Quando e perché evitare lo squat? Tutte le condizioni fisiche in cui l’esercizio principe diventa un rischio concreto



In breve: proteggere le articolazioni scegliendo le alternative corrette

Sebbene venga spesso definito il movimento principe dell’allenamento con i pesi, il back squat con bilanciere (l’accosciata profonda con barra sulle spalle dietro) non costituisce un approccio universale.

Alterazioni posturali, rigidità miofasciali e patologie degenerative a carico della colonna, del bacino o degli arti inferiori possono trasformare questo gesto biomeccanico in un severo fattore di rischio articolare.

Cosa devi assolutamente sapere? In sintesi:

  1. Le patologie del rachide e i dismorfismi gravi rendono pericoloso il carico verticale, imponendo la ricerca di varianti in scarico.
  2. Una ridotta flessibilità dell’articolazione scapolo-omerale genera pericolose alterazioni di compenso durante il set-up del bilanciere.
  3. Le degenerazioni a carico dell’anca e la mancata mobilità pelvica scaricano tensioni estreme sui dischi intervertebrali.
  4. I disallineamenti del ginocchio e gli esiti traumatici a carico di menischi e legamenti non tollerano le massime flessioni sotto sforzo.
  5. L’irrigidimento del polpaccio e il “blocco” in dorso-flessione della caviglia compromettono la stabilità del piede a terra, deviando le forze di taglio sulle ginocchia e sulla zona lombare.

Patologie e alterazioni della colonna vertebrale

Il posizionamento di un carico assiale sulle spalle genera forze di compressione che si propagano lungo l’intero rachide. Esistono quadri clinici in cui tale stress verticale risulta non solo sconsigliato, ma potenzialmente lesivo. La degenerazione dei dischi intervertebrali, le protrusioni e le ernie attive rappresentano le prime barriere all’esecuzione tradizionale dell’esercizio “pesante”; in questi casi, tuttavia, è sempre bene contestualizzare il problema e tenere conto della sintomatologia.

Parallelamente, le malattie reumatiche infiammatorie croniche, come la spondilite anchilosante, l’artrite – o anche semplicemente l’artrosi -, e le condizioni di fragilità ossea, tra cui spicca l’osteoporosi di grado severo, privano le vertebre della loro naturale capacità di tollerare i carichi. Anche in presenza di gravi alterazioni dismorfiche, come scoliosi con gradi Cobb elevati, l’asimmetria del carico porta a usure articolari precoci.

Qualora le problematiche alla schiena risultino di lieve entità o in fase di totale remissione, l’esclusione del sovraccarico assiale rimane una priorità preventiva. In questi contesti la variante belt squat si rivela uno strumento eccellente, anche se la sua utilità e il sovraccarico vanno attentamente considerati nel quadro generale; ancorando il peso direttamente al bacino tramite un’apposita cintura, si elude completamente la compressione vertebrale pur stimolando intensamente la muscolatura delle gambe.

Dinamiche scapolo-omerali e compensi lombari

Analizzando la fase di incastro del bilanciere sulla parte alta dei trapezi, emerge un prerequisito spesso sottovalutato. Mantenere l’attrezzo in posizione stabile richiede una spiccata flessibilità muscolare e mobilità della capsula, in particolare per quanto concerne i rotatori interni della spalla.

  • Pettorale: la cui brevità ostacola l’apertura della cassa toracica.
  • Gran dorsale: un muscolo esteso che, se retratto, limita severamente l’elevazione e la rotazione delle braccia.
  • Sottoscapolare: strettamente coinvolto nelle dinamiche di rotazione della testa omerale.

L’eventuale retrazione di questi distretti costringe il corpo a cercare escamotage biomeccanici. Il compenso più frequente e pericoloso si manifesta sotto forma di iperlordosi lombare, una forzatura che sposta il carico sulle faccette articolari delle vertebre inferiori. Valutare preventivamente l’ampiezza di movimento delle spalle ed eseguire protocolli di allungamento settoriale risulta imprescindibile. Qualora la rigidità persista, le varianti front squat o l’impiego di una safety bar consentono di abbassare drasticamente lo stress a carico dei cingoli scapolari.

Bacino e articolazione coxo-femorale

La fase eccentrica del movimento si fonda su una complessa sinergia tra la flessione del ginocchio e l’antiversione del bacino, azioni che devono necessariamente svilupparsi in simultanea. Qualsiasi limitazione in questo snodo cruciale inficia l’intera alzata.

Le patologie degenerative della coxo-femorale, come l’artrosi dell’anca, aumentano gli attriti intrarticolari provocando infiammazione, dolore e blocco meccanico durante l’accosciata. Oltre ai fattori strutturali, la mancanza di mobilità legata a scompensi dei muscoli rotatori del bacino impedisce transizioni fluide tra antiversione e retroversione. L’incapacità di gestire l’inclinazione pelvica, specialmente nel punto di massima profondità, genera una flessione lombare sotto carico nota come “butt wink“, responsabile di compressioni discali molto significative. Lavori mirati allo sblocco e alla mobilizzazione del bacino diventano quindi propedeutici a qualsiasi progressione col bilanciere.

Ginocchia: limiti strutturali e traumi pregressi

Durante la discesa, la biomeccanica impone che la rotula tracci una linea immaginaria che cade esattamente al centro del piede. Alterazioni strutturali come le ginocchia vare o valghe impediscono il mantenimento di questo allineamento fisiologico, distribuendo il peso in modo asimmetrico sui comparti articolari e sconsigliando la flessione profonda.

Non meno determinanti sono i pregressi traumi acuti o i logorii cronici. Le meniscopatie, le lesioni parziali in conservativa o le ricostruzioni dei legamenti crociati o le tendinopatie rotulee richiedono un’attenta calibrazione degli angoli di lavoro. Forzare l’articolazione in posizioni di estrema tensione, specialmente se in presenza di instabilità articolare, rischia di riacutizzare stati infiammatori o generare nuovi danni tessutali.

Il ruolo critico dell’articolazione tibio-tarsica

Un ultimo parametro fondamentale risiede nella dorsiflessione della caviglia. La capacità di mantenere i talloni saldamente ancorati al suolo durante la discesa decreta la stabilità dell’intera catena cinetica.

Rigidità importanti a carico del tricipite surale, costringono il tallone a sollevarsi dal pavimento non appena il ginocchio avanza. Per ovviare a questo difetto, viene talvolta suggerito l’utilizzo di uno spessore sotto il piede. Tale espediente, tuttavia, non corregge la retrazione muscolare di base, limitandosi a traslare le forze di taglio direttamente sulle ginocchia e pregiudicando la verticalità della schiena. In presenza di caviglie bloccate, risulta decisamente più prudente ripiegare su varianti “mezze”, limitando l’escursione articolare al fine di non perdere la corretta traiettoria dell’attrezzo.

Conclusioni

Valutando tutti questi parametri, emerge chiaramente l’importanza della valutazione funzionale e dell’anamnesi del soggetto; siu comprende come non esista un movimento perfetto in assoluto e uguale per tutti. Esiste piuttosto l’individuo con il proprio bagaglio posturale, clinico e articolare; solo analizzando a fondo questa realtà diventa possibile selezionare lo stimolo allenante capace di massimizzare i benefici riducendo a zero i rischi.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Team MyPersonalTrainer

Source link

Di