Qui non va assolto nessuno. Dietro l’emergenza ambientale affiora il fallimento di un sistema di potere incapace di creare sviluppo, trattenere i giovani e restituire fiducia alle comunità
Scrivo nella qualità di presidente dell’Associazione “Tutela Madonie” e, se mi si consentite una definizione meno istituzionale ma forse più aderente al mio modo di osservare questo paesaggio, di cronista di campagna.
Da anni proviamo a raccontare ciò che accade sulle Madonie, denunciandone criticità e contraddizioni e avanzando proposte. Per questo ho letto con interesse la riflessione “Madonie, un Parco distrutto da cinghiali e mala politica”, a firma del professor Paolo Inglese.
C’è voluta una cena a Cipampini e un viaggio notturno attraverso Piano Battaglia perché Inglese prendesse atto, con la forza delle immagini viste direttamente, di ciò che chi vive quotidianamente sulle Madonie denuncia da anni: il Paesaggio madonita versa in una condizione drammatica.
Daini e suidi inselvatichiti sono ormai padroni di boschi, campagne e strade; devastano colture, compromettono la rinnovazione del sottobosco e arrivano persino nei centri abitati.
Inglese descrive efficacemente questo scenario e arriva a una conclusione severa, ovverosia, dopo quasi quarant’anni il Parco, inteso come Ente, avrebbe fallito i propri compiti istituzionali.
Su questo siamo d’accordo. Ma daini e suidi sono soltanto la punta dell’iceberg.
Sotto la superficie c’è una questione assai più complessa, vale a dire, decenni di politica incapace di costruire una strategia comune, enti sovrapposti, risorse spese senza riuscire a trasformarle in sviluppo duraturo, incarichi professionali e progetti che troppo spesso non hanno arrestato né lo spopolamento né la desertificazione imprenditoriale.
Lo stesso Inglese riconosce che i numeri dei giovani che vanno via raccontano di “un’economia che recede”. E allora bisogna andare oltre la fotografia del disastro e chiedersi chi abbia governato i processi di sviluppo delle Madonie negli ultimi trent’anni e con quali risultati misurabili.
Per questo sorprende particolarmente l’apprezzamento rivolto al GAL ISC Madonie – Gruppo di Azione Locale “Iniziative di Sviluppo Comprensoriale delle Madonie” – insieme alle Pro Loco e alle associazioni, queste ultime spesso costrette all’impotenza, definite produttrici di “bellissime schegge di futuro”.
Il professor Inglese, prima di distribuire assoluzioni, avrebbe fatto bene ad approfondire la governance, i rapporti tra soggetti pubblici e privati, i risultati ottenuti e la gestione delle risorse.
C’è, per esempio, la vicenda del Consorzio Produttori Madoniti, socio del GAL, e del credito di oltre 330 mila euro vantato dal GAL nei suoi confronti. Una vicenda che merita di essere conosciuta e valutata compiutamente anche alla luce dei ruoli ricoperti da Mario Cicero, sindaco di Castelbuono e presidente del GAL, nonché presidente del Consorzio Produttori Madoniti.
Il Consorzio ricevette dal GAL un anticipo di 165 mila euro per l’allestimento di uno spazio espositivo e di vendita all’interno del centro commerciale Forum di Palermo, somma deliberata dall’allora Consiglio di amministrazione. L’operazione non produsse i risultati sperati e il GAL rimase esposto. Negli anni, l’assemblea dei soci del GAL (Comuni e privati) ha proceduto “silenziosamente” ad accantonare contabilmente l’importo dell’ingente credito.
Ed è proprio qui che, al di là di ogni valutazione sulla legittimità formale degli incarichi, emerge una questione che abbiamo posto più volte e che continuiamo a ritenere difficilmente eludibile, ossia, l’opportunità istituzionale ed etica che Mario Cicero continui a presiedere il GAL ISC Madonie.
