Domenica 21 giugno mons. Renzo Pegoraro viene ordinato vescovo (alle 16 nel santuario di Santa Maria Madre della Provvidenza all’Opsa). È il cardinale Pietro Parolin, Segretario di stato vaticano, a presiedere la celebrazione assieme al vescovo Claudio e a mons. Vincenzo Paglia. Padovano, 67 anni, vescovo titolare di Gabi, da maggio 2025 è presidente della Pontificia accademia per la vita, dopo esserne stato cancelliere dal 2011. Prima ancora, una vita intera radicata tra Padova e il Vicentino: «È padovano al cento per cento, poi ha sangue vicentino perché i genitori sono tutti e due della provincia di Vicenza» racconta il fratello Paolo Pegoraro, di tre anni più giovane.
Il ritratto di famiglia parte da lontano. Da bambino, ricorda Paolo, «era molto socievole, molto attivo e anche molto scalmanato: giocava con tutti e alle elementari spesso veniva anche punito, messo alla porta». Poi lo studente brillante, il liceo Enrico Fermi concluso «col massimo dei voti», l’atletica leggera – lui al Cus Padova, il fratello alle Fiamme Oro – il calcio nei tornei tra i rioni, dove «lui era il nostro portierone, io giocavo in difesa». E la scelta che sorprende la famiglia: a pochi esami dalla laurea in medicina, Renzo Pegoraro entra in Seminario. «I miei genitori si aspettavano che lui terminasse medicina e diventasse medico» ricorda il fratello; la madre «un po’ meno all’inizio, ma poi è stata felice e orgogliosa di questo cammino». La laurea in medicina arriverà comunque, conclusa più tardi, quando era già in Seminario.
A seguirne i passi, in quegli anni, anche i compagni di studio. Don Giorgio Bezze l’aveva conosciuto «a un camposcuola per giovanissimi» dell’Azione cattolica, ed è entrato con lui in Seminario tra le “vocazioni adulte”. «Renzo è sempre stato un dono per la nostra classe», dice, ricordando l’ordinazione sacerdotale dell’11 giugno 1989. Che un giovane laureando in medicina scegliesse il Seminario fu, ammette, «una sorpresa», ma in linea con un modo di intendere la Chiesa che li aveva uniti subito: «Non una Chiesa di parte o una Chiesa chiusa, ma una Chiesa aperta, capace di dialogo e di confronto». Da allora il legame di classe non si è spezzato: una cena fraterna ogni mese, durante l’anno pastorale. Del carattere dell’amico, don Bezze sottolinea «una forte sensibilità per i problemi sociali e politici» e il fatto di «avere sempre opinioni motivate, radicate e profonde».
Anche don Leonardo Scandellari lo aveva incrociato prima del Seminario, in un gruppo vocazionale, e ne ricorda «una personalità decisamente serena e anche coraggiosa nel porsi interrogativi a proposito della propria esistenza».
C’è poi il don Renzo pastore, quello meno noto. Per anni collaboratore festivo di don Paolo Carletto – a Polverara, al Bassanello e, dal 2014, a Rossano Veneto – è rimasto, racconta il parroco, «una persona molto semplice», capace «di passare dai massimi sistemi ai problemi quotidiani delle persone che incontra: un’animatrice, un anziano…». Spesso «si ferma dopo la messa a parlare e scherzare»; e «in molti gli domandano consigli medici, soprattutto qualche coppia che ha problemi di fertilità».
A livello pastorale, aggiunge don Carletto, «poteva fare tranquillamente il parroco. È un ottimo parroco quando viene qua, ne ha lo stile. Non lo definirei necessariamente “di campagna”, ma di sicuro è un buon pastore». E «se qualcuno ha bisogno, lui fa tutto quello che è nelle sue possibilità».
