Esiste un punto sul quale, quando si parla della Valle del Sacco, la politica continua a dividersi sistematicamente e con impressionante puntualità: tra chi tende a ridimensionare la portata delle criticità ambientali e sanitarie e chi, al contrario, ritiene che i dati disponibili descrivano una situazione molto più grave di quanto venga raccontato.
Si materializzano sempre due scuole di pensiero contrapposte. Ed è accaduto anche in seguito all’ultimo aggiornamento epidemiologico del Progetto INDACO, pubblicato dal Dipartimento di Epidemiologia regionale a luglio 2026. (Leggi qui: Valle del Sacco: né allarme né tranquilli. Cosa dice il rapporto ’26 di ARPA Lazio).
Il Progetto INDACO e i nuovi studi del DEP Lazio
INDACO, coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio e realizzato con la collaborazione di ASL Frosinone e ASL Roma 5, ha l’obiettivo di studiare lo stato di salute della popolazione residente nel SIN e il possibile ruolo delle esposizioni ambientali. La piattaforma mette a disposizione indicatori relativi a mortalità, tumori maligni e ospedalizzazioni nei 19 Comuni del SIN. Gli ultimi dati disponibili comprendono la mortalità e i tumori nel periodo 2010-2019 e le ospedalizzazioni fino al 2021.
Nel 2026 il quadro scientifico si è ulteriormente arricchito. A luglio il progetto INDACO ha dato conto di due nuovi studi del DEP Lazio.
Il primo, condotto su quasi 300.000 residenti con più di 40 anni, ha rilevato associazioni tra esposizione prolungata ad alcuni inquinanti atmosferici e incidenza di demenza e morbo di Parkinson. Il secondo, realizzato su oltre 392.000 residenti della provincia di Frosinone, ha analizzato il rapporto tra inquinamento atmosferico e diabete di tipo 2, evidenziando un’associazione con l’esposizione al biossido di zolfo e una maggiore incidenza della malattia tra i residenti entro un chilometro dal fiume Sacco.
Con una precisazione metodologica. La stessa piattaforma INDACO precisa che gli indicatori di salute (mortalità, tumori e ospedalizzazioni) servono a individuare criticità, ma da soli non identificano i determinanti delle malattie: per questo occorrono studi epidemiologici specifici.
Petricca e Martino: la «pericolosa deriva negazionista»
È questo il terreno sul quale si inserisce l’intervento dei consiglieri comunali di Frosinone del gruppo FutuRa Teresa Petricca e Giovambattista Martino, che tornano a sollevare con forza il tema del rapporto tra ambiente e salute: in particolare per la città di Frosinone. I due consiglieri, anche nella loro veste di rappresentanti dell’Associazione Medici di Famiglia per l’Ambiente, contestano quella che definiscono una «pericolosa deriva negazionista» e sostengono che i dati epidemiologici non possano essere letti selettivamente.
Il loro ragionamento parte da una considerazione condivisibile sul piano metodologico: se esistono indicatori epidemiologici che evidenziano criticità, questi devono essere discussi pubblicamente e verificati attraverso ulteriori studi, non rimossi dal dibattito. Petricca e Martino sottolineano in particolare le criticità che, a loro giudizio, emergerebbero per Frosinone nell’area delle patologie respiratorie e digestive, richiamando mortalità e ospedalizzazione e sostenendo che il capoluogo presenti valori particolarmente problematici.
La distinzione fondamentale
Su questo punto, però, occorre una precisazione indispensabile: l’esistenza di un eccesso epidemiologico non equivale automaticamente alla dimostrazione che quell’eccesso sia stato provocato da uno specifico inquinante. La stessa letteratura scientifica collegata a INDACO distingue chiaramente tra indicatori di salute e studi eziologici capaci di valutare i determinanti delle malattie. È una distinzione fondamentale.
Il terreno sul quale la letteratura epidemiologica è particolarmente consistente è quello dell’inquinamento atmosferico. Lo studio pubblicato nel 2025 su Atmospheric Environment, basato su una coorte di 665.160 persone e su dati di esposizione a PM10, PM2,5, biossido di azoto, biossido di zolfo, benzene e ozono, ha evidenziato associazioni positive tra esposizione agli inquinanti e mortalità respiratoria e tumorale.
Lo studio ha inoltre rilevato una maggiore vulnerabilità nelle fasce socioeconomicamente più svantaggiate. È un dato importante, perché introduce un elemento spesso trascurato nel dibattito: ambiente e condizioni socioeconomiche possono interagire nel determinare il rischio sanitario. È una conclusione molto più seria di qualsiasi slogan.
Le criticità specifiche di Frosinone
Secondo i due consiglieri, i dati del DEP delineano per Frosinone una «forte criticità sanitaria», con eccessi statisticamente significativi di mortalità e ospedalizzazione per i tumori dell’apparato respiratorio (trachea, bronchi, polmoni) e dell’apparato digerente, in particolare colon-retto e stomaco. Per i tumori respiratori, Frosinone registrerebbe il valore più elevato dell’intero SIN Valle del Sacco. Per le patologie dell’apparato digerente, parlano di un eccesso «moderato ma stabile», con tassi standardizzati superiori alla media regionale.
