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entre leggete questo articolo, è probabile che siate convinti di essere nella realtà: nulla di troppo strano sta accadendo, sapete dove vi trovate, da quanto tempo e perché. Conviene sempre dare una controllata. Se ora che vi siete soffermati a pensarci, la vostra risposta è affermativa, possiamo continuare. Il concetto di realtà è istintivamente appreso su basi puramente quantitative e statistiche, è lo stato di coscienza in cui più comunemente siamo immersi e che maggiormente occupa la nostra vita cosciente.
Possiamo definire quindi la vostra (e la mia) situazione psicofisica attuale come uno stato di coscienza in cui il cervello, recependo input sensoriali dall’esterno, li processa e li amalgama in un flusso stabile e coerente. Se voglio muovermi da un punto A a un punto B, allora il mio percorso nello spazio sarà continuo e coerente. Se ho sete e voglio prendere il bicchiere d’acqua che vedo sulla mia scrivania, questo pensiero si realizzerà in un’azione prevedibile. Se vado in cucina per scambiare quattro chiacchiere con Anna, mi aspetto che lei capisca e mi risponda, come è successo anche ieri. Insomma, il cervello si comporta come un dispositivo proiettivo (generando una realtà coerente in cui agire, a partire dalle percezioni sensoriali) e predittivo (valutando la probabilità che le nostre azioni abbiano una conseguenza prevedibile nella realtà).
Qualche ora fa, prima di sedermi qui alla scrivania per scrivere questo articolo, camminavo in un vialetto di cemento che costeggia dei condomini residenziali di tre o quattro piani. Una grossa figura grigia aveva attirato la mia attenzione in uno dei giardini sulla sinistra. Inizialmente ho pensato a un grosso peluche perché, anche da qualche metro di distanza, riuscivo a distinguere chiaramente la sua superficie morbida e pelosa. Ma poi, soffermando lo sguardo, ha cominciato a muoversi. Era un grosso cavallo grigio, sdraiato a terra sul fianco, si lamentava. Scrollava la testa nervoso, chiaramente incapace di alzarsi sulle zampe. Una donna gli stava portando dell’acqua in una bacinella. Dall’alto di uno dei balconi, al terzo piano, delle figure più giovani lo guardavano con tristezza e apprensione. In quel momento ho capito che era precipitato e come tutti gli altri intorno a me sapevo che non ci sarebbe stato molto da fare. Ho provato una grande tristezza.
Su una caratteristica in particolare il sogno assomiglia pericolosamente alla realtà: è molto raro che ne dubitiamo, almeno finché ci siamo dentro. La nostra coscienza riesce a calare l’esperienza in una narrazione coerente e fluida, come in un impeccabile gioco di prestigio.
Appena sveglio mi sono appuntato il sogno e ho pensato a quanto fosse strana la facilità con cui consideriamo irreale lo stato onirico. Durante tutta quell’esperienza non avevo alcun sospetto di non trovarmi nella realtà. Eppure, subito dopo, la continuità e la percezione di coerenza di quella scena era venuta meno. Così avevo potuto tracciare una linea: “era un sogno perché ora sono sveglio”, mi sono detto. Lo stato onirico, paragonato alla realtà per come l’abbiamo definita sopra, occupa circa un terzo del tempo della nostra vita e può sembrare ragionevole, quindi, posizionarlo un gradino più in basso nella classifica degli stati di coscienza: è meno reale della realtà. Anche se su una caratteristica in particolare, il sogno gli assomiglia pericolosamente: è molto raro che ne dubitiamo, almeno finché ci siamo dentro. La nostra coscienza riesce in qualche modo a calare l’esperienza in una narrazione coerente e fluida, come in un impeccabile gioco di prestigio. È quello che Roger Caillois nel suo L’incertezza dei sogni (1956) chiama “la malia”, un affascinante processo ipnotico che ci porta a non dubitare dei sogni durante il loro svolgimento.
