Irpef, il governo prosegue il taglio delle tasse. Dopo gli interventi sul lavoro, ora l’obiettivo è arrivare ai redditi fino a 60mila euro


 

Ridurre il prelievo sui redditi da lavoro e lasciare più risorse nei bilanci delle famiglie. È la direzione seguita dal governo Meloni attraverso una serie di interventi successivi: prima la riduzione degli scaglioni Irpef e la revisione del cuneo fiscale, poi il taglio dell’aliquota applicata a una parte consistente del ceto medio. Il prossimo obiettivo, già indicato dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo, è estendere il beneficio alla quota di reddito compresa tra 50mila e 60mila euro.

A spiegare perché proprio il ceto medio sia diventato centrale nella politica fiscale dell’esecutivo sono anche i dati dell’Osservatorio di Itinerari Previdenziali, presentato al CNEL in collaborazione con CIDA. La ricerca, relativa ai redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025, mostra una forte concentrazione del prelievo: il 18,78 per cento dei contribuenti, circa otto milioni di persone con redditi dai 35mila euro lordi in su, versa quasi il 65 per cento dell’intera Irpef. Complessivamente sono stati dichiarati redditi per 1.076 miliardi di euro, dai quali è derivato un gettito, comprese le addizionali, di oltre 216 miliardi.

La fotografia aiuta a comprendere la scelta del governo di destinare una parte delle risorse disponibili a chi sostiene una quota decisiva del sistema fiscale e, nello stesso tempo, ha risentito dell’aumento dei prezzi e della perdita di potere d’acquisto. Non si tratta di contribuenti particolarmente ricchi, ma in molti casi di lavoratori qualificati, funzionari, dirigenti, professionisti e pensionati che, superate determinate soglie, vedono crescere l’imposta e diminuire progressivamente detrazioni, bonus e agevolazioni.

Il presidente di CIDA, Stefano Cuzzilla, ha riassunto il problema con una formula netta: «Abbiamo universalizzato le prestazioni, ma non la responsabilità di finanziarle». La progressività, ha spiegato, non può trasformarsi nella penalizzazione permanente di chi lavora, produce e dichiara integralmente il proprio reddito. Da qui la richiesta di alleggerire il carico su chi già sostiene il sistema, rafforzare il contrasto all’evasione e concentrare gli aiuti sulle condizioni di effettivo bisogno.

Anche Alberto Brambilla, presidente del Centro studi di Itinerari Previdenziali, richiama quella che definisce una progressività quasi “occulta”. All’aumento delle aliquote si accompagna infatti la perdita di deduzioni, detrazioni e prestazioni legate al reddito. Il risultato è che un avanzamento professionale o un aumento dello stipendio possono tradursi in un vantaggio netto molto più contenuto del previsto. È la cosiddetta “trappola delle agevolazioni”, che rischia di scoraggiare il lavoro, la crescita professionale e la piena dichiarazione dei redditi.

È in questo quadro che vanno letti gli interventi realizzati dal governo. Il primo passaggio è stato l’accorpamento dei primi due scaglioni Irpef, con l’applicazione dell’aliquota del 23 per cento fino a 28mila euro. La riforma, inizialmente introdotta per un solo anno, è stata resa strutturale con la legge di bilancio per il 2025, che ha confermato il sistema a tre aliquote.

La stessa manovra ha trasformato il precedente taglio contributivo in un sostegno fiscale più stabile alle buste paga. Per i lavoratori dipendenti con redditi fino a 20mila euro è stata prevista una somma aggiuntiva calcolata in percentuale sul reddito. Tra 20mila e 32mila euro è riconosciuta una detrazione di mille euro, che si riduce gradualmente oltre questa soglia fino ad azzerarsi a 40mila euro. L’obiettivo è evitare bruschi effetti-soglia e aumentare il reddito effettivamente disponibile per i lavoratori.

Con la legge di bilancio per il 2026 è arrivato un altro intervento. L’aliquota applicata alla quota di reddito imponibile compresa tra 28mila e 50mila euro è scesa dal 35 al 33 per cento. Il risparmio aumenta con il reddito interessato e può raggiungere i 440 euro annui per contribuente. In una famiglia con due redditi che usufruiscono interamente della riduzione, il beneficio sulle sole aliquote può quindi arrivare complessivamente a 880 euro l’anno.

