La Procura del Distretto di Keelung, a Taiwan, ha ufficialmente incriminato nove individui nell’ambito di una complessa indagine sul traffico illecito di componenti hardware ad altissime prestazioni verso la Repubblica Popolare Cinese. Tra gli imputati figura un dirigente con il cognome Chang, impiegato come partner manager nella divisione distribution business di NVIDIA, considerato dagli inquirenti la figura centrale del sistema di elusione dei controlli sull’export definiti dalle normative statunitensi.
L’inchiesta coinvolge anche due ex dipendenti di Supermicro (identificati con i cognomi Lin e Wang), nota azienda partner specializzata nella produzione di server. Il quadro accusatorio include reati di falso in atti e violazione della fiducia aziendale, sebbene le imputazioni debbano ancora trovare conferma definitiva in sede processuale.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e riportato dalle documentazioni giudiziarie, il gruppo avrebbe strutturato una sofisticata rete di triangolazione commerciale coinvolgendo società di comodo dislocate tra Taiwan e il Giappone. L’obiettivo era dissimulare la reale destinazione finale dei sistemi hardware per scavalcare i blocchi all’importazione imposti da Washington sulle tecnologie informatiche di livello avanzato.
Per simulare la conformità alle norme di esportazione, gli imputati avrebbero allestito una falsa documentazione attestante che la società denominata Flying Tiger – presentata come acquirente finale legittimo – disponesse di uno spazio hardware sufficiente presso un datacenter taiwanese per ospitare l’infrastruttura. A seguito di un’ispezione della struttura a cui avrebbero preso parte sia dipendenti NVIDIA che Supermicro, l’imputato Chang avrebbe confermato la regolarità delle verifiche ai vertici NVIDIA, sbloccando di fatto la transazione. Supermicro ha di conseguenza finalizzato la vendita di 130 server alla Flying Tiger, suddivisi in tre lotti di consegna.
Un singolo sistema B300 basato su architettura Blackwell integra fino a 8 GPU Blackwell Ultra. Sul mercato statunitense, un singolo server ha un valore indicativo di circa 400.000 dollari; tuttavia, le forti limitazioni sulle forniture verso il mercato cinese generano un consistente extra-valore nel mercato parallelo, spingendo i prezzi di vendita a cifre nettamente superiori.
Successivamente alla consegna formale, i sistemi sono stati instradati verso clienti cinesi tramite rotte di trasporto indirette. Nello specifico, 40 server sono stati inviati a un primo acquirente cinese (parte dei quali con spedizione diretta e parte transitando dall’Indonesia), mentre altri 34 sono stati trasferiti a una seconda azienda cinese sfruttando snodi logistici in Indonesia e Giappone. Un ulteriore lotto composto da 56 server è stato intercettato e bloccato dalla Dogana di Taiwan prima dell’imbarco verso il Giappone, a causa dell’incongruenza riscontrata nella documentazione doganale.
NVIDIA e Supermicro non risultano indagate né accusate di alcun illecito da parte delle autorità giudiziarie taiwanesi. L’inchiesta si concentra esclusivamente sulle responsabilità personali dei singoli individui coinvolti. In merito alla vicenda, un portavoce di NVIDIA ha dichiarato: “I nostri dipendenti hanno ogni incentivo a lavorare alacremente con i clienti per garantire la conformità a tutte le leggi applicabili. Collaboreremo con le autorità di Taiwan per aiutarle a risolvere le accuse nel modo più rapido possibile“.
La società di Santa Clara ha inoltre ribadito la propria posizione rigorosa sul tema dei controlli all’esportazione, evidenziando che “il contrabbando è un’opzione da escludere a priori” e che la distribuzione dei propri prodotti avviene primariamente attraverso partner consolidati incaricati di verificare il rispetto delle normative internazionali.
Da parte sua, Supermicro ha precisato che l’individuazione e il fermo dei soggetti coinvolti è stato possibile anche grazie alla propria condotta collaborativa: “La nostra collaborazione con le autorità taiwanesi ha portato all’arresto degli individui incriminati, inclusi due ex dipendenti della nostra controllata taiwanese. Supermicro continua a collaborare con le autorità di Taiwan, non è bersaglio della loro indagine e non è stata accusata di alcuna violazione”.
La vicenda taiwanese si inserisce in un contesto investigativo più ampio. Lo scorso marzo, le autorità federali degli Stati Uniti avevano incriminato il cofondatore di Supermicro, Wally Liaw, con l’accusa di aver commercializzato hardware sottoposto a restrizioni per un valore complessivo stimato in miliardi di dollari. Liaw ha successivamente rassegnato le dimissioni dal consiglio di amministrazione. Supermicro ha recentemente concluso un’indagine interna indipendente relativa a questo filone, comunicando che:
“L’indagine non ha rilevato alcuna prova che i membri dell’attuale senior management fossero a conoscenza del presunto schema di deviazione o di qualsiasi effettiva deviazione di prodotti soggetti a restrizioni da parte della Società. L’indagine non ha altresì trovato prove che la Società abbia venduto direttamente prodotti soggetti a controllo delle esportazioni a parti o località notoriamente soggette a restrizioni, né ha evidenziato elementi che compromettano l’affidabilità dei bilanci precedentemente pubblicati.”
Per l’imputato principale Chang, la Procura di Keelung ha avanzato una richiesta di condanna a 5 anni di reclusione.
Il caso mette in luce la crescente complessità nell’applicazione delle restrizioni tecnologiche bilaterali. Nonostante l’inasprimento dei controlli statunitensi sui semiconduttori avanzati per l’intelligenza artificiale, la forte domanda da parte delle aziende cinesi continua ad alimentare canali di approvvigionamento informali e triangolazioni internazionali di notevole entità finanziaria.
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