8 milioni di contribuenti, pari al 19% del totale, versano il 65% dell’Irpef e ci sono 24,8 milioni di contribuenti senza redditi dichiarati: l’analisi completa rivela un quadro sconvolgente su chi sopporta la maggior parte del carico fiscale e mette seriamente in discussione la sostenibilità dell’attuale sistema di welfare.
Chi paga davvero le tasse in Italia? Guardando all’Irpef, la principale imposta che grava sui redditi delle persone fisiche, la risposta è sorprendente: la maggior parte del gettito viene sostenuta da una esigua minoranza di contribuenti.
Circa 8 milioni di italiani con redditi da 35mila euro lordi annui in su versano da soli il 65% di tutta l’Irpef. Allargando lo sguardo anche alla fascia compresa tra 29mila e 35mila euro, emerge che appena il 30,22% dei contribuenti paga il 78,67% dell’imposta complessiva.
È la fotografia che emerge dalla tredicesima indagine sulle entrate fiscali del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presentata oggi 24 settembre 2026 al Cnel e resocontata dall’Adnkronos. Questi nuovi dati mostrano una forte concentrazione dell’Irpef: meno di un contribuente su cinque versa il 65% dell’imposta complessiva e quindi sostiene il maggior carico fiscale.
L’analisi si basa sulle più recenti informazioni disponibili: riguarda i redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025 e utilizza i dati ufficiali del Ministero dell’Economia e dell’Agenzia delle Entrate.
I risultati che ora illustriamo in dettaglio sono molto interessanti perché demoliscono la narrazione mainstream del Paese “tutto tartassato”: in realtà, la maggior parte dell’Irpef è versata da pochi contribuenti, sulle cui spalle quindi ricade la maggior parte del peso, mentre decine di milioni di cittadini pagano cifre irrisorie di tasse, a fronte di una spesa per welfare e sanità sempre più sbilanciata. Quindi l’oppressione fiscale di cui comunemente si parla non riguarda certo tutti, anzi.
Quanto incassa lo Stato con l’Irpef?
Nel 2024 i redditi complessivamente prodotti e successivamente dichiarati ai fini Irpef hanno raggiunto 1.076 miliardi di euro.
Il gettito, al netto del trattamento integrativo, è stato pari a 216,24 miliardi di euro, così suddivisi:
- 193,316 miliardi di Irpef ordinaria;
- 16,17 miliardi di addizionale regionale;
- 6,76 miliardi di addizionale comunale.
I dichiaranti sono stati 42.837.963, mentre coloro che hanno effettivamente versato almeno un euro di Irpef sono stati 34.105.072.
Ma è soprattutto la distribuzione di questo enorme gettito a fornire il dato più interessante.
Il 18,78% dei contribuenti paga il 65% dell’Irpef
Secondo l’Osservatorio, gli italiani che dichiarano meno di 29mila euro lordi annui rappresentano il 69,78% dei contribuenti (più dei due terzi del totale), ma nel complesso versano soltanto il 21,33% dell’Irpef, per circa 46 miliardi di euro.
La situazione cambia radicalmente salendo di reddito.
I contribuenti che dichiarano da 35mila euro lordi annui in su rappresentano appena il 18,78% del totale, ma sostengono da soli il 65% di tutta l’Irpef.
Inserendo anche chi guadagna tra 29mila e 35mila euro, la concentrazione diventa ancora più evidente: il 30,22% dei contribuenti versa il 78,67% dell’intera imposta sui redditi delle persone fisiche.
In altre parole, quasi 8 euro di Irpef ogni 10 provengono da circa tre contribuenti su dieci. In sintesi: pochi pagano per tutti.
Ed è proprio questo uno dei dati sui quali Itinerari Previdenziali invita a riflettere quando parla della sostenibilità del finanziamento del welfare italiano.
Quanto paga chi dichiara meno di 20mila euro?
L’Osservatorio entra poi nel dettaglio delle singole fasce di reddito.
Sono 7,97 milioni gli italiani che dichiarano fino a 7.500 euro lordi all’anno. L’Irpef media effettivamente versata dai contribuenti che ricadono in questa fascia è di appena 19 euro annui.