Il taglio riguarda non soltanto i lavoratori dipendenti, ma tutti i contribuenti sottoposti all’Irpef ordinaria, compresi i pensionati. Per i redditi complessivi superiori a 200mila euro, invece, la legge ha sterilizzato il vantaggio attraverso una riduzione di pari importo di alcune detrazioni. La misura è stata inserita in una manovra da circa 22 miliardi di euro, senza finanziare gli interventi attraverso un aumento del disavanzo.

Lo sforzo per alleggerire la tassazione sul lavoro non si è fermato alle aliquote Irpef. Nel 2026 gli aumenti retributivi derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi del settore privato, sottoscritti nel periodo indicato dalla legge, sono assoggettati a un’imposta sostitutiva del 5 per cento per i lavoratori che nel 2025 non hanno superato i 33mila euro di reddito da lavoro dipendente.

Per i premi di produttività e le somme legate alla partecipazione agli utili l’aliquota è stata ridotta all’1 per cento per il 2026 e il 2027, mentre il limite massimo agevolabile è salito da tremila a cinquemila euro. Sono state inoltre previste agevolazioni per le indennità relative al lavoro notturno, festivo e a turni. L’intenzione è fare in modo che una quota maggiore degli aumenti riconosciuti dalle imprese arrivi realmente nelle tasche dei lavoratori.

Il percorso, tuttavia, non viene considerato concluso. Il viceministro Leo ha indicato come prossimo obiettivo l’estensione dell’aliquota del 33 per cento alla fascia compresa tra 50mila e 60mila euro, che attualmente ricade nell’aliquota del 43 per cento. «Un altro pezzo pensiamo di farlo adesso, con la legge di bilancio», ha spiegato il primo ottobre incontrando la giunta esecutiva di Confartigianato.

Se la misura fosse approvata nella forma prospettata, sulla quota di imponibile compresa tra 50mila e 60mila euro il prelievo diminuirebbe di dieci punti percentuali. Il risparmio aggiuntivo massimo, calcolato sulle sole aliquote, potrebbe quindi raggiungere i mille euro annui. Sommato ai 440 euro già derivanti dalla riduzione applicata tra 28mila e 50mila euro, porterebbe il beneficio teorico complessivo fino a 1.440 euro per un contribuente con almeno 60mila euro di imponibile.

Quest’ultimo intervento, però, non è ancora una norma. Dovrà essere inserito nella prossima legge di bilancio e, soprattutto, dovranno essere individuate le coperture. Lo stesso Leo ha riconosciuto che la costruzione della manovra sarà complessa, per gli effetti dell’inflazione, il livello del debito e la necessità di mantenere in equilibrio i conti pubblici. Il risultato effettivo potrà inoltre dipendere da eventuali limiti, detrazioni o meccanismi di sterilizzazione previsti dal testo definitivo.

La linea politica, in ogni caso, emerge dalla successione delle misure adottate. Il governo ha prima consolidato gli aiuti destinati ai redditi più bassi, poi ha alleggerito la tassazione sul lavoro e ha iniziato a estendere gli interventi alle fasce intermedie. Parallelamente ha ridotto il prelievo su aumenti contrattuali e premi di produttività, cercando di collegare la crescita delle retribuzioni a un incremento reale del reddito disponibile.

I dati di Itinerari Previdenziali e CIDA mostrano la posta in gioco: una parte relativamente limitata dei contribuenti finanzia una quota molto rilevante dei servizi pubblici e del welfare. Alleggerire il ceto medio significa dunque sostenere famiglie e consumi, ma anche riconoscere il contributo di chi già sorregge in misura decisiva il sistema fiscale.

Quanto realizzato finora costituisce una base concreta. La sfida della prossima manovra sarà trovare le risorse necessarie per proseguire lungo questa strada e trasformare l’obiettivo dei 60mila euro in un nuovo taglio effettivo delle tasse, senza compromettere la stabilità dei conti pubblici.

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