Luarca. L’uscita dal campeggio è solitaria, Formica è ancora addormentata. Un cartello mi dice che la strada porta a tutte le direzioni e io lo seguo obbediente. Ho imparato nuovamente in questo Cammino del Nord che i Paesi Baschi ti riscaldano, la Cantabria ti allena e le Asturie ti uccidono. Mi rendo perfettamente conto, da subito, che le mie gambe, dopo ieri, sono morte. Oggi entrerò in Galizia, terra di emigranti, terra povera, terra di musica che sembra quasi irlandese ma mescolata a ritmi gitani, andalusi. Una delle ultime volte che sono arrivato a Santiago de Compostela è stato proprio per vedere uno dei musicisti internazionali più affermati della musica Gallega: Carlos Nunez. In quell’occasione era assieme ai suoi padrini i Chieftains e l’orchestra sinfonica dalla Galizia, in Plaza de Obradoiro; termine del cammino, sotto la Cattedrale. Fu un concerto memorabile. In quella occasione bruciai i 2000 km che separano La Spezia da Santiago in diciotto ore di guida folli.

Altra vita, altra epoca. Oggi la Galizia è li davanti, ad aspettarmi con le sue streghe, i suoi boschi di eucalipti e soprattutto con il Cammino di Santiago, perché non c’è luogo in tutta la penisola iberica dove si possa respirare di pìù il cammino. Tutto è cammino. Ogni strada con le sue pietre, i milladoiro, gli horreos, tutto è orientato a Santiago, è nato e cresciuto guardando le reliquie dell’apostolo tornate dalla terra Santa. Dopo quattro chilometri di sali e scendi un cartello mi avvisa che sto entrando a Luarca. Non mi innervosisco nemmeno, la prendo in ridere. Niente GPS, niente mappe. Questa è la conseguenza. La tappa di oggi in teoria è di circa novanta km, saranno già novantaquattro. Per fortuna si riesce a impostare velocità, le salite sono più lievi e c’è persino vento a favore. Mi fermo in un bar per farmi timbrare la credenziale e chiacchierare con il proprietario, un ex ciclista (almeno lui dice) molto interessato al mio percorso. Non ha il timbro, ma in compenso ha una brioche al cioccolato che sembra una baguette e che divoro famelico. In poche pedalate raggiungo uno dei luoghi simbolo del nord: la playa des catredales. Quella che ognuno ha nel salvaschermo del pc. L’abbiamo già visitata attorno al duemilasedici. Oggi purtroppo non è più possibile farlo, l’ingresso è a numero chiuso e le prenotazioni sono chiuse. A causa della continua devastazione e erosione provocata dal turismo di massa i posti sono limitati e vanno riservati con largo anticipo. Sono dispiaciuto ma tutto sommato credo che sia una scelta giusta. La salvaguardia del territorio deve essere prioritaria rispetto ad ogni forma di turismo.

Entro in Galizia nei pressi di Ribadeo e mentre mi appresto a raggiungere la città con un passaggio pedonale e ciclabile che corre a fianco all’autostrada a picco sul mare, mi arrivano due notizie dolorose, la prima è la scomparsa di una amica del Liceo che mi colpisce duramente e poco dopo la seconda è la scoperta della morte di Francesco Guccini, che ovviamente, in maniera diversa è comunque molto dolorosa. Il “vate” è stato per me, come De Andrè, ma forse ancor di più, la colonna sonora della vita…ho visitato Pavana dove l’ho incontrato e visto numerosi suoi concerti. La Galizia, terra di naufragi, con il suo cammino verso la costa da morte, dove finisce il sole, è purtroppo subito terra ricca di simbologia. Pedalo con il cuore gonfio di tristezza e mi pongo probabilmente le stesse domante di tanti che come me lo hanno percorso. Mi ripeto che fare il cammino racchiude dentro di sé una sete di conoscenza, un desiderio di capire, al di là di noi stessi, che ne è la ragione più autentica, oggi ancora di più. Come canta Guccini, nelle ore più buie della notte, sentinella non ti stancare, continua a domandare: “a che ora finisce la notte?”; una risposta non ci sarà, ma la verità sta proprio nel continuare a chiedere, nel continuare a pedalare su queste strade.