Esiste poi un rifugio, in questo ritmo diviso tra Roma e il Veneto: una parrocchia in Valtellina, al confine con la Svizzera, dove ogni tanto si ritira per scrivere e dove, racconta Carletto, «fa a tutti gli effetti il parroco», conoscendo «vita, morte e miracoli di tutto il paese».
A Padova, assicura il fratello, torna tutti i weekend: «Ci tiene moltissimo agli amici e alla sua Diocesi». L’unico nipote, figlio di Paolo, è ingegnere e vive in Cina: con lo zio, che è un «grandissimo viaggiatore», condivide la passione per il mondo.
E adesso che diventa vescovo? In parrocchia temevano di perderlo, ma lui ha rassicurato don Paolo Carletto: «Se vuoi, continuo a venire a celebrare la messa della domenica». Le cresime, scherza il parroco, «le faremo presiedere a lui, ci mancherebbe altro»; e per festeggiarlo è già fissata, il 4 luglio, una messa a chiusura del grest seguita da una cena comunitaria. «Lo chiameremo “eccellenza” e basta» sorride don Carletto, che gli augura «di rimanere la persona che è sempre stato».
La madre, Maria, ha 94 anni; la famiglia conta che partecipi all’ordinazione episcopale. Sul cambio di ruolo, mons. Pegoraro stesso scherzava col fratello: «Ho compiuto 67 anni, era l’età
per andare in pensione di vecchiaia»,
salvo poi aggiungere: «Adesso con la pensione inizierò ad averne ancora più incarichi o mansioni da svolgere». Che vescovo sarà? Il fratello Paolo non ha dubbi e sceglie la sintesi più breve e affettuosa: «Posso dirle semplicemente: don Renzo».
Una lunga esperienza alla Pontificia accademia per la vita
Mons. Renzo Pegoraro è presidente della Pontificia accademia per la vita. Nato a Padova il 4 giugno 1959, laureato in Medicina e chirurgia nel 1985 e successivamente ordinato presbitero per la Diocesi di Padova, l’11 giugno 1989, per quasi trent’anni è stato docente di bioetica alla Facoltà teologica del Triveneto, segretario generale della Fondazione Lanza dal 1994 al 2015 e poi direttore scientifico, ma nel suo curriculum non mancano la presidenza di vari comitati etici a Padova e Roma, la partecipazione al Consiglio superiore di sanità, e altri incarichi. Il 1° settembre 2011 papa Benedetto XVI lo nomina cancelliere della Pontificia accademia per la vita, e lo scorso anno papa Leone XIV lo ha nominato presidente della stessa Accademia. Negli anni ha sempre mantenuto un rapporto con la Diocesi di Padova, prestando aiuto festivo a San Paolo, Altichiero, Polverara, Bassanello e Rossano Veneto.
«Affinché abbiano la vita» è il motto episcopale
Nello stemma episcopale di mons. Pegorato – vescovo eletto di Gabi – è stato adottato uno scudo di foggia “gotica”, frequentemente usato nell’araldica ecclesiastica mentre la croce patriarcale è “trifogliata”, con cinque gemme rosse a simboleggiare le cinque piaghe di Cristo. La parte azzurra dello scudo riporta una pecora d’argento, attraversata da un bastone pastorale d’oro posto in palo; nella parte in argento si trova l’albero sradicato al naturale, fogliato di verde. Il cartiglio, nella parte bassa dello stemma, riporta il motto di don Renzo: «Ut vitam habeant (Gv 10,10)», «Affinché abbiano la vita». Queste parole – tratte dal Vangelo di Giovanni – risuonano laddove l’evangelista introduce la figura del Buon Pastore e costituiscono palese riferimento al ruolo di presidente della Pontificia accademia per la vita di mons. Renzo Pegoraro.
