temperatura, umidità, struttura, microrganismi, gestione e molti altri fattori che un paio di slip non può mettere ordinatamente in fila.
Per questo gli autori propongono l’“Underpants Index” soprattutto come indicatore semplice dell’attività di decomposizione e della fertilità del terreno, utile per ottenere una prima impressione e confrontare situazioni diverse. Definirlo da solo come una misura completa della “salute del suolo” sarebbe molto più ambizioso di quanto mostrino i dati.
L’esperimento ha però un altro vantaggio piuttosto evidente: rende visibile qualcosa che normalmente non vediamo. Il suolo ospita una parte enorme della biodiversità terrestre, accumula carbonio, trattiene acqua e nutrienti e sostiene la produzione di cibo. Eppure, a occhio nudo, può sembrare semplicemente terra marrone. Una mutanda nuova che due mesi dopo torna fuori ridotta all’elastico rende il concetto decisamente meno astratto.
Il progetto ha permesso inoltre di raccogliere dati in circa mille località, un lavoro che un piccolo gruppo di ricercatori avrebbe avuto molta più difficoltà a realizzare da solo. Circa 240 cittadini partecipanti figurano tra i coautori della pubblicazione, mentre tutti hanno ricevuto informazioni sui campioni analizzati e indicazioni per la gestione del proprio terreno. La citizen science, questa volta, è arrivata fino al cassetto della biancheria.
E se qualcuno volesse replicare l’esperimento in giardino, il significato resta questo: dopo alcune settimane un cotone molto degradato segnala che laggiù c’è parecchia attività. Per capire davvero come sta quel terreno servono poi analisi e contesto. Le mutande possono cominciare la conversazione. Sarebbe chiedere troppo pretendere che facciano anche il lavoro del laboratorio.
Ti potrebbe interessare anche:
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Ilaria Rosella Pagliaro
Source link


