Scriviamo “fammi sapere se hai bisogno di qualcosa” e ci sembra di aver spalancato una porta. Dall’altra parte, però, c’è una persona che per attraversarla deve capire di cosa ha bisogno, decidere cosa chiedere, esporsi, domandarsi se sta disturbando e infine contattarci. Una bella trafila, proprio quando le energie possono essere poche. La psicologa Marisa Franco, che alla University of Maryland insegna corsi dedicati all’amicizia e alla solitudine, suggerisce per questo di sostituire l’offerta generica con qualcosa di molto più concreto.

“Ti porto qualcosa da mangiare?”, “Posso andare io a fare la spesa?”, “Vuoi che venga a prendere i bambini per un paio d’ore?”. Poca poesia, molta più utilità. E la ricerca sul lutto sembra darle ragione: uno studio pubblicato su PLOS ONE ha rilevato che le persone intervistate apprezzavano soprattutto chi si faceva avanti direttamente, anche con telefonate, messaggi e piccoli aiuti pratici, invece di lasciare a loro il compito di chiedere.

Il problema di “fammi sapere” è tutto quello che viene dopo

Lo studio di Joanne Cacciatore e colleghi ha coinvolto 372 persone che avevano vissuto un lutto traumatico. Il campione era molto specifico: oltre il 91% era composto da donne, più del 91% da persone bianche e tre partecipanti su quattro avevano perso un figlio. I risultati, quindi, non possono essere trasferiti automaticamente a qualsiasi persona in difficoltà. Dentro quel gruppo, però, il messaggio era piuttosto netto.

Tra le azioni considerate utili comparivano portare del cibo, occuparsi dei bambini, aiutare nelle pulizie o nelle faccende quotidiane. Gli autori si soffermano esplicitamente anche sul classico “chiamami se hai bisogno”: senza un seguito concreto rischia di rimanere una formula elegante e poco operativa. I partecipanti preferivano che fossero gli altri a ricontattarli e a proporre un aiuto preciso.

C’è anche una differenza sottile tra offrire aiuto e piombare nella vita altrui con l’efficienza di un’impresa di traslochi. Una proposta concreta lascia comunque scelta: “Posso portarti la cena stasera?” consente di rispondere sì oppure no. “Ho deciso che oggi ti sistemo casa” potrebbe aggiungere un problema a quelli già presenti.

“Non piangere” e “devi essere forte” fanno soprattutto stare meglio chi li pronuncia

Quando qualcuno piange, la tentazione di fermarlo arriva quasi automaticamente: “Non piangere”, “dai, cerca di essere forte”. Sono frasi nate spesso con buone intenzioni, solo che contengono già un’istruzione su quale emozione sarebbe accettabile mostrare.

Nello studio sul supporto dopo un lutto traumatico, il sostegno emotivo più apprezzato aveva caratteristiche molto meno spettacolari: ascoltare, accettare lo stato emotivo della persona, permetterle di esprimere il dolore senza cercare immediatamente di aggiustarlo. Al contrario, giudicare il lutto, accelerarlo con frasi di circostanza o dispensare consigli non richiesti compariva tra i comportamenti percepiti come poco utili.

Anche uno studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology, attraverso diversi campioni e metodi, ha trovato un’associazione tra una maggiore accettazione delle proprie esperienze emotive e una migliore salute psicologica. Non significa che basti “accettare le emozioni” per superare un lutto o una depressione. Significa più modestamente che aggiungere un giudizio all’emozione già presente difficilmente alleggerisce il carico.

Una risposta può essere molto più semplice: “Capisco che oggi faccia malissimo”, “Puoi piangere, io resto qui”, oppure persino il silenzio. Non siamo obbligati ad avere una frase memorabile pronta per ogni disgrazia. A volte sarebbe già un discreto progresso smettere di cercarla.

Nemmeno il dolore ha una data di scadenza

Un’altra frase apparentemente pragmatica è “devi andare avanti”, con la sua variante leggermente più brutale: “Pensavo l’avessi superata”. Il problema è che le reazioni agli eventi fortemente stressanti seguono traiettorie molto diverse.

Una revisione di 54 studi sulle conseguenze di eventi potenzialmente traumatici ha trovato più percorsi possibili nel tempo: molte persone mantengono o recuperano un buon equilibrio, altre attraversano difficoltà persistenti e in alcuni casi i sintomi possono comparire più tardi. Non esiste quindi un cronometro universale con cui stabilire quando una persona “dovrebbe” stare meglio.

Nel lutto questa fretta può diventare particolarmente sgradevole. Nella ricerca di Cacciatore e colleghi, circa metà di chi rispondeva alla domanda su come avrebbe voluto essere sostenuto chiedeva più supporto emotivo: ascolto, presenza, possibilità di ricordare la persona morta e soprattutto assenza di una tabella di marcia imposta dall’esterno.

La frase più utile può arrivare una settimana dopo

Poi c’è il silenzio. Succede anche per imbarazzo: temiamo di dire qualcosa di sbagliato, così diciamo niente. Passano tre giorni, poi una settimana e ricomparire diventa ancora più difficile.

Proprio il contatto spontaneo emerge invece come uno dei gesti maggiormente apprezzati dalle persone intervistate nello studio sul lutto traumatico. Il 29% di chi ha risposto alla domanda su come gli altri avrebbero potuto aiutare meglio ha indicato il desiderio di essere ricontattato più spesso. Non servivano discorsi perfetti: bastavano una telefonata, un messaggio, qualcuno che ricordasse.

La ricerca sul lutto di un amico va nella stessa direzione. Uno studio longitudinale pubblicato su PLOS ONE su oltre 26mila persone, di cui 9.586 avevano perso almeno un amico stretto, ha trovato conseguenze sul benessere che in alcuni casi persistevano per anni e un ruolo importante della connessione sociale. È un altro motivo per cui la presenza non dovrebbe esaurirsi nei primi giorni, quando il telefono squilla e il frigorifero trabocca di teglie.

Si può scrivere semplicemente: “Ti pensavo. Come va oggi?”. Oppure tornare alla versione pratica: “Domani passo al supermercato, ti serve qualcosa?”. Essere utili a un amico che sta male richiede meno formule perfette e qualche gesto in più. “Fammi sapere se hai bisogno” lascia la porta aperta. Ogni tanto conviene anche bussare.

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Ilaria Rosella Pagliaro

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