Criptovalute non dichiarate: scattano i controlli


L’Agenzia delle Entrate incrocia i dati degli exchange e invia questionari mirati a chi non dichiara le criptovalute. Ecco cosa rischia chi evade il Fisco.

L’Agenzia delle Entrate passa all’offensiva contro chi nasconde le criptovalute al Fisco, abbandonando il semplice invito bonario e aprendo accertamenti diretti. Chi possiede monete digitali, token o Nft senza riportarli nella dichiarazione dei redditi finisce dritto nei registri dei controlli mirati. La regola generale per ogni contribuente è netta: ogni movimentazione virtuale lascia una traccia documentale che le piattaforme di scambio trasmettono all’amministrazione finanziaria. Chi incassa plusvalenze o detiene asset digitali all’estero senza compilare il quadro RWrischia il recupero integrale delle imposte, l’applicazione di pesanti sanzioni e la perdita del valore di carico dei propri investimenti.

Come individua l’amministrazione finanziaria chi possiede asset virtuali?

Il Fisco non si muove alla cieca, ma acquisisce gli elenchi completi delle operazioni direttamente dai fornitori di servizi autorizzati, i cosiddetti service provider.

I dati raccolti contengono la storia dettagliata di ogni singolo utente registrato:

  • i depositi di valuta fiat o virtuale sul conto dell’operatore;

  • i prelievi verso portafogli esterni o conti correnti;

  • le compravendite concluse tra moneta avente corso legale e criptomonete;

  • le permute realizzate tra diverse tipologie di token e Nft.

L’anagrafe tributaria sovrappone queste liste ai modelli dichiarativi presentati dai contribuenti. Da questo incrocio vengono eliminati subito coloro che hanno già compilato regolarmente la dichiarazione. Chi invece ha operato sulle piattaforme e non ha dichiarato nulla resta intrappolato nell’elenco dei soggetti a rischio evasione.

Quali profili sono finiti sotto la lente degli accertamenti territoriali?

La scrematura centrale ha ristretto il campo a un gruppo selezionato di posizioni anomale riferite alle annualità d’imposta 2023 e 2024.

L’azione si concentra su chi ha ignorato la sanatoria straordinaria introdotta dalla legge di bilancio 2023 (legge n. 197/2022). Quella procedura agevolata consentiva di regolarizzare l’omesso monitoraggio fiscale e i redditi non dichiarati entro il 30 novembre 2023, pagando un’imposta sostitutiva ridotta del 3,5% sul valore detenuto a fine anno o al realizzo, oltre a una sanzione dello 0,5% per ciascun anno a titolo di interessi e penalità, secondo i parametri della circolare n. 30/2023.

Per isolare i profili da colpire, gli ispettori hanno applicato tre filtri selettivi:

  • la produzione effettiva di plusvalenze imponibili nel corso dell’anno;

  • il possesso accertato di cripto-attività alla data del 31 dicembre;

  • l’esecuzione di apporti finanziari sul conto dell’intermediario.

Le liste definitive, ridotte a meno di mille soggetti altamente indiziati in tutta Italia, sono state trasmesse alle direzioni territoriali delle Entrate ad aprile, con verifiche operative avviate a pieno regime da giugno.

Cosa chiede il questionario inviato a casa dall’ufficio tributario?

Il contribuente selezionato riceve un questionario ufficiale che impone di giustificare punto per punto la propria posizione economica.

Il nodo centrale riguarda la dimostrazione del costo originario di acquisto delle monete virtuali. Se il titolare non esibisce la ricevuta o l’estratto conto della transazione originaria, il Fisco calcola la plusvalenza assumendo un costo di acquisto pari a zero. In questo modo l’intera somma incassata al momento della vendita viene considerata guadagno netto e tassata integralmente.

L’interessato deve inoltre chiarire nel dettaglio:

  • l’origine della provvista economica utilizzata per acquistare i beni virtuali;

  • la data e l’importo esatto di ciascun acquisto e di ogni successiva cessione;

  • il conteggio analitico di ogni plusvalenza generata dai cambi;

  • l’ammontare esatto delle giacenze presenti nei wallet al 31 dicembre di ogni anno solare.

Fino ad oggi questa procedura formale registra un tasso di collaborazione spontanea pressoché nullo, proprio a causa della natura non trasparente dei contribuenti selezionati.

Quando scatterà lo scambio automatico delle informazioni tra stati?

Le verifiche manuali e le richieste caso per caso lasceranno presto il posto a una vigilanza transfrontaliera automatica.

Con il decreto legislativo n. 194/2025, l’Italia ha recepito la direttiva europea Dac 8 (Direttiva 2023/2226), attivando la condivisione sistematica dei dati fiscali tra tutti i Paesi dell’Unione Europea. I prestatori di servizi autorizzati secondo il regolamento comunitario MiCAR avranno l’obbligo di trasmettere annualmente al Fisco i movimenti di scambio e i trasferimenti eseguiti da ciascun cliente.

La transizione segue scadenze ben definite:

  • il primo invio massivo e strutturato dei dati avverrà entro il 30 giugno 2027;

  • le comunicazioni riguarderanno retroattivamente tutte le operazioni poste in essere nel corso dell’anno solare 2026;

  • l’amministrazione non dipenderà più dalle richieste puntuali o dalla buona volontà del dichiarante, ricevendo i flussi in forma standardizzata.

Come cambiano le regole di vigilanza sui prestatori di servizi?

L’intero apparato di supervisione ha abbandonato la vecchia configurazione nazionale per allinearsi agli standard europei.

Dal 30 giugno 2026 il Registro dei prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale (Vasp), gestito in precedenza dall’Organismo Agenti e Mediatori (Oam), ha chiuso definitivamente i battenti. Con l’entrata in vigore della disciplina MiCAR, la competenza esclusiva sulla raccolta delle informazioni e sulla vigilanza del settore è passata nelle mani di Banca d’Italia e Consob.

Il passaggio ha cancellato il vecchio obbligo di trasmettere trimestralmente all’Oam i dati identificativi della clientela, accentrando il monitoraggio in capo alle massime autorità finanziarie e preparando il terreno al controllo fiscale continuo su ogni portafoglio digitale.




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