Quando il presidente dell’organismo territoriale creditore è contemporaneamente presidente del soggetto debitore, non basta rifugiarsi nella correttezza formale degli atti. Esiste anche il terreno dell’opportunità, della trasparenza e della necessaria separazione degli interessi. E proprio perché il GAL amministra risorse destinate allo sviluppo di un intero territorio, la sua governance dovrebbe essere non soltanto formalmente legittima, ma al riparo persino dalla percezione di una sovrapposizione di ruoli e interessi.
Prima di indicare modelli virtuosi, dunque, sarebbe utile conoscere anche queste vicende e comprenderne fino in fondo la portata.
E magari ricordare che sul Paesaggio madonita non esistono soltanto daini e suidi. Esistono anche trasformazioni del territorio assai più ingombranti.
Penso a quello che in tanti abbiamo definito un “ecomostro” e mi riferisco all’osservatorio astronomico “imposto” sul Monte Mufara, uno dei geo siti più importanti al mondo, rispetto al quale Inglese ha espresso posizioni apparse tutt’altro che ostili alla realizzazione dell’intervento.
Una sorta di “benedizione”, per usare volutamente una provocazione, che rende ancora più interessante comprendere quale idea di tutela del Paesaggio debba ispirare quella rifondazione del Parco che oggi lo stesso Inglese invoca.
E mentre si propone addirittura un Parco nazionale Madonie-Nebrodi – ipotesi che il professore riconduce anche alla maggiore disponibilità di risorse nazionali – sarebbe opportuno domandarsi perché l’attuale Ente Parco delle Madonie sia stato progressivamente marginalizzato, mentre altri organismi territoriali diventavano protagonisti della programmazione e della gestione delle risorse.
L’Associazione “Tutela Madonie”, peraltro, non ha aspettato una cena a Cipampini per accorgersi, tra molto altro, dell’emergenza.
Abbiamo già formalmente chiesto al presidente dell’Ente Parco di portare in Consiglio una proposta organica per affrontare e risolvere l’invasione di daini e suidi inselvatichiti. Ahinoi, a oggi, siamo ancora in attesa di un formale riscontro.
È nelle sedi istituzionali che bisogna discuterne, assumendosi responsabilità e indicando tempi, strumenti e risultati.
Inglese ricorda anche l’arroganza del giovane che, sorpreso davanti a un falò in zona A, avrebbe rivendicato come una sorta di lasciapassare il fatto di essere “figlio di un ispettore della Forestale”.
Episodio certamente emblematico. Ma personalmente mi preoccupa ancora di più un altro privilegio, ovvero, quello di un “sistema” territoriale che da decenni sopravvive ai propri fallimenti senza che nessuno sia chiamato a risponderne.
Se il professore si svegliasse ogni mattina sulle alte Madonie, forse conoscerebbe anche la lunga battaglia per le Zone Franche Montane, una misura di fiscalità di sviluppo pensata per rendere conveniente vivere, lavorare e investire nelle Terre alte siciliane.
Un percorso che avrebbe meritato ben altra compattezza istituzionale e che, invece, è stato ostacolato, rallentato e persino screditato da una certa “governance” madonita.
È qui che la riflessione di Inglese dovrebbe compiere un passo ulteriore.
La malapolitica non ha soltanto contribuito a indebolire il Parco. Ha consumato la fiducia delle comunità nella possibilità stessa di avere un futuro.
E quando un territorio perde giovani, imprese, servizi e popolazione, non basta più domandarsi quanti daini pascolino a Piano Battaglia.
Occorre chiedersi chi ha seminato, chi ha raccolto e soprattutto chi continua a raccogliere.
Perciò, il professore Inglese, non dovrebbe assolvere nessuno. Continui piuttosto a guardare dentro questo Paesaggio con la competenza di chi conosce l’agricoltura e sa bene che la qualità del raccolto dipende anche dalla qualità del seme.
Sulle Madonie si semina da oltre trent’anni. Il problema è che il raccolto, troppo spesso, lo fanno in pochi.
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Vincenzo Lapunzina
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