Tutti vogliono l’Italia. Ma cosa serve per riuscire a viverci e lavorare?


L’Italia sa farsi desiderare. Milioni di persone la visitano e molte, almeno sulla carta, immaginano di passarci una parte della propria vita. Fra loro ci sono professionisti che possono lavorare da remoto, persone che acquistano una casa e residenti internazionali che finiscono per fermarsi molto più a lungo di quanto avessero previsto. Eppure fra «mi piacerebbe vivere in Italia» e «riesco a farlo» c’è una distanza. La collana NOMAG Research (tre ricerche appena presentate presso il Centro Studi Americani di Roma) prova a misurare questo fenomeno. Tre studi, parte di uno stesso percorso: uno su chi guarda all’Italia come possibile luogo in cui vivere e lavorare temporaneamente; uno sugli effetti reali delle case a un euro sull’attrattività immobiliare; infine, una prima indagine su chi si è trasferito da tempo e ora conosce (e racconta ai media) il Paese dall’interno. Il risultato è un racconto meno semplice, ma più utile, della consueta contrapposizione fra Italia da cartolina e Italia della burocrazia. Perché alcune persone rinunciano prima di arrivare? Perché molte si fermano solo per un periodo? E perché altre, pur incontrando difficoltà serie, decidono di restare?

I nomadi digitali che guardano all’Italia non sono quelli dello stereotipo

At Last, Italy… At Least Temporarily si basa su 1.056 risposte raccolte presso il pubblico internazionale non italiano di NOMAG, interessato alla mobilità professionale. È un campione selezionato, non una fotografia rappresentativa di tutti i nomadi digitali. Offre però un’indicazione precisa su un pubblico che l’Italia potrebbe raggiungere. Non sono soprattutto ragazzi con lo zaino e un laptop. Solo il 5% ha fra 18 e 24 anni; il gruppo più numeroso, il 35%, ha fra 35 e 44 anni, seguito dal 23% fra 45 e 54. Il 69,2% di chi ha risposto alla domanda sulla carriera si definisce professionista senior, dirigente, fondatore, titolare d’impresa, oppure ritirato o parzialmente ritirato dall’attività. I freelance sono il gruppo professionale singolo più numeroso, al 31%, ma dipendenti, dirigenti e imprenditori insieme raggiungono il 42,6%. Il 56,6% di chi ha indicato il proprio reddito dichiara almeno 60.000 euro lordi annui personali; il 16,9% almeno 100.000. Sono dati che descrivono capacità economica e maturità professionale, ma non disponibilità a spendere senza limiti. Per molti, inoltre, lo spostamento riguarda un’intera famiglia: il 78,2% immagina di vivere in Italia con partner, figli o altri familiari. Già questo dovrebbe cambiare il modo in cui città, borghi e imprese pensano a questo pubblico. Una persona che porta con sé lavoro, famiglia e abitudini consolidate non sceglie una destinazione solo perché trova una bella vista e una connessione Internet.

L’Italia è già nella lista. Allora perché non viene scelta?

Nel campione NOMAG, il 36,7% ha già vissuto e lavorato da remoto in Italia e un altro 33,6% sta valutando di farlo. Ma il 24,6% l’aveva presa in considerazione e poi ha deciso diversamente. Il questionario non permette di attribuire a ognuno una singola causa della rinuncia; permette però di vedere quali ostacoli il pubblico considera più rilevanti. Trasporti, sanità e servizi quotidiani sono indicati come possibili fattori scoraggianti dal 57,8%; lingua e integrazione dal 48,3%. Casa e burocrazia, compresi visto e residenza, sono selezionate ciascuna da circa un terzo. Le questioni fiscali arrivano al 20,2%. Il paradosso è che si continua spesso a presentare il lavoro da remoto come una questione di Wi-Fi e coworking. Fra i servizi che influenzerebbero la scelta di una località, invece, trasporti e accessibilità raggiungono il 65,8%, sanità e servizi quotidiani il 59,8%; Internet affidabile o uno spazio di lavoro il 45,5%. La rete serve, naturalmente. Ma chi vuole abitare un luogo deve poterci condurre la propria vita. E dove vorrebbe farlo? Potendo indicare al massimo due tipi di località che prenderebbe seriamente in considerazione, il 49,4% sceglie le città di medie dimensioni. Grandi città, piccoli centri e località costiere raccolgono ciascuna circa un quinto delle risposte; le zone rurali o montane il 10,2%. Non è una condanna per i borghi. È un invito a smettere di immaginare che qualunque borgo attragga automaticamente chi lavora da remoto. Anche l’abitazione desiderata è eloquente: il 72,4% preferisce un’intera casa privata o un appartamento servito, mentre camere condivise e coliving arrivano insieme al 15,6%. E il 65,8% vorrebbe restare sotto i 1.250 euro mensili per l’alloggio. Il mercato potenziale assomiglia più a quello di case funzionali per vivere e lavorare che a una variante prolungata del turismo. Il 66,8% indica come durata ideale da uno a tre mesi. È abbastanza per conoscere un luogo dall’interno, ma non è di per sé una scelta di trasferimento stabile. La ricerca non prova che siano i visti a limitare tutte queste permanenze; mostra che, quando un professionista valuta di vivere in Italia, servizi, casa e chiarezza delle regole entrano nella decisione. E mostra che l’attrazione per il Paese, da sola, non risolve nessuno di questi passaggi.

