Ci vuole un certo coraggio a impugnare un portatile nel cuore della notte dopo i festeggiamenti di ferragosto, una cena luculliana e una quantità di gin tonic sufficiente ad abbattere un bovino adulto, per scrivere un articolo guardando uno spicchio di luna con i piedi a mollo nell’acqua di un ameno paesino marino d’oltralpe.
Sarà la felice combinazione di tutte queste cose — ma soprattutto il sovrano rispetto per il mio direttore, al quale Stachanov fa un baffo — a spingermi felice a scrivere in ogni caso. Ben sapendo che anche voi sopravvissuti all’ennesimo ferragosto vissuto in tenuta da guerra contro cibi e bevande di ogni genere lo leggerete distrattamente, riconoscendo solo una riga su tre, una volta arrivati trascinandovi sul lettino bordo mare o piscina prima di crollare addormentati, per poi risvegliarvi bruciacchiati di quel colore pervinca tipico dei popoli del nord al primo giorno di mare del sud senza crema protettiva.
«La situazione è grave ma non è seria»
«La situazione è grave ma non è seria» avrebbe detto Flaiano, come nel suo celeberrimo Diario Notturno che mai come stanotte è adeguato alla situazione. Lo avrebbe detto certamente di fronte all’arresto di Walter Lavitola in pieno caldo agostano per l’affaire bomba a Ranucci. Perché alla fine ha confessato: è stato lui il mandante della finta bomba al conduttore di Report.
Le rivelazioni che trapelano sulla stampa sono fantastiche e vanno dal «io avevo solo detto di sparargli, mica di mettere una bomba» fino al «l’ho fatto per proteggerlo e fargli aumentare la scorta». Immaginifiche, avrebbe detto D’Annunzio. Anche se ormai anche il quisque de populo ha capito che era una strategia — non raffinatissima — per aumentare la notorietà del conduttore e lanciarlo come un invincibile razzo nell’orbita politica. Abortita però come un lancio di prova finito male di uno Sputnik qualsiasi.

La Sindrome di Napoleone
Eh sì, perché Ranucci, oltre alla statura, condivide con Napoleone la nota sindrome. Lo si è capito bene dalle sue dichiarazioni, dove si paragona improvvidamente a Moro, Falcone e Borsellino. Con il piccolo particolare che questi grandi uomini sono morti davvero, vittime di attentati reali. Lui la bomba non se l’è messa da solo ma gliel’ha messa uno dei suoi amici più stretti ed è vivo e vegeto. E non mi sembra una differenza da poco.
Eppure l’avevano pensata bene. Lavitola e Ranucci erano perfettamente complementari: il faccendiere che trama dietro le quinte e il giornalista frontman spinto a furor di popolo verso alti incarichi. Erano la Charis uno dell’altro, direbbe uno colto. Ma quando poi ti riveli un fintone non c’è filosofia greca che tenga: sprofondi nel ridicolo e, come è normale, ti abbandonano tutti. Poi la puoi prendere con sportività oppure abbaiare alla luna come fa Ranucci, pontificando su se stesso.
Un profilo che ha colto bene la giornalista Selvaggia Lucarelli, pubblicando in queste ore l’incredibile recensione online con cui Ranucci, occultamente, autorecensiva il suo libro, definendolo un capolavoro e firmando con un nome falso — dimenticando però che sopra appariva il nome utente che era lui. Passato dall’auto-bomba all’auto-recensione.
L’ovazione dell’ANM: la Cura Ludovico di Kubrick
Eppure, fino a un certo punto, funzionava. Ricordate, durante la campagna referendaria per il No, quando Ranucci intervenne a un’assemblea dell’ANM dove tutti, in ogni ordine di posto, si alzarono tributandogli un’ovazione che nemmeno quella celebrata da Marco Licinio Crasso dopo la vittoria contro Spartaco nella Terza Guerra Servile? L’immagine della magistrata che al microfono, emozionata, lo annuncia tra gli scroscianti applausi rimbalza su tutti i social e la trovi dappertutto.