È un processo di cui Kafka, a forza di trasporre lo stato onirico nella sua scrittura, era diventato un elegante virtuoso. Se leggiamo qualche racconto di Un medico di campagna (1919) e lo confrontiamo con le trascrizioni dei suoi sogni (raccolti in Sogni, 1990), il rapporto è sorprendente. Caillois, descrivendo la prosa di Kafka, precisa che l’intento dello scrittore è di condurre
il lettore nella situazione di allucinato nella quale si trova quando sogna, o almeno a ricordargliela in modo sufficientemente persuasivo, deve dunque prima di tutto provocare nella sua vittima incruenta uno stato di acquiescenza incondizionata. […] L’insolito è obbligatorio, perché bisogna che il lettore sappia che si tratta di un sogno, ma questo non deve mai avvenire a discapito dell’impressione di realtà, di coerenza senza incrinature, di attrazione quasi magnetica, che sono gli unici elementi in grado di riprodurre l’atmosfera del sogno.
Così come Kafka rappresenta l’apice della trasposizione del sogno in letteratura, Philip K. Dick è il maestro assoluto del risveglio. I personaggi dello scrittore di San Francisco si risvegliano costantemente dalla realtà: Nobusuke Tagomi, Joe Chip, Horselover Fat. Improvvisamente realizzano che sono “scomparsi gli oggetti, la realtà di ieri. È rimasto solo il nome, la parola. La sostanza si è dileguata” (Ubik, 1969); “Niente è ciò che sembra. La realtà è un’ipnosi collettiva, o peggio, un inganno deliberato” (L’uomo nell’alto castello, 1962); “Non siamo qui. Non siamo affatto su questo pianeta. Siamo dentro un macchinario, una scatola nera che ci alimenta di sogni perché la verità della nostra esistenza è troppo atroce da sopportare” (Labirinto di morte, 1970). Potremmo chiamarla paranoia ma, come vedremo, il dubbio ontologico di Dick nasconde molto di più di una trasposizione romanzesca della psicosi. Quelli dei personaggi dickiani non sono semplicemente risvegli filosofici, ma psico-chimici o psico-tecnologici. Ciò che li trattiene ammaliati da una falsa realtà sono macchinari o più spesso sostanze psicoattive, prodotti da entità aliene o apparati governativi oppressivi, che alterano tendenziosamente le percezioni.
Così come Kafka rappresenta l’apice della trasposizione del sogno in letteratura, Philip K. Dick è il maestro assoluto del risveglio. I personaggi dello scrittore di San Francisco si risvegliano costantemente dalla realtà.
In K-Hole. Come la ketamina ha inventato il futuro (2026), Carlo Mazza Galanti porta l’esempio più pregnante: La fede dei nostri padri (da Tutti i racconti 1964-1981, 2009). In questo racconto, Dick ipotizza la somministrazione sistematica di una sostanza allucinogena alla popolazione mondiale, che permette di esperire una falsa realtà condivisa: il mascheramento chimico di un governo autoritario al giogo di una divinità malvagia, in puro stile orrore cosmico. Mescolando in parti uguali elementi da Kafka e Lovecraft, Dick cucina un meccanismo di controllo squisito, spalancando le porte del futuro. O forse già quelle del presente.
Il libro di Mazza Galanti si concentra programmaticamente sulla ketamina, ma la sua riflessione trabocca, allargandosi allo sfaccettato e complesso rapporto dell’uomo con le sostanze che alterano la percezione della realtà. La struttura stessa del testo, diviso in brevi capitoli che non seguono una sequenza lineare ma sono intrecciati tra loro da fitti rimandi ipertestuali, sembra voler imitare la forma atomizzata e caotica ‒ rizomatica, accogliendo la definizione di Deleuze e Guattari (Mille piani, 1980) ‒ delle percezioni sensoriali influenzate da una sostanza psicoattiva.
L’autore si confronta così con una costellazione di eventi, personaggi e teorie che esplodono nell’oggetto-libro inteso come flusso lineare, frammentandolo e dando vita a un alveare di rimandi sospesi tra un Breviario del caos (Albert Caraco, 1982) e il grafo di un vault di Obsidian. Una struttura intricata in cui è necessario perdersi, riemergendo ogni volta con un senso di meraviglia e frustrazione, per non aver ancora esaurito le moltitudini di nessi e correlazioni interne. Sotto la cui superficie pulsano i gangli di una iridescente disamina delle alterazioni della coscienza e del loro intrecciare relazioni indistricabili con il tessuto delle società umane. Ancora più a fondo una processione psichedelica di volti e nomi che hanno fatto delle sostanze psicoattive la pietra angolare di una ricerca ontologica, psichica e spirituale.