Tra 7.500 e 15mila euro si trovano altri 7,43 milioni di dichiaranti, con un’Irpef media di 204 euro l’anno.
Tra 15mila e 20mila euro figurano invece circa 4,79 milioni di contribuenti, che versano mediamente 1.773 euro di Irpef.
Per questa fascia, rapportando l’imposta anche alla popolazione corrispondente, il gettito medio scende a circa 1.288 euro per abitante, a fronte di una spesa sanitaria indicata dall’Osservatorio in 2.347 euro pro capite.
Secondo i calcoli presentati, per garantire la sola assistenza sanitaria alla parte della popolazione appartenente a queste fasce di reddito occorre quindi che una quota rilevante della spesa venga finanziata attraverso le imposte versate dagli altri contribuenti.
I redditi sopra 300mila euro: ecco i pochissimi che pagano tanto
Ancora più evidente è il fenomeno osservando la fascia più alta.
Soltanto 58.700 contribuenti dichiarano almeno 300mila euro lordi annui: si tratta di circa lo 0,1% della popolazione italiana. Uno su mille.
Eppure questo piccolo gruppo versa complessivamente 14,03 miliardi di euro di Irpef, pari al 6,49% del gettito complessivo, con un’imposta media di circa 238mila euro per contribuente.
L’Osservatorio mette il dato a confronto con quello di 27,8 milioni di cittadini con redditi fino a 20mila euro, che complessivamente versano circa 10,84 miliardi.
Ciò significa che meno di 59mila contribuenti con redditi lordi superiori a 300mila euro all’anno versano, nel complesso, 14,03 miliardi, cioè più Irpef di quasi 28 milioni di cittadini con redditi fino a 20mila euro.
Se si considerano insieme le fasce superiori a 100mila euro, i contribuenti interessati sono 745.615, pari all’1,75% dei contribuenti/versanti, e sostengono il 22,25% dell’intera Irpef.
In poche parole: meno del 2% dei contribuenti paga più del 20% dell’Irpef totale.
Dipendenti, pensionati e autonomi: il mito sfatato su chi paga o non paga l’Irpef
L’analisi consente anche di sfatare, secondo gli autori, una convinzione molto diffusa: quella secondo cui il problema possa essere spiegato semplicemente affermando che “le tasse le pagano i lavoratori dipendenti”.
Il 61,4% dei lavoratori subordinati dichiara infatti redditi fino a 26mila euro e contribuisce al 12,64% dell’Irpef versata dall’intera categoria.
Al contrario, il 29,96% dei dipendenti che dichiara almeno 29mila euro sostiene il 79,66% dell’Irpef della categoria.
Ancora più concentrato è il dato sopra i 35mila euro: il 16,46% dei lavoratori dipendenti versa da solo il 63,14% dell’Irpef pagata dai subordinati.
Si tratta soprattutto, osserva il presidente di Itinerari Previdenziali Alberto Brambilla, delle fasce nelle quali rientrano quadri, funzionari e dirigenti.
Uno schema analogo emerge tra i pensionati.
Quelli con redditi fino a 26mila euro lordi annui costituiscono circa il 66% del totale, ma versano il 26,64% dell’Irpef della categoria.
I pensionati con almeno 29mila euro sostengono invece il 66,19% dell’imposta, mentre quelli sopra 35mila euro, pur essendo soltanto il 16,4%, ne versano il 49,7%.
La concentrazione risulta ancora maggiore tra i lavoratori autonomi: il 36,89% che dichiara più di 35mila euro paga l’88,88% dell’Irpef dell’intera categoria.
Complessivamente l’Irpef versata dai lavoratori autonomi ammonta a 25,64 miliardi di euro, pari all’11,86% del gettito totale.
Ma davvero 24,8 milioni di italiani non pagano le tasse?
Un altro numero eclatante contenuto nell’indagine rischia di prestarsi a interpretazioni fuorvianti. Secondo l’Osservatorio, sono circa 24,8 milioni gli italiani che non dichiarano redditi. Questo dato però non significa che 24,8 milioni di persone siano evasori fiscali.
Nel numero rientrano infatti anche soggetti che possono legittimamente non possedere un reddito imponibile Irpef: per esempio minori, familiari fiscalmente a carico o persone prive di reddito.
