Non solo meta di turisti e bagnati durante la stagione estiva, ma anche un universo di relitti e resti di antiche civiltà che hanno attraversato la Sicilia e il Mediterraneo a disposizione di sub e appassionati sommozzatori. Stiamo parlando dei 26 itinerari archeologici subacquei in aree di interesse naturalistico tutte da esplorare. Un patrimonio sommerso che la Soprintendenza del Mare rende fruibile attraverso una serie di percorsi di archeologia subacquea in Sicilia presso i parchi marini visitabili, in linea coi principi della Convenzione UNESCO per la tutela del mare e dei siti antichi.
I 26 itinerari archeologici subacquei in Sicilia
In questo articolo esploreremo sette dei ventisei itinerari archeologici subacquei distribuiti lungo le coste della Sicilia. Percorsi che permettono di scoprire il patrimonio sommerso dell’Isola attraverso esperienze adatte sia ai subacquei più esperti sia a chi si avvicina per la prima volta a questo affascinante mondo, con la guida di professionisti formati.
La mappa completa è sui canali ufficiali della Regione Siciliana, che mette a disposizione anche l’elenco dei diving center autorizzati, a cui è possibile rivolgersi per andare alla scoperta in sicurezza di uno di questi itinerari archeologici subacquei, e i moduli necessari per richiedere l’autorizzazione a effettuare immersioni subacquee in aree marine interdette dalle ordinanze della Capitaneria di Porto e Guardia Costiera a scopo turistico o didattico.
L’itinerario di Kalura a Cefalù
Ad aprire la rassegna dei percorsi di facile difficoltà è l’itinerario di Kalura, accessibile sia ai subacquei con brevetto di primo livello che agli amanti dello snorkeling. Il sito, raggiungibile in appena 10 minuti di navigazione dal porto di Cefalù, si estende su una superfice di 200 metri per una profondità che oscilla dai 6 agli 8 metri.
In questo percorso si trovano antiche tracce di naufragi e reperti che risalgono dal V secolo a.C. fino all’età moderna. Sono tuttora evidenti i resti di una antica struttura portuale artificiale, allineata ortogonalmente alla costa. L’insenatura a levante della Caldura doveva essere un luogo di approdo o di ancoraggio. Lo confermano le numerose tracce di possibili naufragi e i reperti recuperati. Quelli di ceramica e le monete in bronzo attribuibili a Valentiniano confermano la sua importanza storica.
Il Relitto delle Colonne di Marzamemi e Taormina
Lasciata Cefalù, continuiamo la rassegna con due siti di facile e media difficoltà: il Relitto delle colonne di Marzamemi e Taormina.
Ad appena dieci minuti di navigazione dal porto di Marzamemi giacciono i resti di una nave romana del III secolo d.C., che trasportava carichi di colonne semilavorate e blocchi di marmo provenienti dall’Oriente. Questi reperti, situati a una profondità di 7 metri su una superficie di 300 metri, offrono uno spettacolo sul fondale roccioso, circondato da cespugli di posidonia. Sebbene il relitto sia ormai scomparso – la nave si è inabissata su un fondale roccioso che l’ha esposta all’azione dell’acqua marina, che l’ha completamente erosa –, le imponenti dimensioni di una colonna isolata sono rimaste intatte, contribuendo a rendere questa immersione davvero suggestiva.
Su un’area più estesa, pari a circa 400 metri, e a una profondità di 27 metri, si sviluppa invece l’itinerario del Relitto delle Colonne di Taormina. Si tratta di caratteristiche che ne aumentano moderatamente il livello di difficoltà classificandolo su una classe di media difficoltà. In questo percorso si ha la possibilità di ammirare i resti di una nave lapidaria romana che trasportava prezioso marmo dalle cave del Mediterraneo orientale fino a Roma. L’imbarcazione probabilmente aveva iniziato il suo viaggio dalle coste egee della Grecia e, forse per un’improvvisa tempesta, si infranse sul Capo di Taormina, affondando.
La scoperta del sito archeologico è dovuta a Gerhard Kapitän il quale negli anni ‘70 individuò i resti del carico di una Navis lapidaria di età Imperiale (II sec, d. C.) al largo di Capo Taormina, il cui carico, ancora in situ, è costituito da 37 colonne e 2 blocchi rettangolari. Di questa nave, si è stati in grado di seguire la probabile rotta fin dalla sua partenza grazie al riconoscimento di alcuni campioni di marmo prelevati.