I relocals: si fermano anche quando la vita si complica

RELOCALS — Preliminary Findings guarda all’altro lato della storia: persone nate all’estero che oggi vivono in Italia e ne raccontano l’esperienza anche a un pubblico internazionale. Il primo gruppo comprende 103 partecipanti selezionati, in prevalenza anglofoni. I risultati sono esplorativi e non rappresentano l’insieme dei residenti stranieri. Fra questi 103, il 64,1% dice di non aver previsto inizialmente di restare così a lungo. È un dato decisivo per capire la permanenza: non sempre nasce da un progetto definitivo elaborato prima della partenza. A volte prende forma vivendo nel Paese. Il 63,1% genera il proprio reddito principalmente all’estero. Alla domanda sul perché avesse scelto l’Italia, il 70,9% indica il costo della vita, il 67% le opportunità immobiliari e il 66% lo stile di vita; soltanto il 20,4% cita il lavoro. Per molti, quindi, l’Italia è stata anzitutto una scelta di vita, mentre il lavoro continuava a dipendere da mercati esterni. Questo non rende più semplice inserirsi nell’economia italiana. Quando gli intervistati devono individuare la singola maggiore difficoltà pratica incontrata, trovare casa arriva al 17,5%, la burocrazia al 16,5% e avviare un’impresa o un’attività autonoma al 12,6%. Nelle risposte aperte sulle difficoltà, codificate in via preliminare, opportunità di lavoro e casa sono citate entrambe dal 78,6%; burocrazia dal 76,7%, salari dal 69,9% e ambiente imprenditoriale dal 68,9%. L’esperienza delle istituzioni è giudicata negativa o molto negativa dal 43,7% del gruppo; positiva o molto positiva dal 16,5%. Questi numeri non dicono che i relocals abbiano abbandonato il lavoro o rinunciato in massa a creare imprese. Dicono qualcosa di forse più interessante: persone che hanno trovato nell’Italia ragioni sufficienti per restare continuano a descrivere lavoro, impresa e amministrazione come ostacoli importanti. C’è poi una distanza fra le opportunità che alcuni di loro vedono e l’immagine che il Paese proietta. Nelle risposte preliminari, soltanto l’11,7% cita innovazione e impresa fra gli aspetti che l’Italia comunica bene all’estero. Il 78,6% indica le opportunità imprenditoriali fra quelle comunicate male o non comunicate; il 67% dice lo stesso di business e innovazione. È la percezione di questo gruppo, ma per chi racconta startup è una domanda rilevante: quante possibilità di lavorare, creare servizi o aprire attività rimangono invisibili a chi osserva l’Italia da fuori?

Le case a un euro e la differenza fra attenzione e risultati

Il secondo libro della collana, Debunking Italy’s €1 House Effect, esamina una delle storie italiane di maggiore successo internazionale. Le case a un euro hanno portato piccoli comuni davanti a un pubblico mondiale. Ma la ricerca distingue ciò che spesso viene contato come un unico risultato: attenzione mediatica, compravendite, ristrutturazioni, utilizzo degli immobili e nuovi residenti. È lo stesso problema che attraversa gli altri due studi. Un visitatore non è un residente temporaneo; un acquirente non è necessariamente una persona che si trasferisce; un professionista interessato all’Italia non è ancora qualcuno che riesce a viverci. Misurare i passaggi separatamente consente di capire quali interventi funzionano davvero.

I problemi descritti dai dati sono anche possibili mercati da sviluppare

Le ricerche non contengono una lista di startup da fondare, né dimostrano che ogni problema possa diventare un’impresa redditizia. Offrono qualcosa di più utile a chi vuole provarci: persone identificabili, scelte osservate e difficoltà ricorrenti. Prima dell’arrivo servono informazioni affidabili sulle località, case adatte a viverci per mesi, costi prevedibili e regole spiegate in relazione al tipo di lavoro. Dopo l’arrivo contano l’accesso ai servizi, la possibilità di creare un’attività e un rapporto meno faticoso con le istituzioni. Nei territori, occorre capire anche come includere chi già vive lì: il 65% dei primi relocals intervistati dice di non essere mai stato invitato attivamente da enti, organizzazioni o imprese locali a contribuire con la propria prospettiva, il proprio pubblico o le proprie competenze. L’Italia non parte da zero. Parte da un vantaggio raro: moltissime persone vorrebbero conoscerla e alcune, una volta arrivate, decidono di restare persino più a lungo del previsto. L’opportunità per innovatori, imprese e amministrazioni è ridurre la distanza fra il Paese che attrae e quello in cui si riesce a vivere, lavorare e costruire qualcosa. I dati offrono un buon punto da cui cominciare.

Le tre ricerche sono raccolte nella sezione NOMAG Research Books. Gli iscritti gratuiti possono accedere agli abstract e gli abbonati a pagamento alle edizioni digitali complete. I volumi già disponibili su Amazon possono essere acquistati anche separatamente.


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