2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: Alimonda, chi ha ucciso Carlo Giuliani?



“Quello che sta accadendo in questi momenti a Genova supera ogni immaginazione. Poco prima delle 18 dobbiamo registrare la prima vittima”. Queste le parole con cui il 20 luglio 2001 su Telegenova il giornalista Fabio Tiraboschi dava per primo la notizia della morte di un ragazzo, e sarebbero passate alcune ore prima di poter dare un nome a quel corpo in una pozza di sangue a Piazza Alimonda: Carlo Giuliani.

Riprese video che insieme a una quantità impressionante di altre riprese amatoriali, foto, registrazioni audio, avrebbero poi contribuito al lavoro del Genoa Legal Forum e poi del sito processig8.net, e colui che fin da subito si auto-incaricò di questo lavoro di raccolta fu Carlo A. Bachschmidt, architetto che si era formato alla scuola di Renzo Piano e consulente per varie iniziative collaterali alle mostre di Palazzo Ducale e nel Terzo Settore.

In occasione del G8 del 2001 fu responsabile della segreteria organizzativa del Genoa Social Forum, con ben 1.187 organizzazioni, nazionali e internazionali, determinate ad esprimere il proprio dissenso al vertice. Nel 2002 viene nominato consulente tecnico di parte (CPT) dagli avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti indagati, oltre che nei vari gradi di giudizio sull’omicidio di Carlo Giuliani, fino alla definiva archiviazione.

Film-maker, autore di numerosi film tra cui Black Block (menzione speciale alla 68a Mostra del Cinema di Venezia) e La Scelta (insieme a Stefano Barabino e Michele Ruvioli, su vari protagonisti del Movimento NoTav), Carlo A. Bachschmidt si è trovato naturalmente coinvolto anche nell’organizzazione di questo venticinquennale, sia come curatore di alcune sezioni (in particolare la mostra Punti di Vista, fino al 30 luglio al MAIIIM) che come autore di questo importante libro Alimonda, chi ha ucciso Carlo Giuliani? che verrà presentato stasera, h 18.15 ai Giardini Luzzati di Genova.


Per gentile concessione dell’autore, ecco le pagine iniziali della bella prefazione a firma di Haidi Gaggio Giuliani

Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come dicevano loro.

Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”.

È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi.

“Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura.

Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo veder qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì.

Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che avevano vissuto.

Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano.

Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo.

Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum.

In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e controllare la situazione durante le proteste. Per assistere i manifestanti, spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e consigli.

Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro (Carlo A. Bachschmidt ndr), quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze.

Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e sono partita a cercarle. Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie.

Foto di Marioluca Bariona

Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con noi familiari. Un paio non aveva fissato il momento dello sparo. Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da dare”.

Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti.

Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media italiani.

Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per tanti anni (fino al 2016, ndr). Scrive Elena, che da sempre lo cura:

“Costituito il Comitato, Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”.

Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una manifestazione.

Haidi ed Elena nel 2003. Foto di Carlo Gubitosa da peacelink.it

Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare.

(12 continua)


 


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