John Lilly, Albert Hoffman, Marcia Moore, Terence McKenna, Humphry Davy, DM Turner, John Perry Barlow non sono solo drogati, ma esploratori della coscienza che hanno trasformato la propria dedizione speculativa ed esperienziale nei confronti di una sostanza in un obiettivo assoluto della propria esistenza. Spendendo spesso in questi stati di coscienza un tempo enorme, che potrebbe superare quantitativamente quello onirico e avvicinarsi a quello speso in ciò che abbiamo definito come stato di realtà. È lecito ad esempio domandarsi quale fosse la realtà per John Lilly quando “in uno dei suoi incredibili picchi di assunzione ketaminica” arrivò a somministrarsi “un’iniezione all’ora di 50 mg per diciotto ore al giorno per tre settimane”.
È anche molto difficile rispondere a questa domanda senza connotarla di venature moralistiche, corroborate dal rassicurante senso comune di una società in cui “gli stati di trance, possessione divina e dissociazione psicologica, tipicamente associati alle culture tradizionali precristiane, sono stigmatizzati e ricondotti all’opera del demonio”. D’altronde, tanto il capitalismo quanto i grandi monoteismi, hanno sempre aberrato le evasioni autoindotte, preferendo relegare l’innata vocazione umana ad alterare la propria coscienza in dinamiche ben prescritte, controllabili e per quanto possibile mercificabili. Tanto le grandi scuole mistiche, dallo gnosticismo al sufismo, sono state osteggiate e perseguitate, tanto la preghiera domenicale e la realtà virtuale sembrano oggi gli strumenti adatti all’esistenza decorosa del buon cittadino per cui “una coscienza divisa è una coscienza destinata alla morte, al suicidio. La coscienza giusta, sana, è quella integrata, unica, cartesianamente presente a sé stessa”.
Il libro di Mazza Galanti si concentra programmaticamente sulla ketamina, ma la sua riflessione trabocca, allargandosi allo sfaccettato e complesso rapporto dell’uomo con le sostanze che alterano la percezione della realtà.
È proprio sulla vita e sulle ricerche di John Lilly che si concentra un’ampia parte del libro. Ne facciamo la conoscenza già nel primo capitolo, mentre è in volo verso Los Angeles con diversi microgrammi di ketamina nelle vene. Quando si sporge verso il finestrino per guardare una cometa che sorvola il cielo statunitense, questa gli comunica telepaticamente che sta per provocare un black-out nell’aeroporto. La profezia si realizza appena qualche secondo dopo, quando un aereo della TWA prende fuoco schiantandosi sulla pista. Almeno così apprendiamo candidamente da The Scientist, la sua autobiografia.
Giovane promessa degenerata della scienza per bene, dopo una laurea in biologia e un dottorato in medicina, Lilly comincia a interessarsi alla deprivazione sensoriale, progettando un apposito congegno in cui studiarne gli effetti: una vasca isolata acusticamente, riempita di acqua calda e salinizzata, in cui il corpo può galleggiare replicando l’esperienza dell’esistenza prenatale. Da qui in poi, la sua vita diviene un lento e rocambolesco sprofondamento nei lidi più avanguardistici della sperimentazione psichedelica. Prima assumendo LSD nella vasca, passando poi alla ketamina, infine, intrecciando questi studi con la ricerca di un metodo per la comunicazione interspecie, in particolare tra esseri umani e delfini. Si fonda così il leggendario Communication Research Institute nelle Isole Vergini, in cui comincia a somministrare forti dosi di LSD e ketamina, non soltanto a sé stesso, ma anche a Peter, un giovane delfino maschio della specie Tursiops truncatus, con cui tentava di stabilire una comunicazione telepatica immerso nella vasca di deprivazione sensoriale.