La Fondazione Lanza. Una grande capacità di tenere insieme

Se l’ordinazione episcopale non muta la sostanza del suo servizio, è perché mons. Pegoraro porta in dote un percorso raro, con un piede nella scienza e uno nella fede. Medico e teologo morale, con un diploma in bioetica, ha legato il proprio nome alla Fondazione Lanza di Padova, di cui è stato segretario generale, presidente e direttore scientifico. «Don Renzo in qualche modo ha incarnato la Fondazione Lanza», ricorda il coordinatore del progetto Etica e politiche ambientali Matteo Mascia, spiegando che lì ha svolto «molto spesso un ruolo di unione», sapendo «tenere insieme le diverse competenze». Una dote nata dalla «grande capacità di coltivare e sviluppare le relazioni», che ha allargato la rete della Fondazione «a livello europeo e internazionale». La forza di figure così, osserva, è «la capacità di avere una visione interdisciplinare, di tenere insieme saperi diversi». Ogni settimana andava a Roma, «ma il lunedì mattina era in Fondazione Lanza». Mascia lo ricorda «come una persona che sa tessere, sa incontrare, sa trovare le condizioni ideali», con cui «non c’è mai stato un rapporto di subordinazione tra presidente e dipendenti». Con lui, dice, è nato «lo stile di lavoro della Fondazione Lanza».
Per don Giorgio Bezze, compagno di studi, «il fatto di avere una preparazione medica gli ha permesso di mettere le basi per gli studi successivi di morale, di etica e di bioetica». È grazie a lui, ricorda don Leonardo Scandellari, oggi presidente della Fondazione Lanza, che sono nati i comitati etici negli ospedali padovani, dall’Azienda ospedale università all’Istituto oncologico veneto. Ne segnala anche l’interesse «per le tecnologie emergenti nell’ambito medico e sanitario»: una sensibilità che lo porta oggi fino all’intelligenza artificiale, terreno su cui l’Accademia pontificia si era mossa già nel 2020 con la Rome Call for AI Ethics, la carta di Roma per l’etica dell’intelligenza artificiale. E non c’è solo la bioetica: con la Fondazione, mons. Pegoraro ha coltivato anche l’etica ambientale e la custodia del Creato, fino al gruppo di studio nazionale nato in seno alla Conferenza episcopale italiana.
Proprio qui si gioca il senso della nomina. Da vescovo, spiega don Scandellari, «riceve però qualcosa che è più di un titolo»: il suo contributo di studioso diventa «una voce autorevole come rappresentante del magistero della Chiesa», e impegna «in qualche modo l’autorità della Chiesa» nei pareri su questioni eticamente sensibili. Più che un cambio di rotta, un riconoscimento per chi è stato, nelle sue parole, «colui che ha fatto in modo che la Fondazione compisse dei passi in avanti rilevanti – pur restando, precisa – soprattutto nell’ambito della bioetica», uno dei tanti progetti portati avanti dal centro.
E sul pastore che sarà, Mascia non ha esitazioni: sarà «un bravo vescovo», perché «ha al centro una dimensione profonda legata all’umanità, alla centralità e al rispetto della persona».
L’impegno all’Accademia per la vita
Alla Pontificia accademia per la vita, racconta il cancelliere don Andrea Ciucci, la nomina di mons. Pegoraro dice qualcosa di più del singolo titolo: «Non necessariamente il presidente della Pontificia accademia deve essere un presbitero, un vescovo o un religioso, ma se è un religioso, allora è un vescovo», segno che il suo servizio tocca la missione della Chiesa di «annunciare il Vangelo della vita». Per dieci anni mons. Vincenzo Paglia, il predecessore, e mons. Pegoraro hanno lavorato insieme: «Ciò unisce una grande continuità a una grande originalità»; Pegoraro, «un’attenzione specifica al dibattito scientifico e accademico» e l’attenzione per «il tema sanitario, che da sempre caratterizza la missione e il lavoro di don Renzo». E, sul piano personale, la sintesi di don Ciucci: «Una persona di questo mondo, e ne vado fiero».
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Andrea Canton
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