Patrioti divisi, ma stavolta l’apertura per lo Schifani-bis è più netta. Un anno fa la nota intervista col pagnottista

Per arrivare a Palazzo d’Orleans, bisogna passare da Ragalna. Il paese alle pendici dell’Etna non è soltanto la sede dell’Etna Forum: è il buen retiro estivo di Ignazio La Russa, la casa di famiglia della seconda carica dello Stato. E quando Renato Schifani sale fin quassù, fra ministri, dirigenti e stato maggiore di Fratelli d’Italia, è segno che qualcosa si muove. Soprattutto adesso che il governatore ha smesso di nascondere il proprio obiettivo: restare altri cinque anni.

Un anno fa il rito era stato celebrato con maggiore prudenza. «Per ora siamo lontani dalla candidatura», diceva La Russa. Poi aggiungeva che l’amico Renato «sta lavorando molto bene» e teorizzava la necessità, per sindaci e governatori, di poter programmare su un orizzonte di dieci anni. Era un’apertura, persino robusta, ma ancora avvolta nel cellophane della diplomazia. Schifani, al contrario, aveva già cominciato la propria campagna per la continuità: spiegava che il lavoro avviato non poteva esaurirsi nel quinquennio.

Dodici mesi dopo è cambiato soprattutto ‘Gnazio. Dice che Schifani è «un buon presidente» e che, nella normalità, un buon presidente che vuole riproporsi viene ricandidato. La cautela resta nella postilla: non decide lui, ma i partiti. Ma la sostanza politica è più netta. Il bis non viene più presentato come un’aspirazione legittima del governatore: diventa la conclusione naturale di un ragionamento, almeno finché non sarà Roma a pronunciarsi.

Ed è proprio Ragalna a rendere l’endorsement meno banale. La Russa non è uno sponsor dell’ultima ora. Nell’agosto 2022 fu lui ad annunciare che, non essendo stato possibile ricompattare il centrodestra su Nello Musumeci, Giorgia Meloni aveva accettato di scegliere dentro la rosa proposta da Berlusconi. «Il nome individuato da noi è Renato Schifani», disse. Quattro anni dopo, nel proprio rifugio etneo, è ancora lui a indicare la strada.

Piccola ironia della sorte, però, vuole che Musumeci non abbia dimenticato nulla. Proprio alla vigilia dell’Etna Forum il ministro del Mare ha ricordato che la cosiddetta regola dell’uscente fu cancellata nel 2022 sulla sua pelle, quando Forza Italia e Lega si opposero alla ricandidatura. Perciò, sostiene, invocarla oggi sarebbe addirittura «una bestemmia». La Russa dice invece che la riconferma di un buon governatore appartiene alla normalità. Dentro quelle due formule c’è una parte della battaglia che attraversa Fratelli d’Italia in Sicilia.

Perché il partito di Meloni non ha ancora incoronato nessuno. Luca Sbardella, commissario spedito da Roma a governare equilibri tutt’altro che semplici, continua a frenare: bisogna finire la legislatura, lavorare sui dossier, verificare le condizioni della coalizione. E appena due giorni fa è stato ancora più chiaro: se si aprirà il totonomi, FdI avrà «più di una proposta» da portare al tavolo. Già questo basta a capire che la “normalità” evocata dal presidente del Senato è ancora tutta da costruire.

Anche per Schifani, però, Ragalna 2026 è diversa da Ragalna 2025. L’anno scorso arrivava mentre infuriava lo scontro con Matteo Salvini sulla nomina di Annalisa Tardino all’Autorità portuale di Palermo e dentro Forza Italia prendeva corpo la sfida di Giorgio Mulè. Sul palco provò a spegnere entrambi gli incendi: magnificò il rapporto con Salvini, invitò gli azzurri a lavare i panni sporchi nei congressi e rivendicò il diritto alla continuità. Sullo sfondo c’erano già termovalorizzatori, emergenza idrica, infrastrutture e incentivi per trattenere i giovani in Sicilia.

Un anno dopo alcune parole sono cambiate, altre molto meno. Schifani rivendica i conti rimessi in ordine e mette sul tavolo termovalorizzatori, riapertura delle Terme di Sciacca, polo pediatrico e nuovo ospedale di Siracusa: «Abbiamo tanta carne in cantiere». È precisamente questa la sua arma elettorale: chiedere il credito per altri cinque anni di governo, ché il lavoro da completare è tanto.

Poi c’è un dettaglio che non può sfuggire. Nel 2025 il governatore ebbe a Ragalna un vero one-to-one con Maurizio Scaglione, l’editore ribattezzato il “pagnottista” di fiducia dopo aver ricostruito incarichi e affidamenti regionali per oltre mezzo milione. Schifani si consegnò a una lunga intervista su governo, partito, Salvini e ricandidatura. Fu una delle immagini più plastiche di quella edizione.

Quest’anno quella scena non si ripeterà. Schifani ha aperto l’Etna Forum con i saluti e con le proprie dichiarazioni ai giornalisti. Scaglione rimane nella kermesse, ma il suo faccia a faccia è fissato per venerdì con un altro ospite: Nello Musumeci. Quasi uno scherzo del destino. Il microfono che un anno fa servì al governatore per spiegare perché il suo lavoro avesse bisogno di continuità passa all’ex governatore che quella continuità gli contesta in radice.

Ma le fotografie di Ragalna rischiano di durare meno dei sorrisi. Fra Schifani e il voto ci sono ancora un autunno complicato all’Ars, la legge di stabilità, una maggioranza che ha già mostrato quanto possa diventare fragile col voto segreto e, nella primavera 2027, le amministrative di Palermo: un altro appuntamento sul quale Fratelli d’Italia ha già fatto sapere di non considerare automatico nemmeno il bis di Roberto Lagalla. Poi, salvo incidenti o accelerazioni che Schifani continua a escludere, arriveranno le Regionali nell’autunno 2027.

Prima delle urne, soprattutto, verrà Roma. Alla fine – al netto di quanto discusso a Ragalna o a Palermo (nel prossimo vertice di coalizione si farà il punto soprattutto sulle nomine) – saranno Meloni, Tajani, Salvini e gli altri vertici della coalizione a incastrare la Sicilia nel mosaico nazionale. Con le Politiche anch’esse nell’orizzonte del 2027, ruoli, candidature e territori finiranno inevitabilmente dentro una trattativa più larga.

Ragalna, dunque, non ha ancora rieletto Schifani. Però gli ha consegnato qualcosa che un anno fa non aveva: la parola “normale” pronunciata dal politico che contribuì a farlo presidente.




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Alberto Paternò

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