Allo stesso modo, pagare poca o nessuna Irpef non significa necessariamente non contribuire alle entrate pubbliche: esistono infatti numerose altre imposte, a cominciare dall’Iva sui consumi, dalle accise (in particolare, quelle sull’energia e i carburanti) e dai tributi locali.
Per questo motivo la fotografia dell’Osservatorio riguarda soprattutto la distribuzione dell’Irpef, non l’insieme di tutte le tasse pagate dagli italiani.
Perché il peso dell’Irpef è così concentrato?
La spiegazione deriva innanzitutto dalla struttura progressiva dell’imposta: all’aumentare del reddito cresce l’aliquota applicabile.
Ma secondo Itinerari Previdenziali opera anche un secondo fenomeno: con la crescita del reddito vengono progressivamente ridotte o eliminate detrazioni, deduzioni, bonus e agevolazioni.
Il presidente Brambilla parla per questo di una sorta di “tripla progressività”: chi guadagna di più non soltanto paga l’imposta su una base più elevata e con aliquote maggiori, ma perde progressivamente anche molte delle agevolazioni riconosciute ai redditi inferiori. Questo fenomeno ha implicazioni pesantissime, che ora cerchiamo di analizzare.
L’effetto perverso: così il welfare rischia di andare in tilt
Non bisogna considerare solo le imposte e tasse in termini assoluti, ma anche, e forse soprattutto, il rapporto tra fiscalità e welfare. Nel 2025, secondo i dati riportati dall’Osservatorio, oltre 29 milioni di italiani – quasi un italiano su due – avrebbero fatto parte di nuclei familiari che hanno presentato la Dsu per ottenere l’ISEE accedere a prestazioni o agevolazioni economiche e sociali.
Come sottolineato da Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, in Italia agisce lo strano fenomeno della «tripla progressività»: oltre a pagare aliquote più alte al crescere del reddito, chi dichiara di più vede azzerarsi detrazioni, bonus e sgravi.
Questo meccanismo opera concretamente nella realtà e produce conseguenze distorsive sul sistema, quello che potremmo chiamare un effetto perverso:
«Provocatoriamente verrebbe da chiedersi: perché dichiarare quanto davvero si percepisce se questo significa rinunciare a possibili prestazioni sociali o agevolazioni (mense scolastiche, bonus trasporti, ecc.) da parte di Stato, Regioni e Comuni?»
A fronte di una spesa assistenziale a carico della fiscalità generale salita dai 73 miliardi del 2008 a oltre 180 miliardi nel 2024, il sistema sembra aver trasformato uno strumento nato per contrastare le fragilità estreme in un ammortizzatore di massa privo di controlli stringenti.
Per il presidente di CIDA, Stefano Cuzzilla, tenuto conto di tutto ciò è indispensabile invertire la rotta:
«Serve un nuovo patto tra fisco e welfare: riportare l’ISEE alla sua funzione originaria, costruire una banca dati unica per sapere chi riceve cosa e concentrare le risorse sui reali bisogni. Non servono nuove tasse sugli stessi contribuenti, ma più contribuenti chiamati a fare la propria parte».
Quindi chi paga davvero l’Irpef in Italia?
Andando in sintesi e cercando di tirare le conclusioni, la fotografia finale che emerge dal rapporto di Itinerari Previdenziali è piuttosto chiara.
Non si può dire che l’Irpef sia distribuita in maniera uniforme tra tutti gli italiani. Al contrario, il gettito è fortemente concentrato nelle fasce di reddito medio e medio-alto.
Il dato simbolo dell’intera indagine è probabilmente questo: meno di un contribuente su cinque, quello che dichiara almeno 35mila euro lordi all’anno, versa il 65% dell’Irpef italiana, quasi i due terzi del totale.
E appena si allarga la platea a chi guadagna almeno 29mila euro, si scopre che il 30% dei contribuenti paga quasi l’80% dell’imposta.
Più che dimostrare che alcuni italiani “non pagano le tasse”, quindi, i numeri raccontano un fenomeno più preciso: l’Irpef italiana poggia in misura molto rilevante su una platea relativamente ristretta di contribuenti. Ed è questo il punto nevralgico su cui occorre interrogarsi quando si parla di carico fiscale e di riforme.
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