Ustica e gli itinerari di Punta Gavazzi e Punta Falconiera
Spostandoci nelle acque di Ustica, troviamo altri due itinerari classificati tra quelli di facile e media difficoltà: Punta Gavazzi e Punta Falconiera dove ad una forte componente archeologica si mischia un’esperienza naturalista e paesaggistica di rilievo.
Ustica, da sempre crocevia di culture e popoli, ha visto passare Punici, Greci e Romani lungo le sue coste. Le testimonianze di questo passato affascinante sono ancora visibili nei fondali di Punta Gavazzi, dove numerose ancore raccontano di imbarcazioni in cerca di riparo. L’itinerario, accessibile sia a subacquei che a chi pratica snorkeling, si snoda tra i 10 e i 24 metri di profondità attraverso un percorso affascinante caratterizzato da reperti di epoca romana e bizantina.
Il secondo sito, di media difficoltà, è quello di Punta Falconiera. A pochi minuti di navigazione a est del porto di Cala Santa Maria, all’interno della zona C dell’Area Marina Protetta, si sviluppa un itinerario i cui reperti sono distribuiti su un’area di circa 500 metri e non distanti più di 20 metri l’uno dall’altro.
La morfologia del fondale, nella porzione nord del sito, è caratterizzata da una parete rocciosa interrotta a circa 15 metri di profondità, in direzione est da una conca sabbiosa. Qui, ad una profondità di 30 metri circa, si possono intravedere i primi reperti: alcuni frammenti ceramici e un’ancora in ferro e altro ancora. Più a sud c’è un grosso frammento di rete incagliata tra le rocce che crea nell’insieme un’atmosfera dall’affascinante effetto scenografico. Risalendo in direzione ovest, si raggiungono altri due reperti: un ceppo d’ancora mobile in piombo con fori distali di epoca romana. Infine, sotto il fronte roccioso un’imponente ancora bizantina a due marre ricurve giacenti sul pianoro.
Aspra e l’itinerario di Mongerbino
L’itinerario di Mongerbino, anch’esso di media difficoltà, raggiungibile da Porticello in 15 minuti di navigazione, si snoda attraverso un percorso subacqueo compreso tra i 15 ed i 30 metri di profondità per una lunghezza di circa 150 metri.
Qui si possono ammirare ben sei ancore in ferro abbastanza concrezionate che testimoniano il passaggio di imbarcazioni lungo un arco di tempo che va dall’epoca romano repubblicana all’epoca alto medievale e bizantina. Esse rappresentano la più antica e primaria evoluzione formale dell’ancora in ferro, che inizia ad essere prodotta in epoca ellenistica e romano-repubblicana e dura fino all’epoca contemporanea.
Data la topografia dell’area, a ridosso della possente mole di Capo Zafferano (in un’area strategica lungo la rotta tra le importanti città di Panormo e Solunto), l’ipotesi più probabile sembra essere che il sito sia stato uno scalo a ridosso, poiché l’area si presta ad essere luogo di rifugio per le imbarcazioni.
Levanzo e l’itinerario di Cala Minnola
L’elenco delle tappe di archeologia subacquea selezionate si conclude con l’itinerario di Cala Minnola a Levanzo, uno dei percorsi che presentano il più alto livello di difficoltà tra quelli inseriti nella rete dei siti archeologici subacquei della Sicilia.
Nella prima metà del I secolo a.C., di fronte a Cala Minnola sull’isola di Levanzo, una nave romana carica di anfore vinarie affondò, custodendo ancora oggi i segreti del suo tragico destino a 27 metri di profondità. I resti del carico furono recuperati nel 2005. Le anfore, rivestite di pece, oltre al vino, probabilmente contenevano anche il garum: una pregiata salsa di pesce che gli antichi romani aggiungevano come condimento a molti piatti.
Questo relitto è ritenuto particolarmente interessante dagli esperti, tanto che un sistema di telecontrollo dal luglio 2006 trasmette le immagini dei fondali direttamente a Favignana presso lo stabilimento Florio.
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Maria Concetta Amato
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