Io che la salto in ogni ordine e maniera finisco per ritrovarmela ovunque e mi sento inseguito da quell’immagine come se fossi costretto a rivederla come forma di catarsi. Mi sento immerso nella celebre scena della Cura Ludovico in Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, che mostra il protagonista Alex costretto con la forza a tenere gli occhi spalancati tramite appositi divaricatori, subendo la proiezione forzata di brutali immagini accompagnate dalla Nona Sinfonia di Beethoven.
Con tutti i magistrati italiani in piedi ad osannarti, ti viene la Sindrome di Napoleone. Per lui è perfetta: si dice colpisca le persone di bassa statura, che mostrerebbero comportamenti aggressivi, dominanti o prepotenti per compensare il proprio svantaggio fisico. Il nome deriva da Napoleone Bonaparte, sebbene lui fosse alto circa 1,70 metri — una misura normale per la sua epoca — ma gli inglesi, a forza di sfotterlo, gli avevano fatto venire il complesso.
Ma i tratti ci sono tutti: voglia di farsi notare, bisogno di controllo, modi bruschi e rabbia facile, voglia continua di vincere e primeggiare, vanità e finto vanto sulle proprie doti.
Jung, la volontà di dominio e la dinamica dell’ombra
«Volere è potere» avranno pensato lui e Lavitola tra una mangiata di pesce e l’altra, e sono partiti per l’impresa. Ma si vede che non avevano letto Jung, il quale riteneva che il potere e la volontà di dominio sono strettamente legati alla psiche e visti come l’opposto polare dell’amore. Egli considerava il motto «volere è potere» un falso mito e una superstizione dell’uomo moderno, incapace di accettare di essere in balia di forze inconsce che non può controllare con la sola razionalità.
Un’antitesi fondamentale: dove regna l’amore, il desiderio di potere svanisce; dove predomina il potere, l’amore è assente o represso. Jung chiama questo fenomeno «la dinamica dell’ombra»: l’uno costituisce l’ombra dell’altro. Chi cerca ossessivamente il potere nasconde un vuoto affettivo, e viceversa. Tutto passa per l’illusione del controllo: credere di poter dominare tutto con la sola volontà egoica porta l’individuo a scontrarsi con la propria parte inconscia, l’Ombra.
Ed infatti, con un gioco di parole, potremmo dire che in poche settimane Ranucci è diventato l’ombra di sé stesso. Forse per una volta ha avuto ragione la Meloni che, in più interviste, ha ribadito che per andare al potere non esistono scorciatoie. E questo ne è l’esempio lampante.
Flaiano e le ombre
Lo stesso Flaiano lo sapeva, e alle ombre ha dedicato diversi titoli dei suoi geniali libri come Le ombre bianche o Le ombre fatte a mano. La parola «ombra» è addirittura l’incipit della sua Autobiografia del Blu di Prussia: «Se in un quadro i cattivi umori del pittore, le sue torbide malinconie, i suoi errori, le sue sfrenate ambizioni condensano e s’esprimono, state certi che là, in quel punto, troverete la mia ombra, l’ombra del Blu».
Ma forse avete ragione voi a pensare: ma come ti va la notte di ferragosto di scrivere cose così serie? Nonee — l’ho detto prima — sono gravi ma non serie. Sono tutte ammantate dall’ombra del ridicolo. Come io scrivo circondato da ombre della notte profonda che mi dicono che è ora di andare a dormire perché tra poco è l’alba, e anche io devo strisciare come un bradipo sul lettino a rosolarmi al sole per smaltire le mie pantagrueliche prestazioni serali.
Anche se il mio intento iniziale era identico a quello che sempre Flaiano descrive nel Diario notturno: «Decise di cambiar vita, di approfittare delle ore del mattino. Si levò alle sei, fece la doccia, si rase, si vestì, gustò la colazione, fumò un paio di sigarette, si mise al tavolo di lavoro e si svegliò a mezzogiorno». Eccomi: sono io, paro paro.
Ci vediamo allora sul lettino dopo la debradipizzazione, espresso doppio e croissant. Sperando nell’ombra: ma stavolta quella del salvifico ombrellone.
Buon ferragosto fatto. Lavitola è bella.
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