A Nuweiba, nel Sud Sinai, hanno messo dei pannelli solari sopra un campo e sotto ci hanno piantato anche le angurie. Per Maged El-Said, fondatore della Habiba Community, c’è già una piccola sorpresa: stanno crescendo bene, meglio di quanto fosse riuscito a ottenere finora. È un’osservazione di campo, ancora troppo presto per parlare di rese o percentuali. Ma in uno dei luoghi più caldi e aridi dell’Egitto è un inizio che merita attenzione.
Il progetto usa l’agrivoltaico, cioè pannelli fotovoltaici installati lasciando spazio alle colture. Il primo impianto dimostrativo ha una potenza di appena 6 kWp ed è stato realizzato per capire cosa succede contemporaneamente alle piante, all’acqua e alla produzione elettrica. Un secondo sistema da 100 kWp è invece in fase di realizzazione ad Al Moghra, nell’area di Marsa Matrouh.
A lavorarci sono 3E, ORG, Engazaat, Habiba Community e il Center of Excellence for Water dell’Università di Alessandria, con il sostegno del governo delle Fiandre, come spiega 3E nella presentazione del progetto.
In pratica, stanno provando a far fare allo stesso pezzo di terra tre lavori insieme: produrre cibo, produrre elettricità e perdere meno acqua possibile. Nel deserto, occupare bene lo spazio è già una tecnologia.
L’ombra dei pannelli diventa parte della coltivazione
I moduli non formano un tetto compatto. La disposizione viene studiata per lasciare filtrare una parte della radiazione solare e creare zone d’ombra durante la giornata. Significa rinunciare a una porzione della produzione elettrica che si potrebbe ottenere riempiendo completamente il terreno di pannelli, mantenendo però il campo coltivabile.
Ed è proprio quell’ombra a diventare interessante. In condizioni di caldo estremo, meno radiazione diretta può ridurre lo stress termico delle piante e limitare l’evaporazione dell’acqua. È uno degli aspetti che il progetto egiziano vuole misurare nel tempo, insieme alla resa agricola e alla produzione elettrica. I sistemi di monitoraggio previsti da 3E e dagli altri partner serviranno proprio a capire se il modello regge oltre le prime impressioni.
L’anguria, per ora, si è fatta notare. Ma sarebbe presto per promuoverla a regina dell’agrivoltaico egiziano: non abbiamo ancora risultati scientifici pubblicati che confrontino le rese delle piante coltivate sotto quei pannelli con quelle cresciute completamente al sole.
Il meccanismo, però, viene studiato da anni in altri ambienti aridi. Una ricerca pubblicata su Nature Sustainability ha confrontato agricoltura tradizionale e coltivazioni sotto pannelli fotovoltaici in Arizona, misurando umidità del terreno, uso dell’acqua, microclima, fisiologia delle piante e temperatura dei moduli. I ricercatori hanno osservato una riduzione dello stress da siccità e, per alcune colture, una maggiore produzione. Anche i pannelli beneficiavano del microclima creato dalla vegetazione, lavorando a temperature inferiori.
Questo non significa che basti mettere un pannello sopra qualsiasi ortaggio per ottenere un raccolto migliore. Ogni specie ha esigenze diverse di luce e temperatura e anche altezza, distanza e orientamento dei moduli cambiano il risultato. Troppa ombra resta troppa ombra. L’agrivoltaico funziona quando l’impianto viene progettato insieme alla coltivazione, invece di trattare le piante come decorazione sotto una centrale solare.
Nel deserto il pannello serve anche a trattenere l’acqua
Nel caso egiziano il problema idrico rende l’esperimento parecchio meno ornamentale. Una delle funzioni dichiarate del progetto è proprio ridurre l’evaporazione e migliorare l’efficienza nell’uso dell’acqua nelle aree desertiche, mentre l’elettricità prodotta può alimentare le attrezzature necessarie all’irrigazione. È il cosiddetto nesso acqua-energia-cibo che i promotori stanno cercando di testare nel Sud Sinai.
C’è anche un’ipotesi più ambiziosa. In quelle zone parte delle risorse idriche è salmastra e l’elettricità prodotta dai pannelli potrebbe in futuro essere utilizzata per sistemi di trattamento o desalinizzazione. Significherebbe produrre energia sul campo e usarne una parte per rendere disponibile altra acqua all’agricoltura.
Prima, però, servono i numeri. Il piccolo impianto da 6 kWp è stato costruito proprio come sito dimostrativo e di ricerca; quello da 100 kWp di Al Moghra rappresenta già un salto di scala. Il monitoraggio riguarderà prestazioni agricole, ambientali ed energetiche, così da capire se l’esperimento possa essere replicato in altre zone aride.
Un campo per fare due mestieri
C’è poi una questione molto concreta: evitare di scegliere se usare un terreno per coltivare o per produrre energia solare. Con l’agrivoltaico le due attività possono convivere sulla stessa superficie, a patto che i pannelli lascino davvero spazio alla produzione agricola.
È una possibilità particolarmente interessante nei territori dove il sole è contemporaneamente risorsa e problema. Tanto irraggiamento significa molta elettricità potenziale; per una pianta sottoposta a temperature estreme significa anche più calore e più acqua che se ne va dal terreno.
Da qui nasce anche la sperimentazione sulle configurazioni dei pannelli. File continue e molto fitte massimizzerebbero la superficie fotovoltaica; nel progetto egiziano si stanno invece provando disposizioni più aperte, proprio per permettere alla luce di raggiungere le colture. Una specie di compromesso geometrico tra kilowatt e pomodori. O, in questo caso, angurie.
Altri gruppi stanno lavorando perfino su moduli che lasciano passare una parte della luce: uno studio pubblicato su Scientific Reports ha sperimentato celle solari semitrasparenti pensate per combinare fotosintesi e produzione elettrica.
In Egitto siamo ancora alla fase in cui bisogna osservare, misurare e capire quali colture rispondano meglio. Le angurie del Sinai hanno soltanto offerto il primo indizio, raccontato da chi le sta coltivando: questa volta stanno crescendo bene. Sopra hanno un pannello che produce elettricità. Sotto, qualche ora di sole feroce in meno. Nel deserto può essere un accordo sorprendentemente ragionevole.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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