Quando si parla di guerre imperiali su questo pianeta, gli Stati Uniti offrono una storia sbalorditiva di sconfitte fino ai nostri giorni
Di recente sono andato in auto a una stazione di servizio nel Massachusetts per fare il pieno di benzina normale, la più economica della zona, e, con mia grande sorpresa, vista la situazione attuale, costava solo 4,59 dollari al gallone.
Ok, ok, ritiro quel “solo” e lo ammetto. Non è il caso di scherzare sull’incubo dei prezzi della benzina di questi tempi. Ma in verità, quella potrebbe davvero rivelarsi ancora una buona notizia, dato che Donald Trump rimane in guerra (o forse nel caos) con l’Iran, un paese a sole 6.300 miglia circa da Washington, D.C., e così cruciale per il potere americano su questo nostro pianeta decisamente in surriscaldamento (giusto?). E proprio mentre scrivevo questo articolo, l’Iran aveva effettivamente chiuso di nuovo lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale normalmente transita circa il 25% del petrolio mondiale e il 20% del gas naturale mondiale, e Donald Trump minacciava di prendere il controllo dello Stretto di persona.
Dopotutto, nel 1950 Harry S. Truman ci trascinò in un grave conflitto in Corea, a quasi 7.000 miglia da Washington, D.C., e quando finì tre anni dopo, gli Stati Uniti lasciarono ai nordcoreani circa metà della penisola coreana.
Nel 1961, il presidente John F. Kennedy aumentò il sostegno americano a quella che era stata la colonia francese dell’Indocina (fino a quando le sue forze armate persero la battaglia di Dien Bien Phu contro le forze ribelli di Ho Chi Minh nel 1954). Avrebbe poi supervisionato quella che sarebbe diventata una guerra americana su vasta scala in Vietnam, a sole 8.500 miglia circa da questo paese, nonché una guerra in Laos (anch’esso a circa 8.500 miglia di distanza) e in Cambogia (a quasi 9.000 miglia di distanza) che sarebbe durata altri 14 anni, concludendosi nel 1975 con un ritiro caotico e disastroso delle truppe statunitensi e con una sconfitta totale.
Nel 2001, il presidente George W. Bush avrebbe dato il via a una guerra in Afghanistan nell’ambito di quella che definì la sua «guerra globale al terrorismo», in un paese a sole 7.000 miglia da Washington. Sarebbe durata solo altri 20 anni prima di concludersi con — sì, ovviamente! — una netta sconfitta americana e il triste ritiro delle ultime truppe statunitensi presenti sul posto da parte dei presidenti Donald J. Trump e Joe Biden nel 2021. Nel 2003, Bush avrebbe anche dato il via a una guerra in Iraq, a sole 10.000 miglia circa da Washington, un conflitto che sarebbe stato concluso dal presidente Barack Obama, ancora una volta con una sconfitta, nel 2011 (sebbene Washington avrebbe continuato a essere coinvolta in alcuni scontri in quella zona negli anni successivi).
E questo senza nemmeno contare le varie altre attività belliche americane su questo pianeta, tra cui una guerra aerea senza fine in Somalia, avviata dal presidente George H.W. Bush all’inizio degli anni ’90, che continua ancora oggi e che non mostra alcun segno di successo.
Quindi, solo per sottolineare l’ovvio, la più grande e — dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991 — unica vera potenza imperiale del pianeta Terra non ha ottenuto alcun vero successo bellico dalla fine della Seconda guerra mondiale nel 1945 fino all’era di Trump, ottant’anni dopo.
E, ovviamente, stiamo parlando del paese che possiede di gran lunga l’esercito più grande del pianeta, che investe più denaro (ancora chiamato «spesa per la difesa», anche se il dipartimento che lo spende è stato ora ribattezzato Dipartimento della Guerra) nelle proprie forze armate rispetto a i sei paesi successivi messi insieme, e che rappresenta il 33% di tutta la spesa militare del pianeta. E badate bene, questo prima ancora che Donald Trump tenti di aumentare la spesa militare di questo Paese da quasi un trilione di dollari all’anno a quasi 1,5 trilioni di dollari. Eppure, stiamo anche parlando della potenza che non ha vinto una sola guerra di alcun tipo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Ora, alla luce di tutto ciò, cosa dovremmo aspettarci riguardo alla guerra di Donald Trump contro l’Iran? Non fraintendetemi, ovviamente. Il presidente americano e le sue forze armate sono chiaramente in grado di provocare scene di totale distruzione e devastazione in quella regione (come è avvenuto dalla Corea e dal Vietnam all’Afghanistan e all’Iraq). Sono anche in grado di uccidere un numero impressionante di iraniani e di trasformare quella regione in una potenziale zona disastrata. E il presidente Trump sta già insistendo, ovviamente, sul fatto che ripristinerà il blocco statunitense dei porti iraniani, definendo se stesso e il suo paese «i guardiani» dello Stretto di Ormuz.
L’unica cosa che la storia suggerisce, tuttavia, è che Trump e la sua cerchia non saranno effettivamente in grado di vincere la loro guerra contro quel Paese.
Quando si parla di guerra e potenze imperiali su questo pianeta, gli Stati Uniti offrono una storia sbalorditiva di sconfitte ai nostri giorni (una storia che, a quanto pare, Vladimir Putin potrebbe ripetere in Ucraina). E questo potrebbe spiegare perché il Paese che è chiaramente la prossima grande potenza imperiale del pianeta Terra, la Cina, abbia mostrato un desiderio sorprendentemente scarso di imboccare una strada simile. Sì, nel 1979 i cinesi furono coinvolti in una guerra di confine con il Vietnam e, dal 2020 al 2021, furono anche coinvolti in scaramucce di confine con l’India. E certamente in questi anni ha potenziato sia le proprie forze militari che quelle nucleari.
Ciononostante, sembra nutrire un interesse sorprendentemente scarso nell’intraprendere il consueto percorso imperiale di guerre globali, vista la lezione offerta dagli Stati Uniti, che hanno speso somme sbalorditive in guerre davvero infruttuose, decennio dopo decennio dopo decennio, fino a questo preciso momento. Probabilmente non ci sono mai state una potenza e una storia del genere nel passato imperiale di questo pianeta.
Fonte: Pubblicato originariamente da ZNetwork, 17 luglio 2026
https://znetwork.org/znetarticle/americas-imperial-wars-then-and-now/
Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis
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