I risultati tardano ad arrivare, i fondi scarseggiano e si comincia a vociferare di una presunta relazione zoofila della sua assistente Margaret Howe con il delfino Peter, che nel frattempo aveva evidentemente raggiunto la pubertà. In questo quadro, già abbastanza spericolato per una ricerca scientifica, va aggiunto che Lilly fin da bambino aveva avuto esperienze di comunicazione con entità aliene. Non risulta quindi sorprendente che il protrarsi delle sue sperimentazioni lo porterà alla creazione di un pantheon multidimensionale in cui lo scontro occulto tra intelligenze differenti (Lilly distingue tra intelligenze water-based e solid-based) è governato da una scatola cinese di centri di potere cosmici, riepilogati puntualmente da Mazza Galanti: “per quanto riguarda le intelligenze water-based esiste un centro di coordinamento chiamato ECCO (Earth Coincidence Control Office), il quale fa capo a una Solar System Control Unit (SSCU), che risponde a una stazione chiamata Galactic Coincidence Control (GCC), la quale a sua volta obbedisce al Cosmic Control Office (CCO)”.
Giovane promessa degenerata della scienza per bene, dopo una laurea in biologia e un dottorato in medicina, John Lilly comincia a interessarsi alla deprivazione sensoriale, progettando un apposito congegno in cui studiarne gli effetti.
Di questi centri di potere quello che ha avuto maggior successo ‒ almeno nell’immaginario comune ‒ è stato ECCO, che ha ispirato il videogioco ECCO The Dolphin, uscito su Sega Mega Drive nel 1992, in cui il delfino protagonista deve salvare un mondo sull’orlo della desolazione da Vortex, malvagia entità aliena che ne depreda le risorse. Il gioco ha a sua volta ispirato Daniel Lopatin (musicista meglio conosciuto come Oneohtrix Point Never) che, sotto lo pseudonimo di Chuck Person, nel 2010 pubblica Eccojams Vol. 1, album che Mazza Galanti definisce mirabilmente “un montaggio citazionista ultrararefatto di sonorità pop tardonovecentesche riverberate, effettate, e soprattutto rallentate”. Una sperimentazione sonora decisiva per la nascita dell’estetica vaporwave che tra musica e design imperverserà negli anni successivi. Per chiudere il cerchio di questo contagio culturale, anche Lilly negli anni Novanta aveva pubblicato un album chiamato semplicemente E.C.C.O., uscito per l’etichetta Silent, che alterna un ambient dozzinale dal sapore vagamente new-age a spoken-word su ecologia e misticismo. Questo lavoro purtroppo non avrà molto successo, né influenzerà alcunché.
Ma lasciando la superficie di questa curiosa parabola esistenziale e inabissandoci nella vita del promettente scienziato convertitosi a profeta psichedelico, incontreremo inquietanti zone d’ombra. Prima di vestire i panni del guru controculturale (“verso la fine della sua vita andava in giro con un cappello di pelliccia e la coda di procione alla Davy Crockett”) Lilly aveva infatti intrattenuto rapporti ambivalenti con il governo e i servizi segreti statunitensi, i quali finanziarono buona parte dei suoi studi. Il nucleo sommerso, su cui sembra sorreggersi tutto il lavoro di Mazza Galanti in K-Hole, è quello di una guerra per il controllo delle coscienze ancora in atto, ben poco distante dagli scenari distopici immaginati da Philip K. Dick. Una guerra che le colorite narrazioni divulgative, fatte di personaggi strampalati e avventure ai limiti della realtà, sulla scoperta e l’assunzione di sostanze come l’LSD o la ketamina rischiano di occultare definitivamente.
Già ai tempi delle prime sperimentazioni con la vasca di deprivazione sensoriale, Lilly aveva attirato l’attenzione del governo statunitense, più che mai immerso nel clima paranoide della guerra fredda, interessato al suo possibile uso come strumento di riprogrammazione mentale. Sono gli anni Cinquanta, il periodo in cui emerge nelle menti dei funzionari statali statunitensi il sogno bagnato del brainwashing, “inventato all’inizio del decennio da Edward Hunter, un giornalista corrispondente dalla Cina specializzato nelle tecniche di indottrinamento ideologico del blocco comunista”. Sono gli stessi anni in cui Lilly frequenta la McGill University, dove Donald Hebb e Donald Ewen Cameron conducono esperimenti per conto dei servizi segreti, mescolando comportamentismo skinneriano e coercizione chimica, con l’obiettivo di trovare una chiave che permetta finalmente l’accesso e il controllo indiscriminato della mente umana.
