Bussate e vi sarà aperto. A spalancare le porte, anche nei giorni di Ferragosto ai giovani che sfruttano la vacanza alla ricerca di una pausa di riflessione e alla voglia di ritrovare se stessi, più che al divertimento a tutti i costi, c’è la famiglia dei Salesiani.
A Bra e in tutto il mondo si ricorda oggi, 16 agosto, l’anniversario della nascita di san Giovanni Bosco.
Un esempio di fede e di amore che dura da ben 211 anni, visto che Giovannino Bosco emise il primo vagito a Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo don Bosco) il 16 agosto 1815. Morì a Torino il 31 gennaio 1888 e fu dichiarato santo nel 1934.
«Camminate coi piedi per terra e col cuore abitate in cielo». Così diceva don Bosco e lo ripete ancora oggi per bocca del direttore nella casa salesiana, che rappresenta la sua paternità educativa, la sua sollecitudine per i giovani e le famiglie.
Lo sa bene don Riccardo Frigerio, che si è speso per quattro anni a fianco delle centinaia di ragazzi e ragazze che frequentano l’Istituto San Domenico Savio di Bra, sotto la protezione e l’aiuto di Maria Ausiliatrice.
Ma nulla è per sempre e così anche le esperienze più belle finiscono. Proprio questo è il segreto della fecondità e dell’efficacia della missione salesiana. Così, ha accettato, in spirito di obbedienza, il nuovo servizio presso la Casa madre dell’opera salesiana di Valdocco, che profuma di un ritorno alle origini.
Con lui abbiamo fatto una chiacchierata, partendo dal bilancio della sua permanenza a Bra.
Don Riccardo, come sono passati questi 4 anni?
«Parto da una evidenza: il bene prevale nettamente sul male, non c’è proprio partita. Sento di poter andare via, verso nuovi incarichi, perché ho la certezza che l’Opera è solida, che una marea di gente la sostiene con il proprio affetto e con l’impegno concreto, con il sudore della fronte; sono lieto di aver partecipato ad una porzione piccola, ma intensa della vita di questa comunità. Quando sono arrivato, conoscevo poco della città, c’ero stato tanti anni prima per l’esperienza estiva di poche settimane, ne avevo un’immagine davvero limitata. Ora so che nel susseguirsi delle attività, nelle celebrazioni, nel coinvolgimento di diverse persone la nostra Casa salesiana è viva e vitale. Sono succeduto a don Alessandro (Borsello, ndr), che mi ha “consegnato” un tesoro e ora lo trasmetto a don Bartolo (Pirra, ndr), convinto che lo valorizzerà ancora di più. Se dovessi cercare una parola di sintesi, sarebbe tra quelle che indicano le cose fatte insieme, che iniziano per “co-“: coinvolgimento, collaborazione, corresponsabilità, comunione…».
Se chiudi gli occhi, qual è il pensiero che ti viene per primo in mente di questa esperienza braidese?
«Una delle cose che ho provato a mantenere, nonostante gli impegni quotidiani, è stato il saluto in entrata o in uscita al cancello alle centinaia di ragazzi e giovani che lo attraversano per la scuola o per l’oratorio. Davvero è una soglia che introduce ad un mondo dedicato completamente a loro. Mi piace scrutare i volti e augurare una buona giornata o un buon ritorno a casa, accompagnati dallo sguardo materno di Maria e dall’amicizia di don Bosco e Domenico Savio. In quei pochi metri quadrati, in pochi istanti, penso che sapere di essere attesi possa dare una carica in più anche nei giorni più grigi. Ho sentito davvero questo cortile e gli ambienti che lo circondano come casa in cui crescere e far crescere, dove ci si può anche confrontare su opinioni diverse, ma con il desiderio di ogni bene per chi ti sta di fronte».
Il momento più bello e più difficile?
«Tra i momenti belli è difficile selezionarne uno solo, perché non sono mancati e con molta frequenza. Certamente le feste salesiane, perché hanno sempre coinvolto tante persone nella preparazione e perché ho visto quanto affetto c’è per Maria Ausiliatrice, don Bosco e san Domenico Savio. Non meno intensa la gioia per i mesi di maggio con il rosario in cortile, perché manifesta una tradizione aperta anche alle generazioni più giovani. Per il settore scolastico ci sono state trasformazioni continue, tra le più recenti l’avvicendamento sereno e costruttivo nella presidenza e le varie iniziative di scambio attraverso il programma Erasmus. I momenti difficili non sono mancati, legati magari ad incomprensioni personali o a vicende di salute di persone legate all’Opera o nella comunità salesiana, sicuramente tra gli eventi recenti la repentina scomparsa del signor Cagnoli».
Hai qualche rimpianto?
«Anche se il bilancio è positivo, di sicuro rimane il rimpianto legato all’interruzione anticipata del mandato di direttore, per cui resta la sensazione di aver interrotto una serie di attività che si potevano ancora programmare. Non saprei concretizzare questo sentimento, resta uno sfondo emotivo del trasferimento».
A chi devi dire grazie?
«Inizio dalla mia comunità salesiana, che mi ha accolto e messo in grado di lavorare quotidianamente al servizio dei ragazzi e giovani di Bra. I tanti collaboratori laici, dai docenti ai formatori del Centro, agli educatori e animatori dell’oratorio, ai Salesiani Cooperatori sempre impegnati nelle iniziative, ai ragazzi stessi che frequentano la scuola, il Centro o il cortile, perché mi rafforzano nel sentire che il Signore, con la vocazione salesiana, mi ha davvero fatto un regalo enorme».
Che cosa auguri alla città e a te stesso?
«Alla città di Bra, ai suoi cittadini e all’Amministrazione, auguro di mantenere una dimensione di vivibilità serena, di saper integrare il contributo di persone provenienti da realtà culturali e geografiche diverse, di avere un giusto orgoglio per le iniziative del territorio che hanno risonanza anche nazionale o internazionale, di saper costruire relazioni inter-generazionali attraverso il dialogo con gli adolescenti e i giovani (come per lo sviluppo del progetto al Movicentro). Per me stesso desidero semplicemente continuare ad essere un buon salesiano, anche nel ruolo che mi porterà più in ufficio che in cortile, sempre con al centro dell’attenzione il bene dei giovani, perché possano scoprire il senso della vita, che riconosciamo nel Signore che ce l’ha donata».
Il futuro? Nelle mani di Dio, come sempre.
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Silvia Gullino
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