Come un pellegrino dalle gambe fatte di ruote proseguo, ritmico, cadenza alta, e lascio dopo quasi 650 km per la prima volta il mare. Lo ritroverò a Cee, prima di Fisterra, alla fine del cammino. Svolto improvvisamente verso la montagna, direzione “a Coruna”. Le salite non sono proibitive e verso le due, tutto sommato abbastanza fresco, arrivo a Mondonedo, una piccola ma affascinante città ai piedi delle montagne. Una sorta di Pontremoli Gallega, dove non a caso stanno allestendo la festa medioevale che avrà luogo nei prossimi giorni. L’area camper dove mi aspetta Formica è gratuita e molto affollata per cui, dopo aver visitato la cattedrale barocca e le strette vie antiche della città, dormiamo tranquilli. A Mondonedo avviene anche qualcosa che con il cammino non ha legame ma è comunque degno di essere raccontato. Uno degli occupanti dell’area camper notando formica segnala la nostra presenza ad un amico che, mentre noi siamo in giro per la città e quindi inconsapevoli, si presenta con un t4 del 1991 identico in tutto e per tutto (a parte alcuni piccolissimi dettagli) al nostro. Scattano foto, confrontano i modelli un vero e proprio servizio di moda. Lo scopriremo solo la mattina seguente quando il ragazzo che aveva notato formica ci condividerà tutto il set fotografico mettendoci a conoscenza dell’accaduto. Tutto questo a Mondonedo, Galizia, 2000 km da casa.

Camino del norte in Galizia

La tappa della giornata comincia malissimo, seguo le indicazioni del cammino e impreparato, mi infilo in una piccolissima stradina che si inerpica dentro un bosco. Non sono mai passato di qui e non mi sono nemmeno informato su queste ultime tappe. Nel 2009 durante “l’altro cammino: a Santiago per la via del Norte”, da Luarca avevo proseguito per la Coruna passando per Camarinas, Cabo Fisterra e poi Santiago (cosa che mi aveva impedito di ottenere la certificazione dell’avvenuto cammino di Fisterra: Santiago-Fisterra). Questa parte quindi, da Mondonedo a Santiago, mi è nuova e sconosciuta. Ne pago subito le conseguenze, in dieci chilometri scalo 650 metri di dislivello, un massacro. Neanche la bellezza del bosco e della nebbia riescono a darmi fiducia. Cosa mai capitata, sono costretto a mettere il piede a terra perché in una salita sterrata, al 22 per cento di dislivello, la gravel non fa più presa. Scendo e spingo. Zuppo di sudore come non sono mai stato raggiungo la vetta della montagna dopo quasi quaranta minuti, stravolto come se avessi fatto cento chilometri. I restanti ottanta sono un trascinarsi vergognoso, nervoso, in cui cerco di dare fondo ad ogni risorsa: riflessioni, tecniche mentali, frasi tipo “non te l’ha ordinato il medico”, barrette energetiche, cibo a caso. Oltretutto il paesaggio non aiuta, la Galizia qui è davvero povera, non c’è nulla, poche case che si affacciano sulla nazionale, camion che mi sorpassano urlando. Diventa la tappa del tormento, quella in cui vuoi lanciare la bici, sederti lato strada e mandare tutto a la puta calle, come dicono qui. Invece, ogni cicloviaggiatore o ciclista lo sa, resisti e alla fine, con un caldo che di nuovo diventa insopportabile, arrivi a destinazione. Sobrado, 58 chilometri da Santiago.

Camino del norte in Galizia

Qui tutto è cammino. Siamo sempre sulla via del Nord, la ricongiunzione con il cammino francese avverrà domani ma, complice essere entrati negli ultimi cento, e quindi nella distanza minima che garantisce la Compostela, ci sono tantissimi pellegrini. Affollano la piazza del paese (dove domani ci sarà una sagra della trota!). Ognuno ha la sua storia, Una ragazza tedesca racconta di averlo fatto cinque volte, altri di essere qui per la prima. Qualcuno zoppica, qualcuno preferisce stare in disparte a riposare. In generale tutti vegetano accumulando calorie. Noi siamo fortunati, il nostro “spot” è vicino ad una “clamorosa” piscina comunale gratuita. Stasera dormiremo qui e nel frattempo potremo usare i bagni, gli spogliatoi e la piscina stessa, tutto il pomeriggio sino alle 20.30, come ci informa prontamente un bagnino molto gentile. Anche se rassicurati dalle persone del luogo e dalle recensioni di park4night passo una notte agitata, domani sarò a Santiago, per la quinta volta finirò il mio pellegrinaggio. Una musica tipo rave, in lontananza, dura sino alle cinque del mattino. Le brutte notizie di questi giorni, i timori di ulteriori assalti di “banditi”, la stanchezza dei settecento chilometri percorsi in sette tappe cominciano a pesarmi e non riesco a dormire. Tutto è silenzio attorno, la notte muove lentamente verso l’alba e io mi giro e rigiro nel van. Alla fine, come una pessima sentinella, quando il rave finisce, finalmente mi addormento, con in mente le parole:

“Shomèr ma li-llailah, shomer ma mi lell, shomer ma mi-llailah, ma mi-lell”


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Fabio Lugarini

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