Già ai tempi delle prime sperimentazioni con la vasca di deprivazione sensoriale, Lilly aveva attirato l’attenzione del governo statunitense, più che mai immerso nel clima paranoide della guerra fredda, interessato a un suo possibile uso come strumento di riprogrammazione mentale.
Cameron, che tra il 1961 e il 1966 è stato presidente della World Psychiatric Association, è una figura chiave del progetto MKULTRA, condotto in segreto dalla CIA durante la guerra fredda, che si proponeva di identificare e sviluppare sostanze e procedure per interrogatori basati sul controllo mentale. Usò i generosi finanziamenti governativi per trasformare la villa gotica sulle colline di Montréal, dove aveva sede l’Allan Memorial Institute in cui lavorava, in un laboratorio dell’orrore. Qui somministrava indisturbato, a pazienti affetti da patologie di lieve entità (alcolisti, depressi, nevrotici), forti dosi di sostanze alteranti (cloropromazina, barbiturici, metamfetamine, insulina, poi sostituite da LSD e PCP, il composto anestetico da cui fu sintetizzata la ketamina) alternandoli a continue sedute di elettroshock. Il processo di riprogrammazione mentale durava intere settimane, con sedute di sedici o venti ore al giorno, alternate da pause in cui il paziente ignaro veniva fortemente sedato e svegliato solo per nutrirsi ed espletare i bisogni fisiologici.
L’ombra della coercizione psichedelica, descritta in K-Hole, si protrae in una staffetta di figure inquietanti tra cui troviamo Salvador Roquet, psichiatra messicano e inventore di un processo terapeutico chiamato “psicosintesi”, che tra il 1969 e il 1974 dirigerà l’omonimo istituto di ricerca a Città del Messico. I pazienti coinvolti in una seduta di psicosintesi venivano condotti in una stanza adeguatamente allestita con schermi che proiettavano “scene di guerra e violenza accanto ad altre di sesso, foto di famiglia virate seppia con bambini in braccio a genitori felici, tramonti, teschi, cimiteri, demoni, crocifissi”. Nel frattempo musiche caotiche erano sparate a tutto volume dagli altoparlanti precedentemente disposti tra luci colorate, flash e poster dall’estetica misticheggiante. Qui i pazienti erano trattenuti tra le otto e le dieci ore, dopo la somministrazione di svariate sostanze psicotrope (che potevano variare a seconda dei casi tra LSD, ololiuqui, mescalina, ayahuasca, psilocibina, MDMA, MDA, ketamina, datura o Salvia divinorum) per produrre un bad trip controllato che avrebbe permesso, attraverso lo shock psichico, di fare emergere il trauma da trattare.
Una ipersaturazione chimica e percettiva il cui scopo era appunto forzare le chiavi di accesso del cervello umano, così da permettere una sua facile riprogrammazione. Roquet, con i suoi trattamenti, diverrà una figura chiave nella repressione seguita al “Massacro di Tlatelolco” nel 1968, durante il quale gli studenti messicani manifestarono in strada per una società più democratica e per lo scioglimento dei corpi di polizia repressiva. Dopo essere stati accolti dagli spari dei cecchini (le stime parlano di circa 400 morti) nella Plaza de las Tres Culturas, nel quartiere di Tlatelolco a Città del Messico, molti dei sopravvissuti, con il benestare diretto della CIA, vennero incarcerati e interrogati alla presenza di Roquet che gli iniettava sostanze psicotrope per renderli “più propensi alla confessione”.
Proibire, ignorare o dimenticare le sostanze psicoattive significa lasciarne il potenziale nelle mani di un potere oppressivo che sa benissimo da anni quale uso farne: riprogrammazione mentale, terrorismo psichico, sottomissione e controllo biochimico.