Petricca e Martino collegano il quadro respiratorio all’inquinamento atmosferico da PM10, PM2,5 e ossidi di azoto, frutto della somma tra traffico ed emissioni industriali. Per le patologie digerenti, invece, richiamano la contaminazione di acqua e suolo che avrebbe «verosimilmente compromesso la catena alimentare».
Si tratta di interpretazioni che i due consiglieri formulano a margine dei dati epidemiologici, i quali evidenziano eccessi statistici di malattia sul territorio.
Il cortocircuito
I due consiglieri mettono a confronto due momenti: l’aggiornamento epidemiologico del DEP (che fotografa una realtà di «malattie e morti») e il convegno del 24 giugno 2026, SIN Bacino del Fiume Sacco ultimo miglio, moderato dall’onorevole Aldo Mattia.
In quella sede, la direttrice regionale dell’Ambiente aveva sostenuto che, dal punto di vista sanitario, non emergerebbero elementi tali da far pensare a un impatto sulla salute umana, se non nei siti contaminati «chiaramente chiusi». Una posizione che, secondo i consiglieri di FutuRa, contraddice quanto pubblicato dalla stessa Regione: da qui l’accusa di «evidente cortocircuito».
La Valle del Sacco non ha bisogno né di un certificato politico di buona salute, né di una sentenza politica di condanna. Ha bisogno di dati. E i dati dicono che l’area continua a essere oggetto di sorveglianza epidemiologica proprio perché presenta una storia ambientale particolare e pressioni ambientali che meritano attenzione. Il progetto INDACO non è stato chiuso: al contrario, nel 2026 ha prodotto ulteriori studi. ARPA Lazio, inoltre, continua a classificare la Valle del Sacco tra le aree regionali con maggiori criticità della qualità dell’aria.
Il vero cortocircuito è politico, non scientifico
Petricca e Martino parlano di un «cortocircuito» tra le risultanze epidemiologiche e la narrazione emersa nel confronto istituzionale sulla riperimetrazione del SIN. La critica politica è legittima, peraltro formulata da chi mastica quotidianamente la materia sanitaria. Ma proprio perché la questione è così delicata, sarebbe sbagliato trasformare la discussione politica in una presunta contrapposizione tra «verità scientifiche» e «negazionismo», se prima non vengono chiaramente indicate le singole evidenze scientifiche alle quali ci si riferisce e che verrebbero negate. Da chi? Per fare che? A vantaggio di chi?
Se un dato sanitario viene contestato, verità oggettiva vuole che si produca lo studio che lo smentisce. Se un’associazione sostiene l’esistenza di un rischio, indichi la pubblicazione scientifica, la popolazione studiata, il periodo temporale, l’inquinante considerato e il livello di significatività statistica. Di contro, se un’amministrazione sostiene che un’area può essere riperimetrata, renda pubblici i criteri scientifici, ambientali ed epidemiologici utilizzati.
Anche perché sullo sfondo rimane la drammatica lentezza del processo di risanamento: in oltre vent’anni dalla perimetrazione, il SIN Valle del Sacco risulta bonificato soltanto per il 2% della sua estensione complessiva. Anche questi sono dati: oggettivi.
L’ effetto: cittadini disorientati, imprese penalizzate
La posizione di Petricca e Martino ha certamente un elemento politicamente rilevante: chiedere che la discussione sulla Valle del Sacco non venga ridotta a una disputa tra chi «vede tutto nero» e chi «vede tutto risolto». Giustissimo. Ma la stessa regola deve valere anche per loro. Dire che un territorio presenta criticità epidemiologiche è una cosa. Attribuire quelle criticità a uno specifico contaminante è un’altra. Dire che esiste un’associazione statistica è una cosa. Dimostrare un rapporto causale è un’altra ancora.
Fare della salute pubblica un terreno di scontro ideologico produce un duplice effetto dannoso. Disorienta i cittadini, instillando sfiducia nelle istituzioni e incertezza sulla reale gravità dei rischi a cui sono esposti quotidianamente. Penalizza il tessuto economico e imprenditoriale, poiché chi fa impresa o intende investire nella riconversione ecologica della Valle del Sacco necessita di un quadro normativo, ambientale e d’immagine chiaro e basato su dati oggettivi, non sulle oscillazioni della propaganda politica.
La parola d’ordine: prudenza scientifica
Il confronto va fatto su evidenze scientifiche incontestabili. È così che si costruisce una politica ambientale seria. Per questo la parola d’ordine dovrebbe essere una sola: prudenza scientifica. Non minimizzare ciò che gli studi evidenziano. Non amplificare ciò che gli studi non dimostrano.
E soprattutto non trasformare la salute dei cittadini in un terreno di battaglia politica.
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