Come fa notare Mazza Galanti, i metodi di Roquet e di Cameron “divennero la base sperimentale di manuali segreti sulle tecniche d’interrogatorio ad uso dell’esercito statunitense nei loro interventi militari in giro per il mondo, dall’America Latina durante la Guerra fredda fino a Guantanamo e Abu Ghraib dopo l’11 settembre”. Quelle di Roquet e Cameron non sono che episodi chiave in una ben più lunga guerra di posizionamento per il dominio delle sostanze psicoattive. Proibirle, ignorarle o dimenticarle significa lasciarne il potenziale nelle mani di un potere oppressivo che sa benissimo da anni quale uso farne: riprogrammazione mentale, terrorismo psichico, sottomissione e controllo biochimico.
È questo il punto focale che fa compiere alla sfaccettata ricerca di K-Hole la sua metamorfosi in esplicito atto di militanza:
L’Occidente contemporaneo – lo stesso che oggi, in certe sue derive destrorse e populiste, vorrebbe reprimere l’uso di sostanze psicoattive non tradizionali – è la società probabilmente più tossicomane e tossicofila che mai sia esistita nella storia umana. Oltre al fatto palese che molte delle molecole più insidiose degli ultimi anni, dai barbiturici agli oppioidi sintetici, sono farmaci “legali” regolarmente prescritti, il numero di dipendenze che attraversano le nostre società, non ultime quelle legate all’uso di tecnologie informatiche, è esorbitante.
La rivendicazione (che significa conoscenza, legalizzazione, autogestione) delle sostanze psicoattive è una lotta legittima contro un “realismo capitalista”, come lo aveva definito Mark Fisher nel libro omonimo (2018), che non ci inchioda soltanto a un senso ineluttabile di realtà, ma impone la sua realtà precostruita e preconfezionata, ideologicamente pervasiva. Lo fa con metodi che nel tempo sono divenuti sempre meno espliciti: dalla coercizione chimica di MKULTRA, oggi l’interesse è virato verso quella subliminale e computazionale dello smartphone.
Perché allora un libro incentrato sulla ketamina? Mazza Galanti risponde prontamente che in
una società che costringe l’individuo al controllo costante di un panopticon ubiquamente diffuso, una società che dissocia la coscienza dalla realtà empirica inquinando la percezione con fake e simulacri, una società che riduce ogni differenza qualitativa traducendo l’infinita varietà del reale nell’aritmetica minimalista del codice binario – ecco, questo tipo di società domanda un “controveleno”, qualcosa capace di comprendere e se possibile hackerare il sistema di controllo e organizzazione sociale basato su isolamento/anestesia/dissociazione utilizzando in qualche modo i suoi stessi strumenti, deviandoli e risignificandoli in una chiave politicamente ed esistenzialmente alternativa.
È evidente quindi, in questo senso, che definire il nostro concetto di realtà, tracciarne dei confini precisi, è un problema politico. Evadere dalla realtà imposta, attraverso il sogno, le sostanze psicoattive o la morte stessa, è un atto politico. Non sorprende che i più grandi profeti della rivoluzione psichedelica abbiano visto proprio nel momento del trapasso l’ennesima occasione per sperimentare con le sostanze alteranti. Aldous Huxley sul letto di morte, incapace di parlare a causa di un cancro alla gola, passa a sua moglie, Laura Archera Huxley, un fogliettino con su scritto “LSD, 100 µg, intramuscolo” morendo sereno qualche ora più tardi. Qualcosa di simile fa anche Timothy Leary, più istrionico ed estroverso di Huxley, quando nel 1995 riceve una diagnosi di cancro alla prostata, decide di trasformare i suoi ultimi giorni in un diario psichedelico pubblicato sul suo sito web, in un’ultima ricerca sui confini della mente prima di fare i saluti. In una delle pagine del suo death-streaming, Leary pubblica la sua routine psico-chimica quotidiana: “2 tazze di caffeina, 13 sigarette, 2 Vicodin, 1 bicchiere di vino bianco, 1 highball, 1 riga di cocaina, 12 palloncini di protossido di azoto, 4 biscotti Leary (marijuana in formaggio fuso su un cracker Ritz)”. La squisita ricetta della sua realtà.
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Franco Cimei
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